C’è la donna che lavora in banca cui hanno revocato lo smartworking il 18 di giugno, senza preavviso, impedendole di organizzarsi coi figli. C’è quella cui hanno imposto trasferte di lavoro, incuranti del supporto alla didattica a distanza della figlia. C’è quella cui è stato detto già oggi, a giugno, che le sarebbe stato revocato il part-time se avesse chiesto a settembre il congedo parentale per l’inserimento alla scuola materna della figlia. Ci sono quelle cui il part-time è stato imposto, nonostante poi venga chiesto loro di lavorare full time.

Sono storie vere, che parlamentari come Chiara Gribaudo del Partito Democratico ricevono ogni giorno sulla loro casella di posta. Piccoli pezzi di un puzzle che, se ci si allontana, racconta di 37mila neo mamme costrette a dimettersi una volta avuto un figlio, perché prive di qualsivoglia sostegno per occuparsene, fossero i nonni o un asilo nido con posti liberi a disposizione. E ancora, le centinaia di migliaia di donne che hanno perso il lavoro in questi mesi di lockdown e hanno deciso che non lo cercheranno più, che non ne vale la pena, in un Paese in cui il tasso di occupazione femminile è del 63%, contro il 74% maschile, un divario che tende ad allargarsi man mano che aumenta il numero dei figli, e in cui ancora oggi gli stipendi delle donne, a parità di mansione, sono in media più bassi fino al 20% rispetto a quelli dei colleghi maschi. 2700 euro in meno in busta paga che stridono ancor di più se si pensa che le donne sono più qualificate: su 100 laureati in Italia, 56 sono donne, e la percentuale è in costante aumento anno dopo anno.

“Emergenza conciliazione”

La pandemia e il lockdown hanno peggiorato la vita delle donne – spiega Gribaudo a Fanpage.it -. L’hanno peggiorata perché al normale lavoro di cura domestica che tocca alle donne si è aggiunta la didattica a distanza, ad esempio: è alle donne, lavoratrici o meno, che è toccato il supporto ai figli, costringendo loro in molti casi a fare da supplenti o insegnanti. E pensare che la scuola dovrebbe essere il luogo che abbatte le disuguaglianze sociali, non quello che le aumenta”. Non è un caso, del resto, che nelle piazze e nei sit-in di queste settimane che chiedevano a gran voce chiarezza sulla riapertura delle scuole a settembre, ci fossero una schiacciante maggioranza femminile. E non è nemmeno un caso che un report della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro abbia parlato di “emergenza conciliazione” per 3 milioni di mamme lavoratrici, con un figlio di età inferiore ai 15 anni: “Di fronte a questi dati, è surreale che l’unica idea partorita dagli Stati Generali sulla parità di genere nel mercato del lavoro sia stato un bonus per la formazione delle donne manager – commenta Gribaudo -. Ben venga un sostegno alla formazione, qualunque esso sia, ma il problema è altrove”.

Fosse solo il lockdown il problema: quel che arriva dopo rischia di essere ancora peggio. A certificarlo, ironia della sorte, rischiano di essere proprio le misure messe in campo dal governo per affrontare l’emergenza occupazionale e per affrontare il problema della conciliazione tra cura famigliare e lavoro e la condivisione delle responsabilità: “Il Family Act è sicuramente un grande passo avanti – spiega Gribaudo -, ma, spiace dirlo, alcune misure rischiano di penalizzare comunque le donne. Ad esempio, l’estensione a 10 giorni dei congedi di paternità è buona notizia, ma mancano norme per far rispettare l’obbligatorietà. I periodi di congedo parentale non cedibile, poi, dovrebbero essere più ampi, altrimenti si rischia di tornare indietro, anziché andare avanti. Ci vuole una condivisione uomo-donna delle responsabilità genitoriali. E ancora, non si capisce perché i congedi parentali non possano essere utilizzabili a ore, e perché fra le misure Covid non si possano sommare il bonus baby sitter e il congedo, se utilizzati in periodi diversi. O ancora, perché alle donne in cassa integrazione non sia consentito di usare il bonus centri estivi, come se fossero di serie B avessero figli di serie B, mentre quei bambini sono le prime vittime dell’impoverimento sociale. Dopo il lockdown, hanno bisogno di stare con altri bambini, non chiusi in casa con i genitori, che prendano gli ammortizzatori sociali o meno. E la donna non è che se non lavora sta a casa, la donna deve potersi autodeterminare. ”.

