Roma, manifestanti curdi tentano l’irruzione a Montecitorio. Respinti dalla polizia
Una cinquantina di attivisti curdi hanno tentato di forzare il portone di ingresso a Montecitorio ed entrare nel palazzo dove ha sede la Camera dei Deputati. I manifestanti intendevano protestare contro l'alleanza tra Italia e Turchia, in particolare contro il passivismo di Erdogan che di fatto favorisce l'avanzata dei miliziani dello Stato Islamico in Rojava. L'irruzione è stata fermata dai commessi di Montecitorio e da alcuni poliziotti in assetto antisommossa che hanno allontanato o manifestanti, i quali hanno indietreggiato ed hanno proseguito pacificamente la loro dimostrazione. Molti di loro mostrano cartelli con scritto "viva la rivoluzione nel Rojawa", "viva la resistenza di Kobane" e "stop al sostegno capitalista all’Isis". A Montecitorio è arrivata la Digos, che sta procedendo all'identificazione dei dimostranti: pochi minuti più tardi è stata incrementata la presenza di uomini delle forze dell'ordine.
Le ragioni della protesta dei curdi a Montecitorio
Ma per cosa protestano i curdi? Sostanzialmente contro la complicità tra il governo turco guidato da Erdogan e i miliziani dell'Isis, entrambi interessati alla città di Kobane, città del Kurdistan Siriano al confine con la Turchia da cui nelle ultime settimane sono dovuti fuggire oltre 160mila civili. Si tratta di un avamposto curdo di enorme importanza. Come spiega Agoravox "quella regione autonoma kurda in terra siriana è la testimonianza di come l’utopia del leader storico Abdullah Öcalan sull’autonomia federale ultranazionale possa prendere corpo e realizzarsi. Il fondamentalismo jihadista la vive quale ostacolo alla sua espansione e dominio della regione, la Turchia come un pericoloso esempio che la più ben numerosa comunità kurda presente nei suoi confini può e vuole imitare. Il presidente Erdoğan, già nel precedente ruolo di primo ministro, ha giocato coi kurdi la partita doppia dei colloqui e della repressione, quest’ultima negli anni scorsi non meno dura di altri periodi. Certo non si sono verificati gli stermini e le deportazione degli anni Novanta, ma la situazione kurda è ancora appesa a un filo rispetto a bilinguismo, istruzione scolastica della cultura kurda e autonomia economico-amministrativa, quest’ultima concessa sulla carta e limitata dalla burocrazia".