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Nonna Rosina Carsetti uccisa a Montecassiano

L’omicidio di Rosina Carsetti la vigilia di Natale: storia di un delitto maturato in famiglia

Era la vigilia di Natale del 2020 quando Rosina Carsetti veniva strangolata. Per la sua morte, con l’accusa di omicidio volontario aggravato, sono stati rinviati a giudizio il marito, la figlia e il nipote.
A cura di Anna Vagli
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Era la Vigilia di Natale del 2020 quando, in piena zona rossa, Rosina Carsetti, 78 anni, veniva uccisa all’interno della propria abitazione di Montecassiano. Dopo i tentativi fallaci e maldestri di inscenare una rapina finita male, il 19 novembre 2021 il GUP di Macerata ha rinviato a giudizio Enea Simonetti, Arianna ed Enrico Orazi. Rispettivamente nipote, figlia e marito della vittima. Tra le contestazioni più gravi, c’è quella di omicidio volontario pluriaggravato. La causa di morte è stata rinvenuta nella matrice asfittica: Rosina è stata strangolata.

In attesa dell'inizio del processo, la Procura non ha dubbi. Ad uccidere materialmente Rosina Carsetti sarebbe stato il nipote Enea, la regia sarebbe stata quella della figlia Arianna mentre il marito Enrico si sarebbe limitato a non impedire il folle gesto. Per queste ragioni, madre e figlio si trovano in regime di custodia cautelare in carcere. Difatti, la richiesta del legale di Enea, relativa alla conversione della misura in quella degli arresti domiciliari, è stata respinta.

Un fatto di sangue, quello di Natale, che ha acceso irrimediabilmente i riflettori sulla conflittualità e la caducità dei rapporti familiari. Una situazione figlia dei tempi nostri, connotati dalla mancanza di valori e di un'educazione al rispetto, ma anche sicuramente aggravata dal periodo pandemico che stavamo, e stiamo, ancora attraversando.

Analizziamo insieme tutti i profili di rilievo criminologico della vicenda che vede accusati Enea, Arianna ed Enrico Orazi per l'omicidio di Rosina. Intanto, la prima udienza è stata fissata per il 20 gennaio 2022 e si svolgerà in Corte d'Assise.

Mamma e figlio: una coppia criminale

Arianna ed Enea, madre e figlio, sono apparsi sin da subito legati indissolubilmente da un rapporto patologico. Una combinazione sinergica di malvagità, unitamente a una carente abilità criminale, sfociata nell’omicidio di Rosina Carsetti. Un meccanismo in grado di funzionare proprio per gli specifici ruoli che ciascuno delle due parti ricopre nella reciproca vita affettiva.

Enea, il figlio poco più che ventenne, ha mostrato una personalità riconducibile a quella di una persona vulnerabile e strutturalmente dipendente dalla madre Arianna. Arianna, non in misura inferiore rispetto al figlio, ha palesato una personalità immatura, completamente focalizzata sui propri desideri che potevano essere appagati soltanto tramite la componente patrimoniale. Ha idealizzato il figlio fin da piccolo. Ha riversato su di lui tutte le aspettative. Quindi, fin dall’infanzia, è verosimile ritenere che Enea abbia assunto comportamenti finalizzati a compiacere e ad apparire sempre all’altezza delle aspettative della madre. Era completamente sottomesso alla sua volontà, cercava sicurezza e stabilità. Così, Arianna si è sentita libera di stipulare con il figlio un tacito accordo: diventare l’esecutore materiale dell’omicidio di nonna Rosina. Ed Enea ha aderito a un simile patto segreto per non andare incontro alla cosa da lui più temuta: l’abbandono. Lo ha manipolato al punto da indurlo a commettere un’azione, quella omicidiaria, che il ragazzo probabilmente non avrebbe commesso se non avesse ricevuto stimoli esterni.

Ma c’è di più. Il quadro personologico del ragazzo lascia ipotizzare che il 24 dicembre 2020 si fosse trovato in uno stato di maggiore debolezza psichica e che Arianna ne abbia approfittato per portare a compimento il proposito criminale maturato da tempo: uccidere mamma Rosina. E questa situazione di maggiore fragilità è confermata dal crollo di Enea nel corso del primo interrogatorio. Di quella coppia malvagia era sicuramente lui l’anello debole.

La premeditazione e i maltrattamenti

Il delitto di Rosina ha seguito un percorso premeditato non sicuramente frutto di un raptus. In proposito, Arianna ed Enea hanno lasciato tracce come Pollicino: le loro conversazioni su Whatsapp e Instagram. I cui contenuti hanno palesato passaggi a dir poco agghiaccianti. Ne progettavano l’esecuzione già a partire dal 16 dicembre.

Rosina si era spinta a contattare un centro antiviolenza per denunciare i maltrattamenti che le venivano inflitti. Non c'era più tempo da perdere. Si sono così determinati nell'esercitare una violenza inaudita e sintomatica di una frantumazione familiare aggravatasi in tempi di convivenza forzata. La donna subiva vessazioni di ogni tipo. Era stata privata della sua dignità. Al punto che tutte le sue conversazioni venivano registrate.

Il movente dell'omicidio di nonna Rosina

Al centro del delitto di Natale c’è sicuramente un movente di natura economica unito alle conflittualità intrafamiliare. Una conflittualità maturata con il ritorno di Arianna ed Enea nella villetta di famiglia dopo la separazione della prima dal marito.

In particolare, la smania di controllo di Arianna e la contestuale consapevolezza della perdita di ogni forma di dominio sulla madre – dopo le chiamate al centro antiviolenza –  hanno irrimediabilmente innescato il proposito di eliminarla.

“Ci costi cinquemila euro l’anno”, queste le parole registrate nella villetta di Macerata.

La consideravano un fardello economico. Per questo la costringevano a dormire sul divano con non più di 10 euro al giorno. Non era bastato ai familiari neppure la cessione, forzata, in favore del nipote, delle proprie quote sulla casa. Enea ne era diventato proprietario per un terzo, e nudo proprietario per due terzi. Il passaggio di proprietà  aveva fatto seguito a una specifica “richiesta”: se rivuoi la tua auto, trasferisci la proprietà della casa a tuo nipote.

L’atteggiamento dopo l’omicidio

I familiari di Rosina hanno dimostrato un’efficienza criminale e un distacco non comune fin dalle prime ore successive al fatto di sangue. Nessuna manifestazione di dolore e nessun turbamento emotivo. Freddi, spietati, resipiscenti, si sono limitati a inscenare un’inverosimile dinamica omicidiaria. Arianna, Enea ed Enrico nutrivano un profondo odio nei confronti della donna. Profondo al punto da non aver speso neppure una parola di disperazione per quella perdita. Confermando, con i fatti, le denunce fatte da Rosina non soltanto al centro antiviolenza al quale si era rivolta,  ma anche alle amiche. A queste ultime, infatti, aveva riferito di aver paura.

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Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica
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