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Il dramma delle truffe affettive. Nathalie: “Sono stata ingannata con l’IA”. Marinella: “Si diventa dipendenti”

I criminali contattano le vittime sui social e le bombardano di messaggi fino a creare un legame profondo, poi chiedono ai malcapitati di inviare loro del denaro con le scuse più disparate. Le testimonianze di Nathalie e Marinella a Fanpage.it.
A cura di Domenico Mussolino
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Sono definite “truffe affettive” perché coinvolgono la sfera più intima delle vittime. Ma sono vere e proprie manipolazioni, in cui i cybercriminali contattano i malcapitati sui social media, ne conquistano la fiducia con storie cucite su misura per il profilo della vittima e poi chiedono denaro, giustificandone la necessità con motivazioni inventate. I truffati perdono decine di migliaia di euro e diventano dipendenti dalle chat coi delinquenti, perché le tecniche di raggiro sono molto sofisticate, sia dal punto di vista psicologico sia per gli strumenti impiegati, che al giorno d’oggi sfruttano l’intelligenza artificiale.

La storia di Nathalie

Nathalie (il nome è di fantasia) lo racconta a Fanpage.it. "La mia truffa è iniziata proprio nel periodo di Natale di tre anni fa. Mi è comparso su Facebook un gruppo che chiedeva informazioni sulle visite in Australia: io sono australiana, anche se vivo in Italia da tanti anni. Ho letto i contenuti, mi sono aggregata e da lì è iniziato l’aggancio".

"Dopo che avevo postato un commento generico, una persona si è fatta avanti chiedendomi informazioni sull’Australia, chattando sul social media". C’era qualcosa di strano, ma non abbastanza da interrompere la conversazione. "Ci scrivevamo in inglese e mi rendevo conto che c’erano errori di sintassi e di ortografia, ma pensavo che fossero dovuti alla fretta. Era un campanello d’allarme, ma l’ho ignorato perché mi piaceva parlare del mio Paese".

Il criminale le aveva raccontato di essere un ingegnere che lavorava su una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico. "Mi ha fatto capire che era molto interessato a me. Mi ha chiesto di spostare le conversazioni dal gruppo Facebook a Messenger [un programma di chat private, ndr] e da Messenger siamo finiti su Skype [piattaforma per videochiamate, ndr]. Gli argomenti si facevano via via più personali".

È proprio nelle videochiamate che la tecnologia impiegata dall’impostore è diventata più sofisticata. "Notavo una cosa stranissima: l’accento di chi parlava era africano, ma il volto sullo schermo era di una persona bianca (poi ho scoperto che si trattava di una foto rubata di James Scott Geras, un personaggio pubblico americano, che nella mia truffa si chiamava Paul Jan Manfred)".

Nathalie racconta a Fanpage.it che, durante la chiamata video, il truffatore appariva in fermo immagine, ma la sua bocca si muoveva con un’animazione facciale generata dall’intelligenza artificiale. "C’erano momenti in cui l’immagine si bloccava, ma pensavo fosse un problema di connessione; invece era tutto un lavoro di IA".

Dopo dieci-quindici giorni dal primo contatto, è arrivata la prima richiesta di denaro. "Mi ha mostrato una lettera dell’ENI, con un invito a lavorare a Roma per un breve periodo. Mi ha mostrato il suo conto corrente; mi ha detto di avere difficoltà tecniche a svolgere operazioni bancarie perché si trova su una piattaforma in mare aperto. Mi ha chiesto perciò di mandargli dei soldi per il biglietto aereo di un jet privato". Nathalie ha inviato i primi 3.700 euro, con la promessa di riaverli indietro. "Pochi giorni dopo, mi ha detto che i soldi non bastavano perché il costo dei voli era aumentato, così aveva bisogno di 17mila euro. Non avevo liquidità. Sono rimasta molto perplessa. Ho contattato un’amica in Australia e mi ha avvisato che si trattava di una truffa. Per ottenere un finanziamento, ho anche parlato con il direttore della mia banca, che mi ha invitato a pensarci bene".

Ma solo quando l’individuo ha chiesto di essere pagato in bitcoin, Nathalie ha avuto la certezza di essere stata ingannata. "Non conoscevo la moneta virtuale, mi sono messa a indagare di che cosa si trattasse, mi è comparso un video di Iolanda Bonino, dell’associazione ACTA, specializzata nella prevenzione e nel contrasto alle ‘truffe affettive', che spiegava il raggiro. Non mi sono più presentata in banca e ho messo una croce su tutto".

La storia di Marinella, agganciata su Facebook

Anche Marinella, che vive in Piemonte, è stata agganciata su Facebook, in questo caso da un delinquente che si spacciava per un dottore americano di stanza in Yemen per conto della NATO.

"Nel periodo in cui è iniziata la pandemia, nel febbraio del 2020, sono stata contattata su Messenger da una figura che si è presentata come medico, con un camice verde nella foto del profilo. La divisa mi ha incuriosito e ho iniziato a interagire".

"Io sono una veterinaria e passavo ore in ambulatorio, con del tempo morto, quindi scrollavo spesso il telefono. Avere un amico di tastiera con cui scambiare notizie in inglese mi gratificava, perché era anche un modo per allenarmi in una lingua straniera. A un certo punto mi ha chiesto di trasferire le nostre conversazioni su Hangout [un altro servizio di messaggistica, ndr], e siamo andati avanti per circa tre mesi".

