“Mi sono goduto un mese di pensione. I primi di marzo sono sopraggiunti i primi sintomi e lì è iniziato il mio calvario durato 202 giorni. Ora, sono a casa ma mi ritrovo disabile: mi hanno amputato una gamba, ho un quarto di polmone sinistro mancante e venti chili in meno”. Inizia così il racconto di Giovanni Martinelli, 61 anni e residente nella provincia di Brescia. Per settimane l'uomo è stato tra la vita e la morte a causa della virulenta forma di polmonite bilaterale causata dal Covid. "Addosso porto i segni di questa assurda malattia”. Questa storia, anzi, questa sfida con la sorte, inizia all’inizio di marzo scorso. “Ho iniziato con alcune difficoltà respiratorie e con la febbre che superava i 40 gradi centigradi – racconta – Si pensava fosse influenza, ma non passava. Il medico mi aveva diagnosticato una polmonite. I miei familiari hanno chiamato tre volte i soccorsi, ma la situazione era talmente drammatica che non è venuto nessuno. Poi, alla terza chiamata è arrivata l'ambulanza della Croce Rossa che mi hanno portato immediatamente all’ospedale di chiari. Era il 20 di marzo, non dimenticherò mai quella data”.

Gli effetti della polmonite da Covid 

Nel giro di qualche ora la vita del signor Giovanni è cambiata per sempre. “Avevo il Coronavirus – continua – Ero spaventato, devo ammetterlo, non sapevo cosa mi sarebbe accaduto. Il primo giorno in ospedale non sono stato visitato: era il caos. Il secondo giorno sono stato portato in terapia intensiva e intubato: poi il black out”. L’uomo, infatti, è stato sedato per oltre 15 giorni. Quando il peggio sembrava passato Giovanni è stato dimesso dalla terapia intensiva e spostato nel reparto di medicina generale. A distanza di pochi giorni, il quadro clinico del neo pensionato si è nuovamente aggravato, costringendolo a un nuovo trasferimento in terapia intensiva. “Al mio risveglio ho scoperto di non aver più una gamba, quella destra per la precisione. Con calma mi è stato spiegato che era stato necessario amputarla sotto il ginocchio perché, a causa della polmonite da Covid, era subentrata una trombosi. Non ricordo nulla di quella fase. I medici, mentre ero ancora sedato, hanno chiamato mia moglie spiegandole la situazione e lei ha subito detto di tagliare la gamba: se non fosse stata presa questa decisione, oggi non sarei più qui. E’ stata dura accettare l’amputazione, ma non avevo scelta. Poteva andarmi anche peggio perché, solo successivamente, i medici mi hanno raccontato che anche l’altra gamba era stata intaccata da un principio di trombosi”.

Il secondo intervento chirurgico

Le condizioni del signor Giovanni sembrano nuovamente migliorare e, dopo qualche settimana, viene trasferito all’Istituto Clinico Maugeri per iniziare la fisioterapia. “Qualcosa, però, non andava – prosegue -: non riuscivo a respirare bene. Così hanno scoperto che i miei polmoni erano stati intaccati da due batteri differenti: il polmone sinistro era particolarmente compromesso”. Non c’era tempo da perdere, l’uomo doveva tornare in sala operatoria. “Mi hanno portato d’urgenza a Brescia. Da qui in sala operatoria: con l’ennesimo intervento chirurgico sono riusciti a eliminare il batterio, ma questo ha comportato il pagamento di un prezzo – spiega Giovanni con gli occhi lucidi e la voce strozzata -: per rimettermi in sesto, è stato necessario rimuovere un quarto di polmone sinistro”. Dopo tre settimane, il 61enne torna agli Istituti Clinici Maugeri. “Era finalmente arrivato il momento della riabilitazione, ma non avevo le forze. Grazie al supporto dei miei familiari, che vedevo e sentivo tramite videochiamate, e grazie al personale medico e infermieristico che non ha mai smesso di spronarmi e incoraggiarmi ho trovato le forze per recuperare”.

Il trattamento con il plasma iperimmune

Giovanni è stato uno dei primi pazienti trattati con il plasma iperimmune. “Mi hanno proposto di provare la terapia al plasma – spiega – Era maggio e mi hanno spiegato che le sacche arrivavano dal San Matteo di Pavia. Dopo due giorni dalla trasfusione della sacca ho iniziato a sentirmi bene. E’ stata una sensazione che non so spiegare. Dopo una settimana dalla trasfusione mi hanno fatto il tampone ed è risultato negativo”.

Il rientro a casa

Dopo 202 giorni di ospedalizzazione, un arto amputato, un quarto di polmone mancante e venti chili in meno Giovanni fa finalmente ritorno a casa. Un tempo infinito il periodo di degenza a cui è stato costretto l’uomo: sette mesi di ospedalizzazione. “Ora voglio solo stare con la mia famiglia e recuperare il tempo perduto. Tra 6 mesi mi metteranno la nuova protesi e voglio ritornare ad andare in bicicletta e a passeggiare con mia moglie. Intanto, mi faccio coccolare e mi godo le prelibatezze che mia moglie Maria prepara in cucina: ho più di venti chili da recuperare”. Il virus ha trasformato il suo fisico, ma non gli ha rubato il sorriso e l’ottimismo. “E’ stato un lungo incubo – racconta – io, però, cerco di trovare sempre il lato positivo anche nelle situazioni brutte e mi sono reso ancora di più conto che la vita non va sprecata: la vita è meravigliosa!”.

Un messaggio per i negazionisti e i no mask

A chi ritiene la pandemia una sciocchezza e a coloro che rifiutano di proteggersi seguendo le regole imposte, Giovanni chiede una sola cosa: “abbiate rispetto per le persone che hanno sofferto e che ancora soffrono a causa di questa pandemia. Famiglie sterminate, persone che come me portano sul proprio corpo i segni di questa lotta. Io proprio non capisco cosa abbiano nella testa queste persone. A loro suggerisco di parlare con chi è stato segnato a vita da questo maledetto virus. Forse cambierebbero idea e eviterebbero di mettere se stessi e gli altri a rischio”.