Il mito della razza ariana e i sermoni del Califfato: cos’è la “White Jihad” che arma i minorenni in Italia

Intervista a Francesco Marone
Professore di Scienza politica all’Università di Aosta e ricercatore senior dell’Ispi all'interno del programma Sicurezza e Difesa.
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L’arresto di un sedicenne a Bologna accende i riflettori sulla White Jihad, il fenomeno transnazionale dove il suprematismo bianco di estrema destra si fonde con il terrorismo islamico, tra omofobia, antisemitismo, odio per la democrazia liberale e culto per le armi.

L'arresto di un ragazzo di appena 16 anni in provincia di Bologna squarcia il velo su una realtà sotterranea e inquietante che sta prendendo piede anche in Italia. Il giovane, fermato dagli investigatori della Digos, custodiva sul proprio smartphone un mosaico apparentemente inspiegabile: simboli neonazisti, manuali per la fabbricazione di armi artigianali e, al contempo, un'ingente quantità di materiale di propaganda jihadista.

Non si tratta di un cortocircuito isolato o dell'eccentricità di una mente disturbata, ma dell'ennesima manifestazione di un fenomeno transnazionale che gli analisti definiscono "White Jihad". Per comprendere la portata e i meccanismi di questa saldatura tra estrema destra violenta e radicalismo islamico, Fanpage.it ha intervistato Francesco Marone, professore associato di Scienza politica all’Università di Aosta e ricercatore senior dell’Ispi all'interno del programma Sicurezza e Difesa.

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Francesco Marone

L'ibridazione dell'odio: cos'è la "White Jihad" e da dove arriva

A prima vista, l'alleanza ideologica tra il suprematismo bianco e il jihadismo appare come un paradosso logico insormontabile. La destra radicale e neonazista fa dell'islamofobia e del rifiuto dello straniero uno dei suoi pilastri identitari. Eppure, nelle pieghe più estreme della rete, i confini si fanno molto più fluidi. "Siamo di fronte a un fenomeno di interesse, di attrazione e di fascinazione vera e propria da parte di alcune frange dell'estremismo violento di destra verso il jihadismo," spiega il professor Francesco Marone. "È una dinamica che può sembrare paradossale, perché l'estremismo violento di destra rimane principalmente ostile all'Islam in generale e, a maggior ragione, agli stessi jihadisti. Tuttavia, esistono alcune specifiche frange, perlopiù riconducibili al cosiddetto neonazismo accelerazionista di matrice statunitense, che hanno sviluppato una profonda attrazione per l'islamismo radicale. L'idea di base dell'accelerazionismo è che la società occidentale contemporanea sia talmente corrotta da dover essere distrutta; bisogna accelerare il suo collasso per poi poter edificare una nuova società dalle sue ceneri. Organizzazioni come la Atomwaffen Division negli Stati Uniti sono state il punto di riferimento originario di questa visione."

Le radici di questo strano legame, sebbene riattualizzate dalle dinamiche digitali, affondano in realtà in suggestioni storiche che i militanti odierni amano rispolverare nei loro circuiti di propaganda. "Se vogliamo guardare al passato, c'è una storia molto lunga," continua Marone. "Spesso si cita il fatto che il Gran Mufti di Gerusalemme al-Husseini, negli anni Trenta, divenne un alleato esplicito di Hitler e di Mussolini. Ma al di là di questi riferimenti storici, che oggi vengono riutilizzati in chiave mitologica, è da qualche anno che verifichiamo un crescente interesse operativo. È un processo che viaggia quasi sempre in un senso solo: sono alcuni suprematisti bianchi a trovare meritevoli di attenzione alcuni aspetti del jihadismo. Esiste anche il percorso contrario, ovvero qualche islamista radicale o jihadista che mostra simpatie per l'estrema destra, ma si tratta di un fenomeno ancor più minoritario".

Questa ibridazione si è notata con molta più forza a partire dagli anni della pandemia, quando l'immersione prolungata nel mondo di internet durante i lockdown ha accelerato in modo impressionante questi percorsi, specialmente tra i giovanissimi.

