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Lea Garofalo, uccisa dalla ndrangheta perché voleva dare alla figlia una vita migliore

Ha lasciato il compagno boss per dare alla figlioletta una vita migliore. Diventata testimone di giustizia, nel 2009 dopo anni passati a nascondersi con sua figlia, Lea Garofalo è stata uccisa barbaramente dall’ex. L’uomo, però, non è riuscito a riprendersi sua figlia Denise. Sarà proprio lei a farlo arrestare, dando giustizia a sua madre.
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Petilia Policastro, fazzoletto di case a 50 minuti da Crotone, in Calabria, negli anni Settanta fu insanguinato da una feroce guerra di ndrangheta, la cosiddetta Faida di Pagiarelle. Antonio Garofalo, signore dei traffici con il Nord, perse la vita negli scontri tra ndrine locali per il controllo del traffico di droga, lasciando orfani le figlie Marisa e Lea, e l'erede al comando Floriano, che vendicò l’omicidio del padre diventando il nuovo boss di Petilia, con in mano i fili del traffico di stupefacenti con il Nord.

Carlo Cosco: il marito boss

Dopo un’infanzia passata nel terrore di agguati e vendette, a quattordici anni la piccola Lea conobbe per la prima volta l’amore. Si innamorò di un ragazzo di diciassette anni, Carlo Cosco, che però non era un compagno di scuola, come sarebbe normale a quell’età, ma una giovane leva della ndrangheta. Per lui la relazione con Lea rappresentava un trampolino di lancio negli affari della famiglia Garofalo, imparentandosi con loro avrebbe avuto la possibilità di scalare la gerarchia e diventare boss e infatti venne mandato a gestire il traffico di droga a Milano. Innamorata e testarda, Lea, che non aveva compreso il reale motivo che aveva portato Carlo ad avvicinarsi a lei, decise di seguirlo a Milano, dove andarono a vivere in via Montebello. Nel 1991, a soli diciassette anni, Lea diede alla luce Denise.

Denise Cosco

La giovanissima mamma scoprì ben presto cosa volesse dire essere la compagna di un uomo di ndrangheta e mettere al primo posto gli affari della famiglia, invece che gli affetti, le catene della paura, invece che la gioia della libertà. Decise che quella non era la vita che voleva per sua figlia, così nel corso di un colloquio in carcere con il compagno gli annunciò la decisione lasciarlo, lui reagì aggredendola. Sapeva bene che una donna di mafia non può lasciare il suo compagno e rifarsi una vita, ma non le importava, perché Lea faceva quello che voleva senza chiedere il permesso, così, prese Denise e se ne andò via. Furono anni di solitudine e sacrifici, passati a chiedere rifugio come due clandestine, ridotte a guardarsi le spalle ovunque andassero. Alla fine Lea capì che da sola non ce l’avrebbe fatta e nel 2002 prese la decisione di collaborare con la giustizia. Prese Denise e andò in caserma, dove, quando seppero chi era e cosa aveva intenzione di fare, la interrogarono per ore e ore, mentre la piccola Denise aspettava seduta su una sedia nella sala d’attesa. Alla fine approvarono il suo inserimento nel programma di testimoni di giustizia.

Testimone di giustizia

Cominciò in quegli anni un peregrinare senza sosta tra un alloggio e l’altro, sotto falso nome, senza amici e senza sostegno. In fondo, non era cambiato molto da quando aveva chiesto la protezione dello Stato, erano sempre in due: Lea e Denise- Quella vita da fuggiasche, sole contro il mondo fece di madre e figlia una sola cosa. “Sei la mia ragione per andare avanti, tu avrai tutto quello che io non ho mai avuto nella vita”, ripeteva Lea a sua figlia. Nonostante lei avesse denunciato la propria famiglia, mettendo se stessa e la figlia in una posizione di altissimo rischio, nel 2007 le fu tolta la protezione perché la sua collaborazione fu ritenuta ‘non significativa’. Disperata, ma non certo sul punto di arrendersi, Lea fece ricorso al Tar ottenendo di rientrare nel programma.

