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Il problema dell’Italia sono acqua e cibo, non migranti e sicurezza

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Fiumi e laghi in secca, incendi più che raddoppiati, raccolti agricoli crollati. Non manca molto prima che l’Italia si trovi nel mezzo di una crisi idrica e alimentare. Eppure nessuno sembra interessarsene, a partire dal governo.

Italia, abbiamo un problema. E no, non sono i migranti. E nemmeno la legge elettorale. Molto semplicemente, abbiamo sempre meno acqua e sempre meno cibo. Abbiamo il 60% del territorio in siccità e coi raccolti decimati, con rese che in alcuni casi arrivano a lambire il -70%. Abbiamo bacini idrici in sofferenza, con il 30% di acqua in meno rispetto al normale, laghi semivuoti e il Po in secca. Abbiamo gli incendi che sono più che raddoppiati, arrivando a bruciare circa 75mila ettari di boschi e pascoli dall’inizio dell’anno – e da ieri su Fanpage abbiamo una mappa che ve li mostra in tempo reale. E abbiamo il cuneo salino che continua a risalire il Po, bruciando campi un tempo fertili e rendendoli progressivamente deserto.

Ora, magari tutto questo vi lascia indifferenti, e un po’ lo capisco: non c’è persona che legga questo articolo, credo, che abbia mai associato il concetto di scarsità a cibo e acqua in vita sua, nemmeno per un giorno. Ma, se va avanti così, e se lasciamo che la crisi climatica dispieghi i suoi effetti senza fare nulla, questo è quel che ci toccherà in sorte, senza nemmeno dover aspettare troppo: un Paese senz’acqua per coltivare campi sempre più aridi e sempre meno fertili. In altre parole, un Paese che non è più in grado di produrre cibo.

Mal comune in questo caso non è mezzo gaudio: e sapere che anche in Francia, ad esempio, la produzione di mais è inferiore del 35% rispetto al 2025, e che a fine anno il raccolto sarà il peggiore dal 1980 a oggi non ci può e non ci deve rassicurare. Perché la Francia è, insieme alla Germania, l’unico Paese europeo tra i quindici Paesi al mondo che da soli, contribuiscono al 75% del fabbisogno alimentare globale. Perché vuol dire, banalmente che il cibo ce lo dovremo andare a prendere sempre più altrove. E altrove non se la passano bene, tanto quanto noi.

Nella migliore delle ipotesi, insomma, ci toccherà spendere sempre di più per mangiare cibo che proviene da sempre più lontano. O passare estati tra mille restrizioni idriche per consentire ai campi di essere irrigati. O di lasciare che l’agricoltura utilizzi a piene mani l’acqua di falda, quella che usiamo per bere. Nella peggiore delle ipotesi, il cibo comincerà a costare così tanto che qualcuno comincerà a comprarne sempre meno. E sempre più persone si troveranno in una condizione che l’Italia non sperimenta da secoli e che pensava non avrebbe mai più sperimentato: quella della povertà alimentare. Per la cronaca, già oggi una famiglia su dieci taglia sulla qualità del proprio cibo a causa della mancanza di soldi. E se vi sembra tanto, sappiate che non è nulla rispetto a quel che ci aspetta.

E ok, forse una critica all’attuale governo può sembrare fuori luogo di fronte a tutto questo, quasi strumentale. Però, avete notizie dal nostro ineffabile ministro della sovranità alimentare? Avete notizie di decreti d’urgenza, richieste di intervento in Europa, di lettere promosse e firmate da 22 Paesi? Di patti europei per il cibo e per l’acqua? O anche solo contezza che qualcuno, di grazia, se ne stia occupando?

Quando chiediamo che il governo si occupi della crisi climatica, banalmente, intendiamo questa roba qua. Non un condizionatore per ogni italiano, ma una politica che metta in sicurezza gli standard minimali di benessere di ciascuno di noi – uscire di casa, nutrirsi, bere – e che agisca sulle cause, impedendo che le cose peggiorino velocemente, di anno in anno.

Quando dicono che questa sarà la migliore estate del resto della nostra vita, non esagerano. Come non esageravano anni fa, quando ci dicevano che se non avessimo fatto nulla, avremmo presto vissuto estati come questa. Quanto aspetteremo ancora, prima di fare qualcosa?

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