Antisemitismo e omofobia: il collante tra suprematismo bianco e jihadismo

Per decifrare come un adolescente possa digerire contemporaneamente il mito della razza ariana e i sermoni del Califfato, il professor Marone propone una scomposizione analitica basata su tre ragioni fondamentali: la condivisione di obiettivi politici, l'attrazione per l'estetica della violenza e la mutazione delle tecniche d'attacco.

"Io distinguo sempre tre ragioni schematiche per cui queste persone vengono attratte dal jihadismo pur partendo da posizioni di estrema destra violenta", argomenta l'esperto. "La prima riguarda i temi comuni. Paradossalmente, il suprematismo bianco e il jihadismo condividono una feroce contrarietà alla democrazia liberale, l'ostilità radicale nei confronti degli omosessuali e della comunità LGBTQ+, e la visione di una società rigidamente basata su gerarchie tradizionali. Ma il vero e proprio trait d'union degli ultimissimi anni, esasperato dopo lo scoppio della guerra a Gaza, è diventato l'antisemitismo. Entrambi i mondi sono strutturalmente antisemiti. Ricordo un caso emblematico che ho seguito da vicino a Milano: l'arresto nel 2024 di un ragazzo di origine egiziana che diffondeva messaggi violentissimi online e che, sulla base del comune antisemitismo, era diventato strettissimo amico di un naziskin italiano".

Se l'ideologia fornisce il pretesto, è il secondo livello a fare breccia nella mente dei nativi digitali. Nei canali Telegram frequentati da questi adolescenti, la dottrina politica scompare, sostituita da una cultura pop della brutalità.

"L'aspetto cruciale, soprattutto per i minorenni o per chi ha persino meno di quattordici anni, è la questione estetica", evidenzia Marone. "L'estremismo violento viene vissuto dai giovanissimi come un'esperienza estetica, un gioco di immagini, simboli e meme dove l'ideologia passa completamente in secondo piano. Assistiamo a un fenomeno da loro vissuto come scherzoso, ma estremamente grave, in cui i ragazzi creano dei collage digitali: mettono la figura di Osama bin Laden accostata a riferimenti al neonazismo, oppure prendono la foto di Jihadi John, il boia dello Stato Islamico originario di Londra che sgozzava i prigionieri occidentali in Siria, e lo trasformano in un eroe del suprematismo bianco. Questi ragazzini di solito non hanno alcuna competenza teologica o ideologica, non leggono i testi sacri né i manifesti politici. La loro molla fondamentale è la pura fascinazione per la violenza raccapricciante".

Infine, vi è un aspetto puramente metodologico. Il terrorismo di matrice islamica ha scardinato le vecchie tecniche d'azione, introducendo forme di attacco low-tech diffuse globalmente che i lupi solitari dell'estrema destra hanno iniziato a copiare sistematicamente.

"Il terzo elemento è l'imitazione dei metodi", spiega il ricercatore dell'Ispi. "Alcuni suprematisti bianchi hanno fatto propri metodi resi celebri dal jihadismo, come gli accoltellamenti casuali o l'uso di veicoli pesanti scagliati contro la folla, come abbiamo visto nell'attacco di Charlottesville in America nel 2017. Anche se molti di questi soggetti vengono fortunatamente arrestati prima di entrare in azione, l'efficacia tattica di quegli attacchi è ormai diventata un patrimonio comune a cui attingono tutti gli estremisti, a prescindere dalla sigla d'appartenenza".

Il cherry picking del terrore

L'inchiesta di Bologna non è un fulmine a ciel sereno. Negli ultimi anni le forze dell'ordine italiane si sono trovate a gestire una metamorfosi profonda delle reti eversive, sempre meno strutturate attorno a cellule fisiche e sempre più polverizzate in network digitali privi di leader. In questo ecosistema liquido, i giovani attuano un vero e proprio cherry picking del terrore.