La rottura con lo Stato

I successivi due anni passarono in un appartamentino di Campobasso, dove Lea era ormai era allo stremo delle forze, senza un lavoro, senza prospettive e con il rischio che la ragazza, oramai adolescente, rischiasse di perdere il diploma per i continui spostamenti. Le cose da quando era entrata nel programma erano molto cambiate: la sua famiglia di origine, con l'omicidio di Floriano, era ai margini dei traffici e Carlo  – al quale Lea non aveva mai negato di vedere sua figlia – era cambiato, era disponibile e per la prima volta si comportava come un padre. Allora prese una decisione rischiosa. Uscì dal programma e riallacciò i contatti con Carlo, al quale chiese aiuto per trovare un appartamento in cui lei e Denise potessero vivere a Campobasso. Lui acconsentì e le sistemò in una casetta a Campobasso e si tenne in contatto con loro. Un giorno Lea ricevette la visita del tecnico della lavatrice inviato dalla ditta per una riparazione.

L'aggressione a Milano

Quando aprì la porta a quell’uomo un brivido le corse lungo la schiena. Ebbe un sospetto, ovvero che quello fosse un sicario mandato da Carlo o dalla sua famiglia, allora afferrò un coltello e gli intimò di mostrarle il contenuto della cassetta degli attrezzi. ‘D’accordo, nessun problema’. Neanche il tempo di accorgersene  e la donna si trovò disarmata, con quell’energumeno addosso. Allora accorse Denise, che solo per caso quel giorno non era andata a scuola. La ragazza aggredì l’uomo a calci e pugni e poi con l'aiuto di sua madre riuscì a metterlo in fuga. Mentre lo guardava scappare, la ragazzina gli urlò con il poco fiato che le restava: “Chi ti manda?!”. La presenza, nel furgone parcheggiato di un bidone dell’acido in cui la mafia scioglie i corpi, non lasciò molti dubbi.

L'appuntamento con la morte

Carlo negò di essere coinvolto in quella storia e pregò Lea di tornare a Milano per parlare del futuro di Denise. Colse nel segno, dritto al cuore, nel punto di Debole di Lea: il futuro di sua figlia. Lea acconsentì, aveva un gran bisogno di soldi. Denise le aveva parlato di un maglione che le sarebbe piaciuto tanto, ma non aveva i soldi per comprarlo. Con le vecchie guerre ormai alle spalle e Lea si sentiva ormai sicura e la sera del 24 novembre 2009 accettò di parlare con lui mentre Denise era con gli zii. Lui la trascinò in un appartamento di piazza Prealpi, dove fece quello che aveva sempre voluto fare: metterla a tacere. Lea fu picchiata selvaggiamente e strangolata. Poi, con la complicità di altre tre persone, il suo corpo fu dato alle fiamme e sciolto nell’acido. Quel che ne restava fu nascosto in vari tombini.

L'indagine per omicidio

Quella sera fu Denise a denunciare la scomparsa di sua madre e a chiarire ai carabinieri che si trattava di un omicidio, che la donna era da tempo nel mirino del suo ex. Nel 2010 Carlo Cosco, i fratelli Giuseppe e Vito, Massimo Sabatino – rivelatosi il falso tecnico della lavatrice – Carmine Venturino e Rosario Curcio furono arrestati per l'omicidio di Lea Garofalo. Come era toccato a sua madre, prima anche Denise fu tradita dal ragazzo che amava. La ragazza si era legata a Carmine Venturino, contiguo alla cosca, il quale, pur avendo partecipato all'omicidio della giovane mamma al processo diede un contributo decisivo. Solo grazie alla collaborazione del ragazzo il corpo di Lea fu ritrovato.

L'eredità di Lea: un libro e un film

"È solo per amore di Denise se accetto di ripercorrere l'omicidio di Lea Garofalo", disse durante una testimonianza. All'epoca dei fatti la stampa non si occupò dell'omicidio di Lea Garofalo, solo molti anni dopo, quando venne riconosciuta vittima innocente di mafia, il suo caso divenne oggetto di approfondimenti e saggi. Un libro, "Il coraggio di dire no", scritto da Paolo De Chiara, e un film, Lea ne hanno reso immortale la storia. Oggi Lea, una delle poche donne a ribellarsi alla ndrangheta, viene ricordata come un esempio di coraggio e indipendenza. Dopo aver fatto condannate gli assassini di sue madre Denise ha iniziato una nuova vita lontano dalla Calabria, con un altro nome. Alla fine, pur pagando con la propria vita, Lea ha ottenuto quello che voleva, fare della propria figlia una donna che non si piega.

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Giornalista dal 2012, scrittrice. Per Fanpage.it mi occupo di cronaca nera nazionale. Ho lavorato al Corriere del Mezzogiorno e in alcuni quotidiani online occupandomi sempre di cronaca. Nel 2014, per Round Robin editore ho scritto il libro reportage sulle ecomafie, ‘C’era una volta il re Fiamma’.
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