Perché le scuole delle Marche hanno più condizionatori del resto dell’Italia, ma non c’è molto di cui esultare

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Nelle Marche la percentuale di edifici scolastici dotata di climatizzazione sfiora il 40%, il dato più alto in Italia. Un primato che potrebbe sembrare il risultato di una politica scolastica all’avanguardia, ma che in realtà affonda le sue radici nella tragedia del terremoto del 2016.

Nell'estate più calda della storia o – se preferite – nella più fresca dei prossimi anni, il rientro tra i banchi si preannuncia come una vera e propria odissea climatica, che rischia tra l'altro d trasformarsi in un'emergenza sanitaria soprattutto nelle regioni più torride del Paese. Non è un caso che da settimane sia in corso un acceso dibattito sull'opportunità di posticipare l'inizio delle lezioni di qualche settimana: le temperature anomale di questo inizio settembre rischiano infatti di complicare ulteriormente il lavoro di insegnanti e personale scolastico, mettendo a serio rischio la loro salute e quella degli studenti, stipati in aule che si trasformano rapidamente in vere e proprie fornaci; provate a mantenere alta la soglia d'attenzione in un ambiente in cui non di rado si sfiorano i 30 gradi e per ore si rimane "stipati" in più di 20!

Quante scuole italiane sono dotate di condizionatori

In questo contesto, in un'Italia che fa sempre più i conti con temperature da record, l'aria condizionata negli istituti scolastici è un autentico miraggio, un lusso riservato a pochi: secondo il recente report "L'estate addosso" pubblicato dal think-tank indipendente Tortuga, solo il 10% circa delle scuole italiane dispone di un impianto di climatizzazione con livelli imbarazzanti in Piemonte, Umbria e Basilicata, dove la percentuale scende al 5%.

L'anomalia positiva delle Marche

Osservando la mappa nazionale, tuttavia, balza immediatamente all'occhio un'anomalia: nelle Marche la percentuale di edifici scolastici dotata di climatizzazione sfiora il 40%, il dato più alto in assoluto. Un primato che potrebbe sembrare il risultato di una politica scolastica all'avanguardia, ma che in realtà affonda le sue radici nella tragedia del terremoto del 2016. Lo stesso report di Tortuga spiega chiaramente che questo picco è legato al vasto programma di rifacimento dell'edilizia scolastica nel cratere sismico: "In una regione relativamente piccola, con un numero contenuto di plessi, una quota consistente di edifici nuovi può spostare molto la percentuale complessiva. Anche nei territori più attrezzati, tuttavia, meno di una scuola su due può contare su un sistema di raffrescamento". Va aggiunto, inoltre, che la stragrande maggioranza degli ammodernamenti dovuti alla ricostruzione riguarda territori montani o pedemontani, quelli più colpiti dallo spopolamento, nei quali quindi spesso ci sono scuole "fresche" ma si fa fatica persino a comporre delle classi per la scarsità di alunni, per lo più concentrati sulla costa.

A proposito, a che punto è la ricostruzione delle scuole dopo il terremoto del 2016

Vale la pena, a questo punto, aprire una parentesi sulla ricostruzione pubblica e concentrarsi sulle scuole del cratere; se alcuni edifici sono stati ricostruiti con standard elevati, molti altri sono ancora un cantiere aperto o, peggio, un progetto sulla carta. Il report "Dieci anni dopo: i dati raccontano" diffuso il 18 agosto scorso da ActionAid scatta una fotografia severa sulle aree del cratere. Analizzando i dati disponibili al 2025 per i 44 Comuni maggiormente colpiti, emerge che su 63 interventi programmati per le scuole, ben il 59% (37 istituti) era ancora fermo alle fasi precedenti all'apertura materiale dei cantieri. Un'attesa estenuante lunga complessivamente 10 anni, con una media di 5 anni e mezzo trascorsi dalla semplice generazione del codice ufficiale di progetto (CUP) per quegli interventi non ancora avviati.

I dati di ActionAid e quelli del Commissario alla Ricostruzione

È indubbio, però, che dopo anni di paralisi la macchina della ricostruzione abbia iniziato a muoversi. A partire dal 2021, sotto la guida del commissario Giovanni Legnini, e successivamente dal 2023 con l'attuale commissario straordinario Guido Castelli, la ricostruzione ha sicuramente registrato una accelerazione. I numeri forniti da ActionAid, infatti, presentano una discrepanza rispetto a quelli rivendicati dal Commissario; non a caso la Struttura Commissariale ha replicato al dossier dell'ONG, sottolineando come l'analisi dell'associazione si basi su dati obsoleti (fermi ad aprile 2025). Secondo la squadra di Castelli considerare "mai partiti" i cantieri in Fase 6 – ovvero quegli interventi che hanno completato tutto l'iter tecnico, hanno un progetto esecutivo già approvato e una gara d'appalto in corso – non restituisce un'immagine aderente alla realtà. "Ricondurre alla medesima categoria un intervento
ancora nelle fasi amministrative iniziali e uno che abbia già completato la progettazione e sia giunto alla fase di affidamento rischia di costituire una forzatura
metodologica e di restituire ai cittadini una rappresentazione non pienamente aderente all’effettivo stato di avanzamento della ricostruzione".

I dati aggiornati al 2026, presenti nel "Rapporto sulla ricostruzione", raccontano di un cambio di passo. A livello generale, circa il 40% delle opere pubbliche programmate ha raggiunto la fase di cantiere o risulta concluso. Sul fronte specifico dell'edilizia scolastica, gli ordini di attivazione sono passati in un anno da 125 a 197 (+57,6%), su un piano totale che prevede 459 interventi per 1,6 miliardi di euro. Numeri alla mano, questo significa che circa il 43% dei progetti per le scuole risulta oggi formalmente sbloccato e attivato.

Tuttavia, al di là delle discrepanze statistiche e del rimpallo di cifre, il dato di fondo è inequivocabile: anche considerando gli evidenti sforzi e l'accelerazione degli ultimi anni, a distanza di dieci esatti anni dal sisma la ricostruzione delle scuole è sicuramente indietro.

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