Primavera 1975.  È passato un anno dai fatti di piazza della Loggia, da quando la furia nera di Ordine Nuovo faceva saltare in aria operai ed ex partigiani, donne e uomini, studenti e massaie; dieci mesi, invece, da quando i passeggeri del treno Italicus morivano arsi vivi nell'inferno della grotta di San Benedetto Val di Sambro, a 50 minuti da Bologna. Sul treno con la valigetta esplosiva doveva esserci anche l'onorevole Moro, ma per una fatale casualità non riuscì a salirvi, scampando a una strage per compiere il suo tragico destino 4 anni più tardi, per mano della fronda opposta, le Brigate Rosse. Il poeta Pasolini, invece, compirà il suo 5 mesi dopo, nel parcheggio dell'Idroscalo.

La storia di Alceste Campanile

Per Alceste Campanile, il cui altisonante nome classico stride con l'aria scanzonata che gli danno i jeans e gli occhiali Ray-ban a goccia gialli, quella in arrivo si annuncia un'estate rovente. Con l'ultimo esame della sessione invernale ormai alle spalle, può dedicarsi anima corpo alla militanza politica. Alceste militante di Lotta Continua, regionale del circolo ‘Ottobre', riferimento per la sinistra giovanile di Reggio Emilia che lo vede sempre in prima linea, intellettualmente e fisicamente, sempre avanti agli altri negli scontri con la polizia e i neofascisti, che in quegli anni potevano costare la vita. Il 12 giugno prende il treno da Bologna a Reggio, dove arriva finalmente alle 20 e 15.

È buio ormai quando, quella stessa sera, una coppia che viaggia sulla strada che porta da Sant'Ilario a Montecchi a quindici chilometri da Reggio Emilia, si ferma sulla strada per un malore accusato da lei. Una volta scesi sulla carreggiata buia intravedono una persona distesa immobile, supina, con un braccio sotto la schiena. Avvicinandosi notano che è un ragazzo di poco più di vent'anni, indossa un paio di pantaloni a coste, una camicia e un giubbotto. Di jeans.

Quando la polizia arriva sul posto pensa a un investimento, ma quando gli agenti esaminano il corpo freddo e immobile notano un foro sul taschino della camicia e un altro sulla fronte, dove gli occhiali sono calati nella caduta sull'asfalto. Un rivolo di sangue, ormai addensato, cola dal quel buco, rigando la tempia. Quel ragazzo ammazzato con due colpi di pistola è Alceste Campanile.

Il colpo mortale è stato esploso con proiettili calibro 7,65, da due armi diverse, da distanza ravvicinata, alle spalle, mentre la vittima aveva la testa reclinata. Le ginocchia sono sporche di fango, agghiacciante traccia di un inginocchiamento da esecuzione. Gli agenti possono dedurre una sola cosa sull'assassinio di Alceste: sul luogo dell'omicidio il capo della Sinistra reggina ci è andato in auto con i suoi carnefici, di sua volontà.

L'Emilia rossa è stata colpita al cuore, a freddo, come Alceste. I comitati antifascisti di tutta l'Italia si mobilitano per quel delitto che viene inquadrato subito come ‘politico'. La polizia si indirizza naturalmente sulla pista nera, quella più credibile e, infatti, qualche giorno dopo i fascisti della Legione Europa rivendicano l'omicidio. Lo fanno con un volantino, sottolineando di aver aspettato tanto per non influenzare l'esito delle elezioni amministrative di quella primavera a Reggio. Alceste, dicono i neri di Legione Europa, è stato punito perché è un traditore.

Sospetti e depistaggi

A 15 anni, studente liceale cresciuto in una famiglia di opinioni fasciste, anche se non politicamente attiva, Alceste aveva militato per un brevissimo periodo in alcune associazioni legate alla destra giovanile per poi scriversi a Lotta continua. Traditore perché passato alla sponda opposta, dunque, anche se c'è chi scrive sui giornali che Alceste sarebbe un infiltrato dell'MSI in Lotta Continua. Non ci sono prove, però. Intanto il capo dell'ufficio politico Maddalena, il vicecomandante provinciale dei carabinieri Gallese, che indagano sul caso, individuano l'autore del volantino di Legione Europa: è un giovane eversivo di Parma, Donatello Ballabeni, che viene arrestato insieme ad altri due fascisti. Ballabeni, però, ha un alibi. È solo un mitomane autolesionista che depista le indagini.