"Poi è arrivata la richiesta di denaro. Diceva di essere separato e di voler mettere al sicuro i propri averi. Voleva mandarmi una cassetta con i suoi beni e mi ha chiesto di versare denaro a una ditta di trasporto, di cui avevo verificato l’esistenza. Ha iniziato a chiedere cifre piccole, sui mille euro, poi, di lì, si è andati avanti con la promessa di restituzione. La truffa è proseguita per un po’ di tempo, con sempre nuove e diverse scuse per chiedere soldi. I pagamenti inizialmente avvenivano tramite Revolut; poi il sistema ha smesso di accettare i bonifici. Siamo andati su una piattaforma di bitcoin. Ho perso in totale 60mila euro".

"Ma quando il delinquente ha voluto del denaro per un biglietto aereo", spiega Marinella, "mi sono insospettita perché, se fosse stato veramente al servizio della NATO, avrebbe avuto un volo a propria disposizione. Ho cercato ulteriori informazioni, ho trovato l’associazione ACTA e ho chiamato. Capire di essere stata ingannata è stato brutto, molto pesante. Quando l’ho scoperto, ho tagliato i ponti. Sono riuscita a chiudere completamente subito".

La spiegazione psicologica

C’è una spiegazione neuroscientifica di ciò che accade alle vittime. Lo chiarisce a Fanpage.it Rosalba Morese, esperta in psicologia e neuroscienze sociali all’Università della Svizzera Italiana presso l’Istituto di comunicazione e politiche pubbliche della Facoltà di comunicazione, cultura e società. "Se riusciamo a capire perché è possibile ritrovarsi in queste situazioni, riusciamo anche a sviluppare gli strumenti per proteggerci. Quando si parla di truffe affettive, è importante sapere che ci sono dei processi psicologici e neurofisiologici che avvengono nel nostro cervello, noti da chi mette in atto queste truffe e attivati da strategie molto sofisticate, con l’ausilio delle più innovative forme e strumenti di comunicazione".

"Nella fase iniziale, l'obiettivo è costruire un rapporto di fiducia attraverso un costante bombardamento di complimenti e messaggi gratificanti: la cosiddetta tecnica del "love bombing", spiega Morese. "Numerosi messaggi in questa fase conoscitiva stimolano la produzione di ossitocina, l'ormone che ci permette di fidarci degli altri. Si tratta di un processo psicologico naturale, alla base delle nostre relazioni, dell'attaccamento e della fiducia".

"Superata questa prima fase, in cui la persona si sente profondamente compresa, ricordiamo che le persone che mettono in atto queste truffe sono esperte di comunicazione manipolativa. Queste passano ad un processo psicologico successivo: il "rinforzo intermittente". "In questa fase", prosegue Morese, "queste persone si rendono volutamente indisponibili, per poi riapparire in modo imprevedibile, creando così una dinamica di dipendenza. Studi scientifici mostrano che questo meccanismo è molto simile a quello innescato dalla ricerca di una sostanza stupefacente o dal gioco d'azzardo. Quando la vittima può chattare con quella persona, prova benessere; quando invece viene ignorata, è spinta a cercarla attivamente per ritrovare quella gratificazione. A questo punto, il cervello ha ormai attivato una dipendenza che scollega la sfera emotiva da quella razionale, disinnescando i sistemi neurofisiologici di controllo che ci aiutano a interpretare, controllare e valutare la realtà. È per questo motivo che le vittime abbassano completamente le proprie difese e non possono in questa fase comprendere i rischi e pericoli della truffa".

"Le persone che mettono in atto le truffe sono abili nella ricerca di informazioni personali e, più una storia risuona ed è in linea con l’identità personale della vittima, più l’impatto diventa forte. È una comunicazione manipolativa".

Cosa si può fare

Comunicare apertamente ciò che si sta vivendo è fondamentale per prevenire e contrastare queste dinamiche. "Più solida è la rete di sostegno tra familiari e amici, minore è il rischio di cadere vittima di tali manipolazioni", chiarisce la professoressa Morese. "Molte vittime non sporgono denuncia a causa della vergogna, un’emozione che le spinge a isolarsi. È importante comprendere che questo può accadere a chiunque, perché sfrutta meccanismi psicologici e neurofisiologici elicitati dai processi di comunicazione manipolativa. Prenderne consapevolezza a livello individuale e sociale è il primo passo per creare una rete di supporto e solidarietà efficace".

Anche Nathalie trasmette un messaggio in questa direzione. "I criminali tendono a voler tenere tutto riservato, e invitano le vittime a non parlare con nessuno delle conversazioni in chat, per approfondire la manipolazione. È invece importante raccontare tutto a conoscenti e parenti".

La legge del Piemonte

Lo scorso marzo, la Regione del Piemonte ha approvato una legge con l’intento di fornire sostegno psicologico alle vittime delle truffe affettive e di promuovere attività di sensibilizzazione sul fenomeno.

Presso l’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze è stata istituita una sezione tematica sulla dipendenza affettiva, con funzioni consultive e di monitoraggio.

Con la nuova legge, la Regione può costituirsi parte civile nelle cause relative al reato; le somme percepite a titolo di risarcimento verranno riutilizzate per contrastare il fenomeno. Un piccolo passo verso l'individuazione di un crimine che non sempre è compreso da chi non lo ha mai conosciuto.

Se hai anche tu una storia da raccontare scrivici qui

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