Asili nido, vergogna d’Italia

Questi ultimi sono alcuni degli emendamenti al decreto Rilancio che Chiara Gribaudo, insieme a Lia Quartapelle e tutte le deputate Pd, ha presentato nelle scorse settimane. Ma non sono che un primo passo, verso qualcosa che assomigli anche solo vagamente alla parità di genere: ”L’assegno universale è importante – spiega ancora Gribaudo -, ma servono le risorse per strutture di sostegno alla conciliazione famiglia-lavoro, come nuovi asili nido pubblici: più di 21mila delle 37mila donne che una volta mamme abbandonano il lavoro, lo fanno perché non hanno supporti familiari, costi di assistenza troppo alti, e asili nido che mancano e respingono le domande. Bene gli assegni unici, insomma, ma facciamo partire i servizi”. Non solo: “Lo Stato – aggiunge Gribaudo – dovrebbe pagare la maternità al 100% e non all’80%, direttamente in busta paga alla lavoratrice. In questo modo, le imprese non avrebbero più l'alibi di doverne pagare il 20% con i contratti collettivi, nella sistematica discriminazione che adottano verso le lavoratrici che vogliono avere un figlio. E ancora, bisognerebbe introdurre la progressività anche nei congedi parentali, che oggi valgono il 50% della retribuzione, indipendentemente dal reddito e dallo stipendio che percepiscono. Il risultato? Per il padre che spesso ha il reddito più alto, è più conveniente lavorare sempre senza prendersi un giorno di congedo. E alla madre non resta che dimettersi per badare al figlio. Per i redditi più bassi, il congedo dovrebbe essere portato al 100% della retribuzione”. Nota a margine: nella spesa per servizi a supporto delle donne nella cura familiare – asili nido in primis – siamo dietro a Polonia e Lituania, nei bassifondi della classifica redatta dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro, a distanza siderale da Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

La madre di tutte le battaglie

Sullo sfondo c’è la madre di tutte le battaglie: la legge sulla parità salariale, cui Gribaudo sta lavorando in Parlamento assieme alle parlamentari di tutte le forze politiche, nel tentativo di costruire un testo base unitario da presentare in Aula: “Solo a parità di condizione economica si costruisce vera condivisione e non è più la donne a dover lasciare il lavoro perché ha il salario più basso. Serve una legge che colpisca dal lato della reputazione chi viola la parità salariale, e non solo – argomenta -. Servono meccanismi di controllo severi in capo all’Ispettorato nazionale del lavoro. Servono sanzioni dure e serie, dopo 12 mesi di inadempienza, con revoca di sgravi fiscali e previdenziali a ogni impresa che non la rispetta. E serve il bollino rosa per le aziende virtuose, ovviamente”.

Non è solo una battaglia di uguaglianza e democrazia, questa. Un mercato del lavoro a misura delle donne, fa crescere l’occupazione e la ricchezza del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno, laddove il problema dell’inattività femminile è al di là del patologico. Soprattutto, in un Paese di culle vuote, è l’unico modo di sostenere la natalità: “A dispetto di qualche improbabile studio, non illudiamoci ci aspetti un baby boom, in uscita dalla Fase 2 – chiosa amara Gribaudo – Se non c’è lavoro per le donne, le culle rimarranno vuote, ce lo insegna la storia del nostro Paese dove al nord in cui le donne lavorano si fanno più figli che al sud dove le donne rimangono a casa, ce lo “gridano” i dati, perché le donne non saranno mai libere di scegliere la maternità senza un lavoro. E forse finiremo per risolverlo così, l’annoso problema della conciliazione tra famiglia e lavoro: smettendo di fare figli. Semplice, no?