Lidia, giovane madre di una bimba di cinque anni, racconta il percorso che l'ha portata alla presa di coscienza delle violenze psicologiche e fisiche subite dal marito e alla denuncia, maturata nel pieno del lockdown, dei maltrattamenti e della violenza assistita dalla figlioletta. "Ho scritto alla Rete Reama fingendo di chiedere informazioni per un'amica, poi ho ammesso: sono io, ho bisogno di aiuto".

La sua è una storia che può essere di ispirazione a molte donne. Hai cercato aiuto quando il Paese era fermo ed era rinchiusa in casa con l'uomo che le usava violenza. C'è voluto coraggio.

"Sì e sono stata fortunata. Avremmo dovuto lasciare la casa e andare in una struttura protetta, ma mia figlia aveva la febbre e le norme anticovid non consentivano il nostro spostamento. Così il mio ex marito,  dopo essere già stato ammonito dal questore, fu allontanato dal domicilio. Per una coincidenza ho potuto risparmiare a mia figlia lo stress di una fuga da casa".

Di quali violenze è stata vittima dal coniuge?

"Percosse e abusi psicologici. Mia figlia è stata vittima di violenza assistita".

Come è cominciata la violenza?

"Dall'amore, come sempre. Lui era un professionista intelligente e affermato, io lavoravo part time. Siamo andati a vivere insieme e poi ci siamo sposati. Ha cominciato a piccoli passi."

Ovvero?

"Beh, con quelle che a me parevano ‘piccole prepotenze'. Era geloso dei miei colleghi, mi prendeva le chiavi dell'auto, il cellulare, mi impediva di uscire."

Pensava fosse normale?

"Lo credevo, ero lontana da casa e dalla famiglia e non avevo nessuno con cui confrontarmi. Col tempo ho capito che quell'isolamento non era casuale, che anche se ero convinta di averlo scelto, per andare a convivere con lui, non era stata davvero una mia decisione".

In cosa consistevano le violenze psicologiche?

"Minava la mia serenità e la mia sicurezza. Ogni cosa che facevo per lui era sbagliata, mi rimproverava, mi insultava, faceva pesare di non contribuire abbastanza al menage familiare. Mi faceva sentire una fallita"

Quando sono iniziate le botte?

"Dopo la nascita di mia figlia"

Perché? Era geloso delle attenzioni che aveva per la piccola?

"No, credo che avendo realizzato il desiderio di essere diventato padre, credeva di averci in pugno e di poter fare come voleva. Niente lo tratteneva più ormai dal mostrarsi per quello che era".

Come ha preso coscienza della sua condizione? 

"Ho cominciato confidandomi in chat con un'amica su Fb. Mi chiese ‘come stai'? Io risposi con una foto dei lividi. ‘Ecco, sto così'". Forse fu più facile perché non dovevo guardarla negli occhi".

Fu la sua amica a consigliarle di chiedere aiuto?

"Mi diede il link di Reama (Rete per l'Empowerment e l'Auto Mutuo Aiuto – Sportello Antiviolenza online ndr). Scrissi delle mail fingendo di chiedere aiuto per un'amica. Poi ammisi: sono io che ho bisogno di aiuto".

Forse non è l'unica ad aver usato questo espediente. Chiedere aiuto non è facile

"È vero. Lo è ancora meno comprendere e accettare di essere vittima di violenza. Soprattutto quando si ha una figlia, temevo che me l'avrebbe sottratta".

Quale è la situazione attuale di sua figlia? 

"Vive con me, vede suo padre tre volte a settimana. Lui non può avvicinarsi, ha un ordine di allontanamento, ma ci aiutano gli assistenti sociali".

Si sente garantita dalla loro presenza?

"Sì, mi sento più tranquilla sapendo che vegliano sulla situazione. E mia figlia, da quando il mio ex ha lasciato questa casa e non assiste più a quelle terribili scena di violenza, è molto più serena".

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

"Perché so che molte donne hanno bisogno di una speranza, di una spinta e spero davvero di poterle aiutare".

Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2020, Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea e la sua rete antiviolenza REAMA ha rinnovato l'appello a tutte le donne a chiedere aiuto rivolgendosi ai servizi online di Pangea – sportelloantiviolenza@pangeaonlus.org e miaeconomica@pangeaonlus.org – operativi anche quando le donne non possono telefonare o parlare perché in presenza del marito.