Le giornate del professor Hatem a Gaza: “Lezioni tra le bombe e 750 studenti uccisi, ma così difendiamo il futuro”
Hatem A Elaydi alle sei è già in piedi. Una ciabatta dopo l’altra scende dal letto, un confortevole privilegio rimasto a pochi nella Striscia di Gaza; si assicura che i suoi sette figli stiano bene, che alla moglie non serva niente, butta giù un boccone e parte.
La strada che un tempo percorreva in 15 minuti oggi gli ruba più di un’ora.
Primo step: attendere un camion che lo possa portare fino all’Università di Gaza City, dove Hatem insegna Ingegneria Elettrica dal 1998.
"Le strade sono disastrate e non ci sono trasporti normali. Quindi viaggiamo su camion o cose simili, a pagamento, un tipo di trasporto che non è adatto agli esseri umani”, racconta il professore a Fanpage.it. “L'auto ha bisogno di carburante, di benzina, e la benzina non si trova. Quindi i camion condivisi sono l’unica opzione disponibile. Praticamente professori e studenti arrivano all'università già stanchi per il viaggio”, continua.
"La nostra università aveva tre campus: uno al centro per gli studenti di medicina, uno a sud a Khan Yunis e il campus principale a Gaza. Qui avevamo 19 edifici, ne sono rimasti quattro, parzialmente danneggiati. Nel campus centrale abbiamo un edificio e un ospedale ora totalmente danneggiati. Nel sud avevamo due edifici, anch'essi completamente distrutti, quindi non ci è rimasto nulla. Per poter lavorare, al momento abbiamo ristrutturato due edifici a Gaza City”, ci spiega il professore in collegamento telefonico, “avevamo oltre 200 laboratori scientifici, ne abbiamo appena ristabiliti quattro. Su 80 laboratori di informatica ce n'è rimasto uno. Avevamo circa 16.000 studenti, adesso ne abbiamo circa 14.000, distribuiti in tutta la Striscia di Gaza, o quello che ne resta, ovvero circa il 30% dell'area che avevamo a disposizione prima del 7 ottobre 2023. Circa il 20% del nostro corpo docente e il 10 % dei nostri studenti si trovano all'estero in questo momento, così utilizziamo due modalità di insegnamento che è online e in presenza, io insegno in entrambi i modi".
Le lezioni in presenza a Gaza si svolgono solo nelle aree vicine al campus, tra Gaza City e la zona centrale della Striscia, per facilitare agli studenti il raggiungimento delle aule.
“Andare all’università è pericoloso, sia per noi insegnanti che per gli studenti”, spiega il professore, “evitiamo di far venire in presenza studenti che vivono lontano, diciamo che su 14.000 studenti, solo 6.000 possono seguire in presenza. Le persone che vivono più lontano da Gaza City, seguono esclusivamente online”.
Le lezioni in presenza iniziano verso le 9, in modo che gli studenti abbiano il tempo di arrivare, e finiscono per le tre del pomeriggio in modo che possano tornare a casa prima che faccia buio. “Quando esco dall’Università spero di trovare una macchina o qualcosa che mi riporti a casa, se non c’è vado a piedi. Di solito per le 16:30 sono a casa, mi assicuro che anche i miei figli siano tornati dall’Università e che mia moglie stia bene, e carico le lezioni online prima che vada via la luce del sole con cui riusciamo a produrre energia elettrica. Internet a Gaza non è affidabile e la rete elettrica centrale è stata distrutta sin dal primo giorno di guerra, quindi fondamentalmente andiamo avanti con piccoli impianti solari fotovoltaici; perché dall'inizio della guerra non arrivano più batterie a Gaza. Dopo il tramonto non c'è internet e non c'è elettricità”, continua il professore.
Ci vuole sempre un po' per caricare le lezioni online, il dottor Hatem attende di fronte al pc per ore prima che tutto sia sul drive. “A volte dobbiamo lasciare casa e andare in posti dove c'è una velocità di upload maggiore. È davvero complicato per l'insegnante caricare queste lezioni. Usiamo una piattaforma Moodle open source, registriamo le lezioni prima e per alcuni studenti abbiamo un incontro settimanale online in modo che possano fare domande; a volte abbiamo discussioni online con gli studenti in modalità sincrona. Ma la modalità asincrona garantisce che le lezioni, i compiti, i quiz e gli esami siano disponibili sempre sul drive. Per noi è come insegnare contemporaneamente in due università”, spiega il professore.
Oggi Hatem va all'Università solo due o tre volte alla settimana, così è stato deciso per poter far riposare studenti e insegnanti. “Non è sostenibile andarci tutti i giorni. Prima ci andavano tutti i giorni ma adesso abbiamo bisogno di un giorno di riposo per riprenderci dalla giornata all'università”, commenta.
“La maggior parte dei nostri studenti e dei professori vive in tende. E nelle tende non si hanno lussi di alcun tipo. Persino trovare l’acqua potabile è un lusso. Quindi è difficile chiedere ai propri studenti di fare i normali compiti o lavori universitari in tali circostanze. Poi bisogna considerare il loro stato mentale. Certe volte manca uno studente che avevo visto solo il giorno prima. Chiedo agli altri cosa sia successo e mi dicono che è stato ucciso. Non succede raramente. È molto dura. Stavo cercando di ottenere delle statistiche su quanti studenti abbiamo perso durante la guerra, e ho ottenuto una lista di oltre 750 studenti. Guardavo i loro nomi ed è stato uno dei giorni peggiori che abbia mai vissuto, perché riuscivo a vedere il volto di ciascuno di loro. L'altra questione è che come facoltà di ingegneria abbiamo bisogno di laboratorio, senza è difficilissimo riuscire a insegnare abilità pratiche. Stiamo creando laboratori virtuali ma nulla è paragonabile ai veri laboratori. Inoltre dentro l’Università di Gaza vivono ancora tantissimi sfollati”, continua il professore che, nonostante tutte le difficoltà, non ha mai smesso di credere fermamente nel ruolo dell’educazione.
“Continuare a insegnare significa che c'è ancora un futuro per Gaza. Sì, questo è qualcosa per cui abbiamo combattuto, per riavere l'istruzione. Abbiamo interrotto l'insegnamento all'inizio della guerra per otto mesi, non potevamo letteralmente muoverci, e questa è stata la nostra sfida principale. Né gli studenti né il personale riuscivano a connettersi a Internet ma abbiamo cercato gradualmente di tornare a insegnare. Abbiamo iniziato a piccoli passi, e poi finalmente siamo tornati a essere un'Università nel giugno 2025”, conclude l’uomo. “L'istruzione dà speranza non solo agli studenti, ma alla società nel suo insieme. Ecco perché mi sono impegnato a ristabilire l'istruzione a Gaza durante la guerra: per dare speranza che ci saranno giorni migliori, che la vita possa tornare alla normalità, che si possa vivere in pace in futuro”.