11 Novembre 2021
19:18

Katharina Miroslawa, la storia della “mantide” condannata per l’omicidio dell’amante Carlo Mazza

La lunga storia dell’ex ballerina di nightclub che ha riempito le pagine della cronaca nera tra gli anni ’80 e i primi anni 2000 tra omicidio, condanna, latitanza, cattura e carcere.
A cura di Antonio Palma

Qualcuno l'ha chiamata "mantide", altri "angelo nero", lei è Katharina Miroslawa la cui storia ha riempito le pagine della cronaca rosa e di quelle nera tra gli anni ’80 e i primi anni duemila e si è conclusa processualmente con la sua condanna per "concorso morale" nell'omicidio dell'amante e imprenditore Carlo Mazza. Un omicidio per cui Katharina Miroslawa ha sempre negato ogni responsabilità, ancora oggi che da donna libera, dopo aver scontato la sua pena, può raccontare la sua versione dei fatti a Franca Leosini nel corso del suo nuovo programma “Che fine ha fatto Baby Jane?” in onda stasera. La lunga vicenda dell'ex ballerina polacca naturalizzata tedesca è durata quasi quindici anni, dal delitto dell'industriale parmigiano Carlo Mazza, avvenuto nella notte tra l’8 e il 9 febbraio del 1986, all'arresto della donna dopo una lunga fuga nel febbraio del 2000.

L'omicidio di Mazza e le indagini

Tutto ebbe inizio quando il 52enne Carlo Mazza fu ritrovato senza vita sotto casa nella sua auto, ucciso con due colpi di proiettile calibro 6.35 alla testa. Le indagini si concentrarono subito sulla vita notturna dell'imprenditore e ben presto le attenzioni degli inquirenti si rivolsero proprio su Katharina Miroslawa, 23enne ballerina di nightclub all'epoca dei fatti, con la quale la vittima aveva intrecciato una relazione da diverso tempo, condita di regali sfarzosi, viaggi e gioielli. Secondo l'accusa e i giudici, è stata lei a progettare e armare la mano dell'autore materiale del delitto, il marito Witold Kielbasinski, anche lui ballerino e condannato insieme a lei. Per la Procura i due avrebbero agito per motivi economici per incassare una polizza assicurativa da un miliardo di lire sulla vita che dell'industriale aveva stipulato a favore della Miroslawa.

La lunga vicenda processuale di Katharina Miroslawa

Parte così una lunga vicenda processuale fatta di continui ribaltamenti di sentenze e colpi di scena che vedono il coinvolgimento anche del fratello di Katharina e di un cittadino greco, accusati di aver collaborato al delitto. Marito e moglie si sono sempre professati innocenti, fornendo anche un alibi secondo il quale erano all'estero al momento dei fatti. In primo grado sia Katharina Miroslawa che il marito furono assolti per insufficienza di prove ma in appello arrivò il primo ribaltamento della sentenza con la condanna per tutti gli imputati. In terzo grado però la Cassazione annullò la sentenza, rinviando gli atti in appello. Il 30 giugno 1992 la sentenza bis con la condanna di Katharina Miroslawa e del fratello a 21 anni e mezzo di carcere, e del marito Witold a 24 anni. Una pronuncia divenuta poi definitiva con la sentenza della Cassazione del 24 febbraio 1993.

La fuga, la latitanza e l'arresto

A questo punto il nuovo capitolo della storia di Katharina Miroslawa, una donna in fuga all'estero che per ben sette anni ha nascosto la sua vera identità rifacendosi anche una vita con un altro uomo. Arrestata infine il 3 febbraio del 2000 a Vienna ed estradata in Italia, nel nostro Paese ha scontato 12 anni di galera e uno in affidamento ai servizi sociali, grazie a una serie di sconti di pena. Durante il carcere ha continuato a proclamarsi innocente, tesi avvalorata dal marito Witold, anche lui catturato dopo alcuni mesi di latitanza, che in un memoriale dal carcere si è addossato tutta la colpa del delitto dicendo di aver agito per gelosia. Per due volte, durante la detenzione, la donna ha fatto richiesta di revisione del processo ma l'istanza è stata sempre respinta.

La liberta dopo il carcere

Witold è tornato in Polonia nel 2007 da uomo libero mentre Katharina Miroslawa ha ritrovato la libertà nel 2013. Si è rifatta una vita con figli e marito ma anche dopo la scarcerazione ha continuato a sostenere la sua tesi, lo fatto in un libro e in diverse e interviste in cui ha dichiarato:  "Io non mi sento pregiudicata, perché so di non aver fatto nulla, di essere stata condannata senza prove. Io so di essere innocente. E chi mi conosce bene sa che lo sono. Quella sentenza è un'ingiustizia e vorrei fosse riscritto un finale diverso".

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