"Tutto questo si inserisce in un contesto più ampio che l'Fbi già nel 2020 aveva definito ‘estremismo violento a buffet'", osserva il professore. "Un ragazzino si siede davanti allo schermo, non si mette certo a leggere il Mein Kampf o i trattati di Al-Zawahiri; semplicemente prende un po' quello che vuole dal web. Trova un aspetto del jihadismo che lo attira, lo mescola con un pezzo di estremismo di destra e crea il suo mix personale. Solo due mesi fa, per esempio, c'è stata un'operazione della Digos a Pavia contro un suprematista bianco italo-albanese che cercava di organizzare una rete online chiamata ‘Terza Posizione'. Pur richiamando il neofascismo italiano e il neonazismo, consumava e promuoveva pure propaganda jihadista. Anche in quel caso, il comunicato ufficiale della Polizia di Stato parlava esplicitamente di White Jihad".

In alcune circostanze, la frammentazione tocca vette ancora più estreme e inquietanti, in cui l'odio politico si salda con subculture nichiliste e criminali che nulla hanno a che vedere con la politica tradizionale.

"Il caso più scioccante, di cui si è parlato troppo poco, è avvenuto un anno fa a Bolzano", ricorda Francesco Marone. "Un ragazzo di 15 anni è stato arrestato perché faceva parte della rete internazionale ‘764', nata in America e ramificata in tutto il mondo. Questa rete mette insieme neonazismo, satanismo e pedopornografia, elementi teoricamente poco compatibili tra loro. Il ragazzo voleva uccidere un clochard in mezzo alla strada e filmare l'assassinio in diretta streaming, seguendo le direttive di questa rete nichilista che incita a colpire i soggetti più vulnerabili. Ebbene, la Polizia di Stato ha accertato che questo minorenne, oltre al satanismo e al neonazismo, consumava anche propaganda jihadista per appagare la sua sete di violenza visiva".

Il vuoto italiano: l'assenza di una strategia nazionale di prevenzione

Se la minaccia rappresentata da queste "schegge impazzite" è elevata a causa della rapidità con cui i giovani possono radicalizzarsi – spesso nel giro di pochissime settimane -, l'Italia si scopre drammaticamente impreparata sul fronte della prevenzione sociale e culturale. Mentre gli apparati investigativi riescono a intercettare i reati prima che si trasformino in stragi, manca una cornice legislativa organica che consenta di intervenire prima che la radicalizzazione diventi di rilevanza penale.

"Il livello di pericolo generale è tutt'altro che basso", avverte Marone. "Sono individui difficili da monitorare, e i loro percorsi di radicalizzazione possono essere brevissimi. Inoltre, c'è il problema della non imputabilità: alcuni di questi ragazzi hanno meno di quattordici anni e sanno benissimo che la legge non può punirli; lo hanno ammesso esplicitamente in recenti indagini su attacchi avvenuti a scuola. In questo scenario, l'Italia sconta un ritardo grave: siamo uno dei pochissimi Paesi in Europa e nell'intero Occidente a non avere una strategia nazionale di prevenzione dell'estremismo violento. In Francia, Germania, Svizzera o Austria esistono programmi strutturati di prevenzione che fanno da complemento all'antiterrorismo. Servono anche a prendere in carico i ragazzi quando si evidenziano i primi segnali di radicalizzazione, prima ancora che venga commesso un reato".

L'analista punta il dito contro un'inerzia parlamentare che dura ormai da oltre un decennio, bloccata da una percezione distorta dell'urgenza del problema. "Sono oltre 10 anni, dallo shock provocato dalle stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015, che in Parlamento vengono presentate proposte di legge in materia", conclude Francesco Marone. "Si tratta di proposte bipartisan, non è una questione ideologica o di bandiera politica. Eppure finora non sono state approvate perché di fatto non percepite come urgenti dall'aula". Eppure, come dimostra i casi di Bologna e i molti precedenti, l'urgenza ci sarebbe, eccome.

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