Metaniera russa Arctic Metagaz alla deriva nel Mediterraneo: “È una bomba a orologeria, va affondata”

È ancora a galla e alla deriva la metaniera russa Arctic Metagaz, bomba ad orologeria che da giorni rimbalza in acque internazionali tra la zona di ricerca e soccorso italiana, quella libica e quella maltese. Le stesse acque che hanno risucchiato il corpicino del bimbo di due anni disperso nell’ultimo naufragio avvenuto a largo di Lampedusa. Lo stesso mare che da anni è testimone e palcoscenico della crisi globale che bussa sempre più forte alle nostre porte.
La metaniera battente bandiera russa, sanzionata da USA, UK, Canada, UE, Svizzera e Australia, era stata colpita da una serie di esplosioni tra il 3 e il 4 marzo scorsi. Le autorità russe hanno subito accusato l’Ucraina di un attacco sulla metaniera diretta verso il canale di Suez, l’Ucraina però non l'ha mai rivendicato.
Al momento il relitto sarebbe entrato in zona Sar libica, ma come testimoniato dai tracciati pubblicati dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura sul suo profilo X, da giorni è spinto dalle correnti tra Malta e Sicilia fino ad arrivare a poche miglia nautiche dall’isola siciliana di Linosa nella notte di venerdì scorso.
Per capire i rischi e quanto sia importante il recupero del relitto abbiamo intervistato il Dottor Ezio Amato, ex Dirigente responsabile del Centro nazionale per le crisi e le emergenze ambientali e il danno (CN-CRE, ISPRA).
Dove si trova esattamente questo relitto e quali sono i rischi immediati per l'ambiente e la navigazione?
"Attualmente il relitto sta derivando e sembra dirigersi verso le acque libiche. Il nodo cruciale è proprio questo: finché resta in acque internazionali è una res nullius, ma se entra entro le 12 miglia nautiche diventa un problema del paese rispettivo. È la "tempesta perfetta": un enorme pezzo d'acciaio senza luci né segnalazioni che va alla deriva, un pericolo mortale per la navigazione. Oltre al propellente, circa 900 tonnellate di olio combustibile, una sostanza terribile per l'ecosistema, il vero problema è il gas metano liquido a bordo. Senza energia per mantenere la temperatura di -162°C, il gas torna allo stato gassoso, aumentando la pressione nelle cisterne. È una bomba a orologeria".
Lei ha parlato del rischio esplosione. È questo il motivo per cui nessuno si avvicina?
"Esattamente. Avvicinarsi è rischioso al di là del ragionevole. Basta una scintilla per creare una palla di fuoco colossale. Le autorità maltesi hanno imposto un limite di 5 miglia di distanza proprio per questo. Due cisterne sembrano ancora integre e piene: finché c'è quel gas, la nave galleggia nonostante gli squarci, perché il gas è più leggero dell'acqua. Ma non sappiamo quanto tempo resti prima che la pressione diventi insostenibile".
Cosa si può usare per capire cosa succede a bordo?
"I droni. Se un drone esplode non muore nessuno. Esistono sensori capaci di rilevare il metano in atmosfera a distanza. In Italia abbiamo i Vigili del Fuoco, che sono gli unici attrezzati per incidenti chimici di questo tipo, e avrebbero i mezzi. Finora abbiamo visto solo riprese private di testate giornalistiche che hanno rischiato molto volando vicino al relitto. È assurdo che, dopo tutto questo tempo, non si sia ancora fatta una mappatura termica e chimica precisa con i droni".
Veniamo al punto centrale: si può recuperare questa nave, si può rimorchiare?
"Un rimorchiatore normale non basta, servirebbero mezzi potentissimi e società specializzate nel "salvage" internazionale, come la Smith Tak. Ma il punto è: chi paga? L'armatore non c'è, lo stato di bandiera è la Russia. È un impasto diplomatico ed economico enorme. Ma soprattutto, c'è il rischio che la struttura, già compromessa e corrosa, si spezzi o esploda durante il tentativo di rimorchio o sollevamento".
Se il recupero è troppo pericoloso, qual è l'alternativa?
"Se i droni confermassero la presenza massiccia di gas, la mia raccomandazione sarebbe paradossalmente quella di affondarla. Ma non in un punto qualsiasi. Se la affondi a 800 o 1000 metri, non la recuperi più e distruggi ecosistemi profondi sensibilissimi e bellissimi, come quelli che abbiamo scoperto vicino a Linosa. L'ideale sarebbe affondarla su un basso fondale, intorno ai 50 metri. A quella profondità, una volta stabilizzata e verificato che non ci siano più rischi di esplosione, potremmo intervenire con costi ragionevoli per svuotare l'olio combustibile e bonificarla".
Quindi, in sintesi, la strategia è: monitorare col drone e poi, probabilmente, un affondamento controllato?
"Sì, stando lontani, magari con un siluro, evitando bombe d'aereo che farebbero incendiare tutto. È una scelta politica difficile perché nessuno vuole prendersi la responsabilità di affondare una nave russa e rischiare richieste di risarcimento o incidenti diplomatici".