“La pandemia è una gigantesca sfida al mondo: possiamo reinventare le nostre economie e la nostra società. Oppure rischiamo che la Storia si ripeta e che torni il fascismo in Europa”. Paul Mason, giornalista, saggista, è uno degli intellettuali di riferimento della nuova sinistra mondiale. Inglese di Leigh, un sobborgo di Manchester, ha dato alle stampe libri come “Postcapitalismo” (2015) e “Il futuro migliore” (2019), entrambi editi da “Il Saggiatore”, che hanno imposto Mason nel dibattito come uno dei più originali e influenti intellettuali radicali: “Da un punto di vista economico non ci sarà nessun ritorno alla normalità – spiega Mason a Fanpage.it in collegamento dalla sua quarantena -. Anche se la recessione dovesse essere di breve durata, come una specie di grande V, che va giù e poi immediatamente torna su, la seconda parte della V sarà più piccola. Anche dopo la ripresa ci ritroveremo più poveri da come siamo entrati nella pandemia”.

Come mai è così pessimista?

Perché stiamo perdendo capacità produttiva. Perché tante attività consolidate chiuderanno e non riapriranno più. Per questo penso sarà, nella migliore delle ipotesi, una recessione più simile a una U, in cui toccheremo il fondo e ci resteremo per un bel po’: del resto, questo è quel che succede quando le aziende falliscono, quando interi comparti produttivi vanno in crisi. E il peggio, peraltro, rischia di avvenire dopo, soprattutto nell’Unione Europea.

Di nuovo: come mai?

Perché quando la crisi sanitaria sarà finita e tutto sembrerà essere tornato normale, i partiti pro austerità ricominceranno a domandare tagli alla spesa. Per l’Europa, quella V che si è trasformata in U rischia di diventare una L, senza più alcuna risalita: quel che successe alla Grecia, in altre parole. Ma stavolta sarà un intero continente a farne le spese.

Difficile credere che l’Europa finisca per fare la fine della Grecia senza fiatare…

Lo credo anche io. Penso – o almeno spero – che la gente abbia finalmente capito che quest’ultima emergenza Coronavirus sia parte di una crisi molto più generale: dalla crisi finanziaria globale del 2008, alla crisi dei debiti sovrani del 2011, gli incendi in Australia e nella tundra russa del 2019, e adesso questa pandemia globale.

Che c’entrano l’uno con l’altro questi eventi?

C’entrano, perché modelli economici disfunzionali e un rapporto disfunzionale tra l’uomo e il pianeta che abita sono le due metà del medesimo problema. Prendi quel che è successo cento anni fa: al tempo nessuno si sarebbe sognato di mettere in relazione la prima guerra mondiale con l’influenza spagnola, col periodo delle rivoluzioni a cavallo degli anni venti, sino all’avvento del nazifascismo. Eppure oggi sappiamo quanto quegli eventi fossero legati: quanto la guerra aveva aiutato la diffusione dell’influenza spagnola, e quanto entrambe, la guerra e l’influenza spagnola aveva cambiato le società europee.

Anche oggi sta avvenendo la stessa cosa?

Prendiamo i virus zoonotici come il Covid-19: nasce dalla distruzione delle foreste, si diffonde in tutto il mondo a causa della globalizzazione e genera morti su morti negli slum da milioni di persone che sono sorti attorno alle megalopoli di tutto il mondo per ammassare i poveri, luoghi senza alcun servizio e in cui le misure di contenimento come il distanziamento sociale sono impossibili. Questa epidemia è una gigantesca sfida al mondo, che ci chiede di cambiare radicalmente la nostra economia e le nostre società.

Lo faranno le sinistre o lo faranno i nuovi autocrati come Putin e Orban?

Dodici anni attaccato al respiratore delle iniezioni di liquidità delle banche centrali e dai salvataggi di Stato non hanno guarito il capitalismo. Anzi, la malattia si è aggravata: quel che è emerso verso la metà della scorsa decade, con Trump, con Farage, con Bolsonaro è parte di un nuovo progetto, che chiamerei neoliberismo nazionalista.

Che cosa intende per neoliberismo nazionalista?

Prima la globalizzazione ha distribuito ricchezza alle classi agiate e scaricato costi e tagli sulla working class. Poi, dopo la crisi del 2008 si è messa a difendere le working class di ciascun Paese scaricando tutti i costi all’esterno, sull’Africa derubata delle proprie risorse naturali o sugli schiavi del sud est asiatico. Più o meno, è la versione riveduta e corretta di quel colonialismo che credevamo di aver abbattuto con la seconda guerra mondiale. Mentre ciò accade, Putin, l’alt right americana, il partito comunista cinese di Xi Jinping stanno inondando la rete di meme e fake news che mirano a disintegrare la fiducia nella democrazia delle persone. L’internazionale nazionalista è uno dei paradossi più bizzarri della nostra epoca.

Crede che ci sia un disegno complessivo, dietro queste esperienze così diverse?

Il retroterra ideologico è il medesimo, anche se ciascuno di questi attori, sia esso americano, russo o cinese risponde ai propri scopi: il messaggio che oggi viene costantemente diffuso dai media russi, ad esempio, è che l’Europa si sta disintegrando. Un messaggio rivolto ai Paesi dell’Est Europa: uscite dall’influenza occidentale prima che sia troppo tardi e tornate sotto l’ombrello russo. Credo che questa propaganda continuerà e raggiungerà il suo culmine quando faremo i conti con le conseguenze economiche della pandemia.

