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La lista del Visconti è la prova che la causa della violenza di genere non è internet, ma il patriarcato

Il caso della lista affissa nel celebre liceo romano racconta quanto puntare il dito sul ruolo dei social e di internet sia limitante. E di quanto serva, oggi più che mai, l’educazione all’affettività nelle scuole. Con buona pace del governo.
A cura di Jennifer Guerra
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Al liceo classico Visconti di Roma, uno dei più noti della città, un gruppo di studenti ha affisso una lista di nomi di compagne, anche minorenni, con cui i ragazzi avrebbero avuto relazioni, comprese quelle sessuali. Il caso è rapidamente arrivato alle cronache nazionali, anche grazie all’assemblea richiesta dal collettivo femminista del liceo “Visconti in rosa”, durante la quale i cinque autori della lista avrebbero ammesso di aver commesso un errore.

La vicenda colpisce anche per la natura “analogica” della lista. Quando si parla di violenza di genere fra adolescenti – ed esporre pubblicamente una lista di nomi e cognomi di ragazze che avrebbero avuto rapporti sessuali è una forma di violenza di genere, oltre che una violazione della privacy – di solito si enfatizza il ruolo che Internet o i social avrebbero nel promuovere questo tipo di comportamenti. Ed è vero, la tecnologia ha un ruolo importante: secondo l’ultimo report “Le ragazze stanno bene” di Save the Children, sono sempre più diffuse forme di violenza digitale come la condivisione non consensuale di immagini intime, il cyberstalking o il controllo del telefono e delle password delle partner.

L’importanza che i social ricoprono nelle vite dei ragazzi rischia però di sviare il problema, individuando nello strumento la causa della violenza. Anche le analisi dei recenti casi di violenza sessuale di gruppo che hanno coinvolto ragazzi giovanissimi si sono concentrate sui pericoli del web o sull’influsso negativo della pornografia, quasi come se le violenze fra minori non fossero mai avvenute prima dell’avvento di Internet.

Eppure nel caso del liceo Visconti, l’umiliazione pubblica è avvenuta con carta e penna, in una comunità ristretta come quella di una scuola. Il problema, evidentemente, risiede altrove, ed è stato sollevato anche dalle partecipanti dell’assemblea “Visconti in rosa”, che hanno chiesto di potenziare l’educazione sessuale, affettiva e di genere nelle scuole.

Il tema torna ciclicamente, specie dopo casi di cronaca di rilevanza nazionale. L’Italia è infatti uno dei pochi Paesi in Europa dove l’educazione sessuale non è obbligatoria e in genere la si delega alla volontà dei singoli dirigenti scolastici. Questo crea grandi disparità nella quantità e qualità dell’offerta educativa, con istituti che non dispongono di nessun tipo di corso o attività e altri che, come una scuola media di Torino dalla quale alcuni genitori hanno ritirato i figli, li affidano a un’associazione cattolica che promuove la castità come metodo contraccettivo.

Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara aveva annunciato la creazione di un piano intitolato “Educare alle relazioni”, che però sin da subito aveva suscitato molte perplessità a partire dalla scelta di non parlare di “educazione sessuale” o “di genere”, ma in modo più vago di “relazioni”. Il piano del ministro prevede che le scuole superiori possano inserire un numero di ore da dedicare a discussioni di gruppo sul tema delle relazioni, con la moderazione di un insegnante. Oltre a non richiedere figure esperte sul tema ed essere facoltativo, il “corso” può essere attivato solo con l’autorizzazione di tutti i genitori della classe.

Il piano è quindi lontano anni luce dagli standard sull’educazione sessuale onnicomprensiva sviluppata da diverse agenzie internazionali, tra cui le Nazioni Unite, l’Unesco e l’Unicef, che ha l’obiettivo di educare sugli aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali della sessualità a partire dal primo ciclo di istruzione. Uno studio decennale ha mostrato che l’educazione sessuale onnicomprensiva fatta durante le scuole medie e superiori, oltre a ritardare l’inizio dell’attività sessuale e a diminuire il numero di gravidanze indesiderate, “aumenta la consapevolezza, cambia le attitudini e migliora le abilità di ridurre la violenza nelle relazioni intime e può ridurne l’incidenza”.

L'introduzione dell’educazione sessuale è una delle rivendicazioni principali del movimento studentesco che negli ultimi mesi è rifiorito in tutta Italia, con occupazioni e assemblee. I ragazzi non chiedono di essere salvati dai social o dalla pornografia da adulti che spesso ne hanno più paura che dimestichezza, ma vogliono un’educazione che tenga conto della complessità delle loro vite, non solo digitali. Si spera che una lista scritta a mano e affissa nella scuola ricordi agli adulti responsabili di questa educazione che la vera causa della violenza di genere non è il mezzo con cui la si commette, ma la società patriarcale che abbiamo costruito.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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