Io non so se esistano le parole per scrivere del dolore che attraversa il corpo e il cuore di Rosaria Costa, la vedova dell'agente Vito Schifani morto nella strage di Capaci e che abbiamo conosciuto tutti per lo straziante urlo con cui al funerale del marito urlò alla mafia di "mettersi in ginocchio" per implorare perdono. Un appello che risuonò per la forza e per la sincerità con cui venne sbattuto in faccia a Cosa Nostra. E le mafie, tutte, rimangono smutandate di fronte alla verità dei giusti, sempre.

Pensate a Rosaria, a quel dolore che si porta dentro da quel giorno, pensate a suo figlio Emanuele che nella vita ha scelto anche lui di indossare la divisa, capitano della Guardia di Finanza, pensateli con una famiglia decapitata dalla violenza mafiosa. Bene, qualche giorno fa Rosaria ha aperto il giornale e ha scoperto che suo fratello Giuseppe Costa è stato arrestato con l'accusa di essere un mafioso al servizio del clan, ha dovuto leggere le parole del boss Francesco Bonanno che dice ai suoi «di Costa possiamo fidarci si è comportato bene, ha preso le distanze da sua sorella» come se l'appestata fosse lei. Rosaria Costa aveva chiesto ai mafiosi di pentirsi e invece i mafiosi hanno brigato per portarle via il fratello. «Da ieri per me è morto», ha solo avuto la forza di dire ai giornali.

Eppure gli schizzi sono arrivati e non sono solo gli schizzi alla credibilità (che chi conosce Rosaria sa che non potrebbe mai essere messa in discussione) ma è quella persistente sensazione che le mafie ti capitano nella vita nei modi e dagli ingressi meno attesi, come una malattia appiccicaticcia che non si stacca mai di dosso e che riesce a logorarti anno dopo anno, affetto dopo affetto, passo dopo passo.

È una cappa turpe, la mafia, soprattutto in quei luoghi in cui la incroci per strada come se fosse un abitante del tuo stesso quartiere. C'è nella storia di Rosaria tutta l'ineluttabilità del male da cui sembra non si riesca a prendere le distanze e che continua a gocciolarci in casa. È una sfida persistente, continua che non tocca solo a Rosaria ma tocca a tutti quelli che leggendo questa storia hanno pensato che no, che non si sarebbe meritata anche questo, non lei, e nemmeno noi.