Come possiamo disinnescare questi messaggi?

Siamo la generazione più istruita della storia dell’umanità, abbiamo la conoscenza, conosciamo la Storia. Possiamo evitare di commettere gli stessi errori. Possiamo prevenire quel che sta arrivando. Il bivio è lì di fronte a noi, anche per il capitalismo.

Ecco, per l’appunto: il capitalismo da che parte sta?

Questa crisi è una sveglia anche per le élite neoliberiste. Dopo la crisi globale del 2008 nessuno si era sognato di dire che il sistema fosse completamente a pezzi, che bisognava ricostruirlo da zero. Ora è il Financial Times che parla di intervento statale nell’economia, di reddito universale, della monetizzazione del debito. Finalmente si muove qualcosa. Perlomeno, abbiamo una possibilità di evitarci un futuro analogo a quello degli anni ’30 del Novecento.

Secondo lei rischia di tornare il fascismo?

Noi siamo persuasi che i fascismi siano un incidente della Storia occorso nella prima metà del ventesimo secolo, un fenomeno morto. Io credo che invece i processi economici e sociali che hanno portato al fascismo siano un fenomeno ricorrente nella storia del capitalismo. Le élite capitaliste sfruttano il popolo e quando non ce la fanno più, chiamano i fascisti a mettere ordine. Credo non si dica mai abbastanza quanto Giolitti e la borghesia economica italiana hanno aperto la strada al fascismo in Italia.

Come si evita questo scenario?

In Postcapitalismo scrivevo che la scala dei cambiamenti era talmente grande che noi dovevamo cominciare dal piccolo: economia sociale, sharing economy. Oggi credo che invece il ruolo degli Stati, dall’alto, sia centrale per affrontare davvero il cambiamento. E lo è di fronte alla più grande sfida che dobbiamo affrontare: quella del clima. Dobbiamo nazionalizzare tutti i grandi player dell’energia, e seppellire il carbone e tutti i combustibili fossili sottoterra, da dove sono venuti, a fare un gigantesco investimento statale nelle energie rinnovabili. E farlo in fretta.

Abbastanza radicale, come pensiero…

Lo è. Ma il gradualismo può funzionare solo in tempo di pace, non in un emergenza. In emergenza, fare le cose un passo alla volta non funziona.

Lo Stato deve prendere il controllo dell’economia? Attenzione: è quel che pensano anche i fascisti…

Noi sappiamo che uno degli effetti scontati di questa crisi è che accrescerò il prestigio e la forza degli Stati nazionali. Dobbiamo darlo per scontato. Delle altre istituzioni internazionali non ti puoi fidare: non ti puoi fidare delle grandi multinazionali, non ti puoi fidare delle grandi banche, non ti puoi fidare nemmeno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in questi giorni è stata accusata di essere manovrata dalla Cina.

Non è una prospettiva molto confortante…

Il vero problema è la sorveglianza statale, e dovremo farci i conti, molto presto. Questo riguarda soprattutto il controllo della salute dei cittadini, che nel momento in cui ti confronti con una pandemia, diventa un tema di pubblica sicurezza.

Questo vuol dire che la nostra salute diventa un affare di Stato?

Probabilmente sì, ci verrà imposta qualche ulteriore forma di controllo sul nostro smartphone, ma io credo che la questione si porrà soprattutto come sorveglianza dei confini nazionali.

Cosa intende?

Credo ci sarà una forte stretta sui movimenti internazionali delle persone. Primo tema: chi ha voglia di investire oggi in una compagnia aerea, sapendo che rischia un’altra pandemia e un’altro lockdown potenzialmente in grado di costare decine di miliardi? Secondo tema: io credo che i cittadini stessi di ciascuno dei Paesi colpiti dalla pandemia chiederanno maggiori controlli. Tra qualche mese, per venire nel Regno Unito, o in Italia si dovrà mostrare una specie di Passaporto della Salute che certifichi che sto bene e che non sto portando malattie nel Paese che visito. Ritroveremo i confini, in un mondo che pensava di averli abbandonati.

Uno a zero per i nazionalisti…

Sì, ma non credo che su questo si debbano fare battaglie ideologiche. Io credo che la vera battaglia ideologica vada fatta con chi dice che la sorveglianza e l’invasione della privacy sono una buona cosa. Il grande tema della modernità – già ne parlavo nel mio ultimo libro ma vale ancora di più dopo questa pandemia – è il conflitto per la difesa dei nostri diritti individuali. Dentro un mondo in cui torneranno in auge gli Stati nazionali dovremo difendere con le unghie e coi denti ciò su cui si fondano i nostri diritti individuali, la vera architrave ideologica della nostra era iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Di cosa parla?

Dell’universalismo, dell’idea che ci siano diritti che valgono per tutti gli esseri umani indipendentemente da dove nascano. E in questo caso, il più grande nemico dell’universalismo, oggi, è la Cina. Che da anni sta lottando per rimuovere ogni concetto di universalismo dalle leggi internazionali.