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Rider a 2,5 euro a consegna, controllati ogni minuto e senza possibilità di rifiutare: a Messina “caporalato digitale”

Quattro le persone denunciate a piede libero per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e per violazione delle norme a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro. Si tratta dell’Amministratore Unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore del food delivery.
A cura di Antonio Palma
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Rider pagati a cottimo tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna, controllati ogni minuto tramite app e senza nessuna possibilità di rifiutare un ordine pena il licenziamento, è il vero e proprio sistema di “caporalato digitale” scoperto dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (NIL) di Messina con una complessa indagine coordinata dalla locale Procura della Repubblica e con il supporto del Nucleo Operativo del Gruppo per la Tutela Lavoro di Palermo.

Quattro le persone denunciate a piede libero per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e per violazione delle norme a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro. Si tratta dell’Amministratore Unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore del food delivery.

Secondo gli accertamenti investigativi, la società di consegne di cibo a domicilio sfruttava lo stato di bisogno di tanti raider costringendoli ad accettare compensi molto inferiori a quelli previsti dai Contratti Collettivi Nazionali ma anche orari massacranti, spingendoli di fatto ad esporsi a rischi stradali elevati, e metodi di sorveglianza degradanti.

Proprio il modello di controllo è stato uno degli aspetti messo sotto esame dagli investigatori dei carabinieri che hanno scoperto un sistematico controllo dei raider da parte degli indagati che in alcuni casi prevedeva aggiornamenti sulla loro posizione addirittura ogni minuto. Nel meccanismo erano stati coinvolti diverse decine di rider italiani, tra cui molti studenti e giovani che dovevano utilizzare proprio mezzi per effettuare le consegne che gli venivano imposte.

La società coinvolta infatti utilizzava una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva unilateralmente l’assegnazione degli ordini con controllo costante dei fattorini. Nessuna si poteva rifiutare pena ammonimenti o la perdita di ordini successivi. Il rider infatti doveva  inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e aggiornarla ogni minuto. Il sistema di controllo integrava inoltre anche l’utilizzo di chat WhatsApp attraverso le quali sarebbero stati gestiti centinaia di rider assunti con prestazioni autonome e occasionali ma di fatto dipendenti, secondo l’accusa.

Durante le indagini, secondo i carabinieri, i gestori della società, che è attualmente in fase di liquidazione, “mettevano in atto una serie di strategie per occultare le prove a loro carico: chiedevano al gestore del database aziendale di rimuovere fisicamente i dati degli ordini degli anni precedenti dall’archivio e modificare tempestivamente le credenziali e le password di accesso al sistema, e prendevano in considerazione anche la possibilità di nascondere il computer aziendale”.

Oltre alle denunce, emesse sanzioni per quasi 67mila euro per violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro e avviate le procedure di recupero degli oneri (contributivi, previdenziali e assistenziali) elusi per un importo 696mila euro, relativo a circa 300 rider che sulla carta non superavano la soglia dei 5.000 euro annui per evitare i versamenti previdenziali.

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