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L’arma è il coltello o il cellulare? La vera domanda da farci sull’11enne che voleva accoltellare il prof a Trapani

I ragazzi si costruiscono un’identità “protesica” online, l’undicenne di Trapani non cercava l’omicidio, cercava di esistere ma l’infanzia e l’adolescenza sono finite in fondo alla lista delle priorità e i ragazzi vivono una realtà che ha smesso di occuparsi di loro.
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L'arma è il coltello o il cellulare? A Trapani un undicenne tenta di colpire il professore con un caschetto su cui compare la scritta «Columbine». Il telefono fissato con lo scotch per riprendere tutto. Undici anni. Uno specchio davanti a cui prepararsi con la cura maniacale di chi sta per andare in scena. Un palcoscenico virtuale che si nutre del reale. Sulla maglietta la scritta «me ne frego» — parole d'ordine dello squadrismo fascista. Che esaltano l’indifferenza verso la sofferenza e la morte, propria e altrui. Sul caschetto, scritti a pennarello, diversi riferimenti, tra cui Columbine — l’archetipo del massacro scolastico americano, avvenuto il 20 aprile 1999, molto prima della sua nascita — e il nome del tredicenne di Trescore Balneario che a marzo aveva accoltellato la professoressa.

Fissato con lo scotch, un cellulare. Per riprendere tutto.  Dice: "Volevo uccidere più persone". A pensarci bene, però, non siamo solo di fronte a un tentativo di commettere un omicidio. L'omicidio, storicamente e criminologicamente, è un atto mirato, rivolto a un bersaglio specifico per eliminare un ostacolo o vendicare un torto.

La strage scolastica (lo school shooting, sparatoria scolastica, o stabbing, accoltellamento) è ontologicamente diversa: è un atto simbolico, performativo, una perversa dichiarazione di identità. Columbine, il massacro compiuto nel 1999, è diventato l'archetipo. Gli studi psicologici parlano in modo inequivocabile di un vero e proprio Columbine effect (effetto Columbine, ovvero il fenomeno psicologico di emulazione del massacro), in cui i ragazzi assumono i carnefici come modelli identitari. Una vera e propria escalation, un pathway to violence (sentiero verso la violenza, il percorso psicologico graduale di radicalizzazione), che oggi trova la sua linfa vitale nei meandri della rete. Dove la videocamera non è un accessorio: è l'arma principale, quella che garantisce che il mondo stia guardando.

La diretta streaming trasforma il gesto in spettacolo, alla ricerca disperata di validazione e di un'agghiacciante immortalità digitale. Tanto che questo fenomeno ha anche un nome: performance crime (crimine-spettacolo, il reato compiuto come performance pubblica davanti a una platea digitale).

Un malessere che scivola senza ostacoli — perché non esiste un reale controllo all'accesso dei siti web — e che si alimenta di specifici ecosistemi digitali: imageboard anonime (bacheche di immagini anonime, i cosiddetti chan), siti gore (siti che mostrano immagini reali di morte e mutilazione), forum dedicati all'emulazione di Columbine e l'inquietante galassia della True Crime Community (Comunità del Crimine Vero, sottoculture online di emulatori di omicidi reali) su piattaforme come Tumblr.

I principali database internazionali sulle stragi scolastiche confermano che l'età media degli autori è drammaticamente scesa tra i 12 e i 16 anni. L'APA (American Psychological Association) ribadisce ormai da decenni il nesso tra consumo massiccio di media violenti e disumana desensibilizzazione emotiva.

Sono progetti covati in rete. Una realtà che riguarda anche l'Italia, dove i dati della Polizia Postale registrano un allarmante aumento del 30% delle segnalazioni per radicalizzazione online giovanile (dato 2024). Le rilevazioni di Telefono Azzurro, dell'OssCom dell'Università Cattolica e il Rapporto CENSIS tracciano il quadro di minori sempre più immersi e isolati, disconnessi dalla realtà.

A undici anni la preadolescenza dovrebbe essere il tempo in cui si cerca, nel rapporto con i pari, il primo passo verso sé stessi e verso gli altri. È l'età in cui puoi scegliere se identificarti con un mostro o con un sogno. Questa scelta non dipende solo da te: dipende da chi hai attorno, da cosa ti offre la realtà. E la realtà che abbiamo costruito noi adulti è inquietante: lascia i ragazzi soli davanti al web, soli dentro al web.

Una realtà che ha smesso di occuparsi di loro. Di ascoltarli. Sono ancora i dati della letteratura scientifica internazionale a inchiodarci alle nostre responsabilità: il 75% degli aggressori minorenni dissemina leakage online, letteralmente ‘trasudamento', termine clinico che indica i segnali premonitori — frasi, immagini, manifesti — che l'aggressore dissemina inconsapevolmente nei mesi precedenti.

Chi legge dunque quei segnali preventivi lasciati come briciole virtuali? E se la famiglia è assente? Non possiamo più permetterci l’assenza di un controllo preventivo serio sui siti che li radicalizzano. Né continuare ad avere scuole prive di spazi strutturati in cui insegnare l’affettività, la relazione con gli altri, la gestione della frustrazione, di un brutto voto o di un rifiuto.

Amare è una competenza: si apprende, se qualcuno lo insegna. Attraverso l’educazione affettiva. I social sono una realtà e si impara a usarli solo con un’educazione consapevole agli strumenti digitali.

Materie che in Italia, semplicemente, non esistono. Lo Stato non si occupa realmente dei suoi giovani: se la spesa sanitaria pubblica italiana vale 100, alla salute mentale viene destinato appena il 2,69% (dato 2023, SIEP — Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica), contro una media OCSE dell’11%. Siamo l'ultimo Paese del G7.

La quota destinata alla neuropsichiatria infantile e all'adolescenza è una frazione minuscola: in molte Regioni italiane il rapporto è di un neuropsichiatra ogni diecimila minori, le liste d'attesa per una prima visita superano i nove mesi, gli psicologi scolastici sono presenti a singhiozzo e a progetto, mai stabilmente. Nel frattempo, tra il 2018 e il 2022, ansia e depressione tra gli under 20 sono cresciute del 20%.

I conti non tornano. O meglio: tornano, e ci dicono che l’infanzia e l’adolescenza sono finite in fondo alla lista delle priorità. Nel mio lavoro incontro sempre più spesso forme di dipendenza digitale che sfociano nella derealizzazione (la sensazione che il mondo intorno non sia reale) e dissociazione (la frattura tra il proprio sé e ciò che si sta facendo).

I ragazzi si costruiscono un'identità “protesica” online, una protesi del sé che sostituisce la persona reale. Esiste un vero e proprio online disinhibition effect (effetto di disinibizione online, il crollo dei freni inibitori dietro uno schermo): dietro uno schermo, disinnescato il freno empatico dello sguardo altrui, i freni inibitori crollano inesorabilmente. La rete diventa così una gigantesca echo chamber (camera dell'eco, lo spazio chiuso in cui le proprie idee rimbalzano amplificate dai pari) che amplifica e valida fantasie di onnipotenza e vendetta in soggetti ancora profondamente immaturi.

In questa fragilità estrema, la coltellata, il colpo di pistola, diventano paradossalmente il drammatico tentativo di uscire dal virtuale per lasciare un segno indelebile nel reale. L’undicenne di Trapani non cercava l’omicidio, cercava di esistere. Un’esistenza virtuale. L’unica rimasta, se quella reale è vuota.

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