Isolata dai genitori e costretta ad abortire: l’incubo di una 22enne che ricorda quello di Saman

Leggere quanto accaduto a una ragazza pachistana di 22 anni residente nella bassa reggiana riporta immediatamente alla memoria la tragica storia di Saman Abbas, la diciottenne uccisa dai suoi stessi parenti e per il cui omicidio sono stati condannati in appello i genitori, due cugini e uno zio, un vero e proprio “clan” familiare ritenuto responsabile di aver orchestrato e premeditato l’omicidio di una ragazza “colpevole” solo di voler vivere la sua vita.
In questo caso, fortunatamente, nonostante anni di vessazioni e violenze, questa ragazza si è salvata. E i suoi genitori sono stati condannati. Stando a quanto emerso, quella figlia era da loro considerata “colpevole” per avere una relazione sentimentale che non approvavano. E per questo prima le avevano tolto il cellulare, poi l’avevano isolata e costretta ad andare in Pakistan contro la sua volontà. E ancora, l’avevano minacciata di non farla tornare se non avesse accettato il matrimonio forzato con un cugino, di notte l’avevano chiusa a chiave in una cantina e picchiata. Il padre la faceva inginocchiare e la percuoteva con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento.
Anni fa la giovane ha anche perso un figlio: scoperta la gravidanza, è stata presa a pugni all'addome e alla schiena e costretta ad abortire. Le vessazioni sarebbero andate avanti dal 2017 fino al 2023, l’aborto risale al dicembre del 2022. La ragazza, nonostante l’incubo nelle mura domestiche, è riuscita a ribellarsi e a denunciare tutto ai carabinieri.
Una denuncia che ha di recente portato a una sentenza per il padre di 54 anni e la madre 51enne: i due sono stati condannati in primo grado a due anni e 15 giorni per maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. Il processo che si è chiuso a Reggio Emilia conclude una complessa indagine dei carabinieri di Boretto, con il Norm di Guastalla, coordinati dalla Procura reggiana diretta da Calogero Gaetano Paci.
Col procuratore Paci la giovane era riuscita a confidarsi e, dopo le prime dichiarazioni, era arrivato un divieto di avvicinamento: il giudice aveva sottolineato come le condotte fossero espressione di una visione "maschilista e dispotica", incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall'ordinamento italiano.