“L’ho fatto per mia figlia e per diventare un prof migliore”: la scelta di Marco oltre i pregiudizi sul sostegno

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“Il TFA per il sostegno non è una scorciatoia, rende i docenti più capaci di comprendere le esigenze di tutti gli alunni, anche di quelli con disabilità”. Marco, prof sardo di educazione fisica, a Fanpage.it difende la scelta di affrontare questo percorso per poi passare sulla sua materia.

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"Il tirocinio TFA non è una scorciatoia, neanche se poi gli insegnanti passano sulla materia invece di fare il sostegno. Anzi, se tutti facessero questo percorso sarebbe una scuola molto migliore, perché formerebbe docenti completi, pronti a capire le esigenze di tutti gli alunni, anche di quelli con disabilità". Marco, 51 anni, vive in Sardegna dove da pochi anni è entrato di ruolo sulla sua materia. Nel corso dei suoi lunghi anni da precario all'interno della scuola ha fatto anche il percorso TFA, il Tirocinio Formativo Attivo che serve a diventare insegnante di sostegno.

Secondo alcuni insegnanti come Emanuele, accedere a questo percorso sarebbe un modo per ridurre i tempi del precariato e arrivare prima alla stabilizzazione. La visione di Marco, però, è molto diversa, complice anche l'esperienza personale: "Sono padre di una ragazza con disabilità, quindi mi sono sempre documentato. Quando la mia classe di concorso si è saturata e mi sono trovato nella necessità ho affrontato il tirocinio per il sostegno come qualcosa di formativo e istruttivo".

L'esperienza di Marco: "Si diventa docenti migliori"

"Se il docente è in grado di analizzare e adattare il proprio programma alle esigenze di un ragazzo con disabilità è molto più bravo perché vuol dire che sa davvero insegnare a tutti". Marco è insegnante di scienze motorie alle medie, ed è stato a lungo precario. Il cambiamento è arrivato pochi anni fa, quando ha passato i concorsi aperti per chi aveva affrontato il percorso TFA, volto a creare docenti di sostegno.

In Italia, il numero di queste figure non riesce a compensare quello delle ragazze e dei ragazzi con disturbi specifici dell'apprendimento, e per questo sono stati creati percorsi che, anche in assenza di una formazione universitaria specifica, immettano insegnanti di sostegno nella scuola.

"Non è una scorciatoia come molti credono – sottolinea Marco – Non è per niente facile affrontare i cinque anni del percorso. Immagina quanto può essere difficile insegnare ad alunni che hanno un quoziente intellettivo di 40 o di 50, alunni non verbali, o che hanno un autismo livello 1 o un profilo limite, cioè alunni che fanno molta difficoltà a seguire un programma curricolare". E aggiunge: "Il sostegno, nei fatti, non è più una modalità per accedere al tempo indeterminato, ma è una risorsa per l'insegnamento, a prescindere dalla materia".

"Il sostegno non è una scorciatoia ma un percorso completo"

Marco, anche alla luce dell'esperienza con la figlia affetta da disabilità, a un certo punto ha deciso di tentare con la via del TFA: "Vivo in Sardegna e per molto tempo nella mia materia, scienze motorie, non c'era alcuno sbocco. Non avevo abbastanza punti per entrare di ruolo, e nelle graduatorie regionali ero idoneo non vincitore. Sono riuscito a vincere la classe di concorso e poi sono passato su materia".

Marco è riuscito a farlo perché in Sardegna non c'erano insegnanti di sostegno specializzati, l'Ufficio scolastico ha quindi attinto da altre classi di concorso. "Sono stato chiamato perché la mia era satura. L'esperienza però mi è piaciuta e mi ha formato. Questo è esattamente quello che dovrebbe fare questo percorso, per questo è aperto a tutti i docenti".

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