“Sono stato io, non volevo”: Cristian Chesi in lacrime condannato a 8 anni per la morte di Stefano Daveti

Si è lasciato andare alle lacrime davanti al giudice che lo ha condannato a 8 anni e due mesi di carcere, Cristian Chesi, il 49enne di Morsiano accusato della morte di Stefano Daveti, ex insegnante e artista ligure di 63 anni, ucciso a colpi di spranga nella sua abitazione sull'Appennino reggiano. Durante l'udienza l'imputato ha ammesso la propria responsabilità e, con la voce rotta dall'emozione, ha detto: "Sono stato io, non volevo…".
L'imputato ha spiegato di essere dispiaciuto per quanto accaduto, rivolgendosi ai familiari della vittima e chiedendo scusa anche alla propria famiglia. Lo ha fatto poco prima della sentenza del giudice dell'udienza preliminare Luca Ramponi, che al termine del processo con rito abbreviato ha stabilito una pena inferiore rispetto a quella chiesta dalla Procura.
Il pubblico ministero Maria Rita Pantani aveva infatti chiesto una condanna a 15 anni e 4 mesi di reclusione, sostenendo la presenza delle aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa della vittima. Entrambe le circostanze, però, non sono state riconosciute e il giudice ha concesso a Chesi le attenuanti generiche, quella legata allo stato d'ira dopo una presunta provocazione e quella collegata al risarcimento versato ai familiari di Daveti.
La tragedia risale al 24 giugno 2024. Quel giorno Chesi era uscito dalla propria abitazione dopo aver sentito una discussione tra il padre e Daveti, suo vicino di casa. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il confronto tra i due sarebbe degenerato e Chesi avrebbe reagito colpendo il 63enne con un lungo pezzo di metallo. I colpi alla testa e al corpo provocarono ferite gravissime: Daveti morì tre giorni dopo, il 27 giugno, nel reparto di rianimazione dell'ospedale Maggiore di Parma.
Il 63enne, originario della Spezia, si era trasferito da anni a Morsiano, piccolo borgo dell'Appennino reggiano dove aveva cercato una nuova dimensione di vita dopo una lunga esperienza come insegnante di storia dell'arte. Nel paese era conosciuto per il suo carattere particolare e per alcuni contrasti avuti con altri abitanti, tra cui anche la stessa famiglia Chesi, ma durante il processo la parte civile aveva sottolineato il carattere non violento della vittima.
Cristian Chesi era stato arrestato con l'accusa di omicidio volontario. Il processo si è svolto con rito abbreviato dopo il passaggio in Cassazione e la decisione di escludere le aggravanti contestate inizialmente dalla Procura, permettendo così all'imputato di accedere al procedimento alternativo.
Davanti al giudice, assistito dagli avvocati Domenico Noris Bucchi e Leonardo Teggi, Chesi ha quindi riconosciuto il proprio ruolo nell'aggressione mortale. "Sono stato io, ma non volevo…", ha ripetuto, sostenendo di aver agito dopo aver visto il padre coinvolto nella discussione con Daveti.
I suo legali avevano chiesto il riconoscimento di alcune attenuanti, sostenendo che il gesto fosse maturato in uno stato d'ira provocato dalla situazione precedente. La loro linea è stata accolta in parte dal giudice, che ha escluso le aggravanti e ha ridotto la pena rispetto alla richiesta della pubblica accusa.
Nel procedimento si erano costituiti parte civile i fratelli della vittima, Andrea e Renzo Daveti, assistiti dall'avvocato Andrea Lazzoni. Nei mesi scorsi, dopo il raggiungimento di un accordo economico per il risarcimento, hanno ritirato la costituzione dal processo penale.