Pierfrancesco, educatore 28enne: “Amo il mio lavoro e non voglio abbandonare i miei bambini, ma così non c’è futuro”

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Pierfrancesco Iannetti, 28 anni, ha raccontato a Fanpage.it la propria esperienza da educatore. “Amo il mio lavoro e sento un forte dovere nei confronti dei miei ragazzi, ma a volte lasciare questo mestiere è una questione di sopravvivenza”.

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"Io sono nato per fare questo lavoro. Sono un educatore, lo sono da sempre e so che la mia vita deve essere dedicata ai ragazzi con bisogni speciali, il problema è che perfino per una persona con una motivazione forte come la mia è difficile andare avanti e fare i conti con un sistema che non ha alcuna considerazione della nostra categoria". A parlare a Fanpage.it è Pierfrancesco Iannetti, educatore 28enne di Lucera (Foggia).

Pierfrancesco ha deciso di raccontare la propria esperienza dopo aver letto alcune delle testimonianze raccolte sul tema dalla testata. "Non ho mai voluto fare nient'altro se non l'educatore e amo il mio lavoro – ha spiegato in un'intervista telefonica -. Ciò che non capisco è perché lo Stato ci tratta come se non esistessimo. Siamo figure importanti e questo lo vedo tutti i giorni quando affianco i docenti di sostegno. Non ci occupiamo di didattica, ma senza di noi affrontare un percorso scolastico in serenità per molti ragazzi sarebbe impossibile. Non voglio dover passare al sostegno solo perché è ciò che fanno tutti per assicurarsi un futuro e una vita dignitosa: la mia vocazione è quella dell'educatore e ho studiato per fare questo mestiere, ma lo Stato non ci riconosce la stessa dignità degli insegnanti di sostegno che vengono pagati dai 17 ai 21 euro netti all'ora facendone 18. Noi riceviamo 10 euro lordi al mese di retribuzione oraria e per fare una vita degna dobbiamo lavorare anche 26 ore settimanali".

Per fare questo lavoro, per un periodo Pierfrancesco ha anche fatto la valigia per andare a lavorare in una comunità nel Nord dell'Italia. "Sono stato lontano dalla mia terra per 6 mesi e non facevo altro che lavorare. Il sabato e la domenica facevo anche 12 ore. Capitava di lavorare dalle 9.30 alle 21.30. Ragionavo in una prospettiva futura, ma mi sono reso conto che tra affitto e vita non mi rimaneva nulla, così ho deciso di tornare al Sud e di entrare anche io nel mondo delle cooperative. Io non le condanno perché so che fanno parte del sistema, me la prendo con chi questo sistema lo ha formulato. Io e la mia fidanzata facciamo lo stesso lavoro e per noi è impensabile una casa e a un futuro insieme allo stato attuale. Dispiace, perché come professionisti siamo considerati l'ultima ruota del carro".

"In questi anni ho avuto diverse esperienze spiacevoli – ha spiegato ancora Pierfrancesco – compresa quella con una cooperativa che purtroppo non pagava di mese in mese. Con quella attuale mi trovo bene e non mi sento di dare una colpa a queste organizzazioni, mi chiedo però perché il destino degli educatori non interessi a nessuno. Ci occupiamo dell'aspetto comportamentale degli allievi, ma è importante esattamente come la didattica. Senza di noi, molti ragazzi non riescono ad adattarsi al mondo educativo che in quel momento li circonda. Guardando il trattamento riservato agli educatori, viene da pensare che al nostro Paese non importi neppure del futuro dei ragazzi fragili".

"Un contratto a tempo indeterminato non conviene, è quasi preferibile un contratto precario perché almeno nei mesi estivi si può accedere alla disoccupazione. In nessuno dei due casi si può però ragionare in ottica futura. Nonostante tutto, io sto conseguendo una seconda laurea in pedagogia perché questa è la mia vocazione. Non voglio lasciare il mio settore perché so di essere un educatore motivato e di grande supporto anche per i docenti di sostegno".

Pierfrancesco ha raccontato di sentirsi a tutti gli effetti un collega dei docenti con i quali lavora ogni giorno. "So che loro ci riconoscono come tali perché siamo un supporto al loro lavoro. Non dico che facciamo di più, perché siamo tecnici del comportamento, ma siamo importanti allo stesso modo. A volte mi capita anche di incassare i colpi dei ragazzi: lavoro con allievi autistici e quando hanno una crisi, ci sono io a cercare di calmarli. Gli insegnanti spesso non sanno come agire, ma sono molto grati. Più di una volta mi è capitato che i docenti mi ringraziassero e mi dicessero che sono a tutti gli effetti un collega".

Come spiega l'educatore, infatti, la formazione del ragazzo passa anche attraverso l'inclusione nel contesto classe. "Non ho alcuna intenzione di portare i ragazzi in un'altra stanza, perché da una parte ho il dovere di mostrare loro che ogni tanto bisogna adattarsi a contesti poco congeniali e dall'altra quello di mostrare ai loro compagni che è importante entrare in contatto con realtà diverse dalla propria. In qualche modo mi occupo dell'educazione non solo dei ragazzi con bisogni speciali, ma anche degli studenti che sono ogni giorno in classe con loro. A volte sono educatore perfino degli insegnanti, perché mi rendo conto che molti hanno paura di agire in maniera incisiva nelle loro classi con note o provvedimenti più severi".

"Per quanto mi riguarda, io amo il mio lavoro. Tutte le volte che ho dovuto lasciare ragazzi o bambini con bisogni speciali alla fine di un anno, erano loro ad accompagnarmi alla macchina nel mio ultimo giorno. Ogni giorno, quando entro in classe, i miei bambini mi vengono incontro e mi abbracciano perché riconoscono la figura che hanno davanti. In qualche modo si diventa un riferimento. Molti di loro vedono in noi educatori l'appiglio per avere la loro autonomia, è come se lo sapessero. In questa società, molti ragazzi rischiano di non avere un futuro".

"Sento di avere un dovere nei loro confronti, ma alcune volte mi chiedo che senso abbia tutto quello che faccio. Per noi educatori la vita è un percorso a ostacoli e per quanto mi piaccia quello che faccio, a un certo punto diventa questione di sopravvivenza".

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