Vittorio Campanile, il padre di Alceste, invece, sembra avere le idee molto chiare sull'assassinio di suo figlio. Non lo hanno ucciso i fascisti ma i suoi amici: i comunisti. Tre mesi dopo i fatti pubblica un manifesto in cui si appella a chi sa o ha visto qualcosa che possa aiutare ad arrestare gli assassini di Alceste. E nello stesso foglio indica i nomi di battesimo di coloro che ritiene essere gli assassini di suo figlio. Ai carabinieri invece manda una velina dove li identifica usando anche i cognomi. Il gruppo comprende nomi di insospettabili, tra cui avvocati e un magistrato: Antonino Bassarelli, il pretore. Sugli indagati non emerge alcun elemento in grado di portare a un'incriminazione e la pista case. Pur nella sua cieca, paterna rabbia per la morte del figlio, Vittorio Campanile fornisce un'altra traccia da approfondire. Questa, però, sembra avere dei contorni molto più verosimili.

Il sequestro Saronio

La nuova pista porta al sequestro e l'omicidio di Carlo Saronio. Figlio del chimico e imprenditore Piero Saronio, titolare delle Industrie Farmaceutiche Carlo Erba e proprietario di stabilimenti per la produzione di coloranti la cui tossicità aveva suscitato indignate polemiche, il giovane ricercatore universitario era stato rapito il 14 aprile 1974, due mesi prima dell'omicidio di Alceste. Il sequestro era stato progettato da un gruppo del Fronte Armato Rivoluzionario Operaio che si autofinanziava con azioni terroristiche tra cui il sequestro a scopo di estorsione. Piero morì accidentalmente mentre lo trasportavano nel nascondiglio segreto per una dose eccessiva di cloroformio usato per sedarlo, ma i suoi sequestratori riuscirono comunque a incassare la prima tranche del riscatto chiesto per la liberazione del ragazzo: 470 milioni di lire. Secondo Vittorio Campanile, suo figlio sarebbe stato ucciso perché a conoscenza di particolari del sequestro che non avrebbero dovuto trapelare. Certa stampa, diede credito all'ipotesi che Alceste potesse essere stato direttamente coinvolto e in seguito punito per essersi impossessato di una grossa fetta del riscatto, destinata invece alla lotta armata.

Per il sequestro fu fermato, a Bellinzona, in Svizzera, il 16 maggio 1975, mentre era in fuga con 67 milioni in contanti, Carlo Fioroni, ex attivista dei Gruppi d'Azione Partigiana di Giangiacomo Feltrinelli. In carcere Fioroni decise di collaborare in cambio di sconti di pena. Nella sue confessioni, riunite in un memoriale nel 1979, fa i nomi di altre diverse decine di persone, tra cui quello di Toni Negri, docente di Dottrina dello Stato all'Università di Padova. Negri è al centro del cosiddetto ‘teorema Calogero' dal nome di Pietro Calogero, sostituto procuratore a Padova, che lo voleva – a capo di Autonomia Operaia – ispiratore di una serie di delitti e azioni terroristiche di matrice rossa. Giudicato per questi fatti e per l'omicidio Campanile, nel famoso processo del 7 aprile che vide alla sbarra un serie di presunti simpatizzanti ad Autonomia Operaia accusati di terrorismo, Negri fu scagionato da tutte le accuse. Il processo Campanile, invece, si sposta ad Ancona, scagiona i rossi e i neri, e archiviato il caso. Nel 1982, grazie alla legge Cossiga che premia i terroristi che collaborano Fioroni esce dal carcere.

Paolo Bellini

Il delitto Campanile sembra destinato all'oblio, quando, a metà del 1999, Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale, criminale con alle spalle decine di reati e una latitanza in Sudamerica, confessa l'omicidio di Alceste. Bellini, è un personaggio ambiguo. In carcere, dove era stato a lungo detenuto sotto falso nome, circostanza anomala, aveva incontrato Antonino Gioè, uno dei mafiosi che fecero saltare in aria il giudice Falcone, nella strage di Capaci del 1993 ed era diventato una sorta di anello di congiunzione tra la mafia e gli inquirenti. Nella sua confessione fiume, Bellini si autoaccusa di una serie di delitti, alcuni commessi per conto della ‘Ndrangheta, e poi di quello di Alceste Campanile. Ai giudici racconta alcuni particolari del delitto, dettagli presenti negli atti giudiziari e sugli articoli di giornale, un racconto farraginoso, manchevole di alcuni dettagli, forse, di quelli veritieri. L'ex ambasciatore della mafia chiama in correità altri esponenti del neofascismo, ma tutti vengono scagionati durante il processo, che riconosce, infine, al solo Bellini la responsabilità del delitto. A distanza di 33 anni dai fatti, il reato derubricato da omicidio volontario a omicidio semplice, è ormai caduto in prescrizione e Bellini, già in carcere, non può essere perseguito.

La famiglia Campanile non si è mai arresa a questa conclusione e continua a credere che Alceste sia stato ucciso dal ‘fuoco amico'. Dalla foto della lapide dove riposano le spoglie di Alceste, quel ragazzo sagace con le Ray-ban gialle sembra continuare a chiedere risposte.