Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta morivano nella strage di via D'Amelio, a Palermo, solo 52 giorni dopo che cinquecento chili di tritolo avevano sbalzato in aria le auto in cui viaggiavano il suo amico e collega del pool antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca e tre agenti della polizia di Stato sull'autostrada A29 che collega Capaci al capoluogo siciliano. A 25 anni da quei tragici eventi, però, la verità su cosa sia realmente successo è ancora lontana e molti sono gli interrogativi a cui dare risposta. Dal punto di vista processuale, dal 1994 a oggi sono andati a sentenza tre processi, ma solo l'ultimo di questi è rimasto intatto. I cosiddetti Borsellino Uno e Bis si fondano sulle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, smentito solo nel 2008 da un altro pentito, Gaspare Spatuzza. Il Borsellino Quater è, invece, ancora in corso e ha dovuto demolire i primi due processi.

"Questi sono stati 25 anni di grossi buchi neri, riscontrabili sia in campo investigativo che processuale", ha detto ai microfoni di Fanpage.it la figlia minore di Paolo Borsellino, Fiammetta, che all'epoca della morte del giudice aveva 19 anni. "A mio padre stava a cuore il legame tra la mafia e gli appalti, il potere economico. Forse i collaboratori dovrebbero emergere da altri ambiti". Soprattutto, bisogna accertare cosa avvenne non solo dopo l'esplosione della Fiat 126 telecomandata a distanza in via D'Amelio, ma anche prima della strage. "Un accertamento – continua Fiammetta  – che noi riteniamo essere lungo, difficile ma soprattutto dovuto. C'è tutta una parte oscura che chiamano trattativa, che riguarda i 52 giorni tra la morte di Falcone e quella di mio padre".

Il giallo dell'agenda rossa di Paolo Borsellino

Tra le tante domande ancora in attesa di una risposta c'è di certo, per la figlia minore di Paolo Borsellino, quella sulla conduzione delle indagini alla ricerca della verità sulla strage di via D'Amelio. Due cose, in particolare, non tornano. La prima riguarda il non coinvolgimento in qualità di testimone di Pietro Giammanco, nominato nel giugno del 1990 procuratore capo di Palermo, poi sostituito nel 1993, nel giorno della cattura di Salvatore Riina, da Giancarlo Caselli. "Noi ci chiediamo – continua Fiammetta Borsellino davanti alle telecamere di Fanpage.it – perché in fase di indagine Pm e investigatori non abbiano mai ritenuto di assumere come testimone l'allora coprocuratore capo Pietro Giammanco. Il diretto superiore di mio padre è stato colui il quale ha omesso di informarlo dell'arrivo di un carico di tritolo. A una richiesta di chiarimenti, rispose semplicemente che aveva provveduto a mandare le carte alla procura di Caltanissetta. Altra cosa abbastanza singolare, è la non volontà sempre di Giammanco di delegare a mio padre le indagini su Palermo dato che era tornato da Marsala proprio per questo. La mattina del 19 luglio Paolo riceve una telefonata alle 7 del mattino da Giammanco in cui lo informava di voler delegare a lui queste indagini dopo che per mesi erano state negate".

Un altro punto oscuro delle indagini riguarda il ritrovamento della famosa agenda rossa. "Ci chiediamo perché sulla borsa di mio padre gli investigatori non abbiano mai ritenuto nelle immediate ore successive alla strage di effettuare un test del Dna. Poi, mia sorella Lucia già nel novembre del '92 fa notare ad Arnaldo La Barbera (che guida il gruppo investigativo Falcone-Borsellino), che dalla borsa era sparita l'agenda rossa. Allorché lo stesso La Barbera ce la viene a riconsegnare, anche se già aveva comunicato con un'Ansa del 24 e 25 luglio che la borsa non esisteva o se era esistita era andata distrutta con l'esplosione. Quell'agenda evidentemente conteneva delle annotazioni importanti che a noi non era dato conoscere, ma che sapevamo ci fossero".

La falsa testimonianza di Scarantino e le lacune nei processi

Gran parte delle lacune che impediscono di trovare la verità sulla strage di via D'Amelio girano intorno alla controversa figura di Vincenzo Scarantino, un balordo della Guadagna, con precedenti per furto e droga, che nel 1993 si autoaccusa con Salvatore Candura di aver rubato la Fiat 126 usata come bomba nell'attentato di via D'Amelio. Il pentito confessa anche che la decisione di uccidere Borsellino è stata presa nel corso di un incontro della "Commissione" di Cosa Nostra nella villa di Giuseppe Calabiscetta alla presenza di Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera e Santino Di Matteo, diventati poi in seguito collaboratori di giustizia. A confronto con Scarantino questi, però, negano la loro presenza. "Voglio fare due premesse – sottolinea Fiammetta Borsellino -. La prima riguarda il team di magistrati che si è occupato delle indagini del Borsellino Uno e del Bis. Parlo del già defunto Giovanni Tinebra, che nel 1992 è stato nominato titolare delle inchieste sulle stragi di Palermo, del dottore Petralia, della dottoressa Palma e di Di Matteo, che si introduce nel 1995. Una riflessione a parte va fatta per quanto riguarda il dottor Saieva e la Boccassini, che si occuperà principalmente della strage di Capaci, ma lascerà le indagini su via D'Amelio a ottobre '94 in un modo molto singolare: capisce che Scarantino dice cose inverosimili e riterrà di ammonire i suoi colleghi circa la necessità di verbalizzare tutto".

La seconda premessa fatta dalla terza figlia del giudice antimafia riguarda i funzionari maggiormente coinvolti nel depistaggio, e cioè Arnaldo La Barbera, a capo del gruppo investivo, Mario Bo e Vincenzo Ricciardi. "Il 25 luglio del '95 Scarantino – continua ai microfoni di Fanpage.it -, che si trovava protetto a San Bartolomeo a Mare, in provincia di Imperia, chiama dalla sua postazione il giornalista Mangano di Italia Uno e ritratta tutte le dichiarazioni lasciate nel corso del processo. La cassetta viene sequestrata da La Barbera e dai suoi uomini ma di questo sequestro non vi è alcun provvedimento autorizzativo. Lo stesso giorno Scarantino rende un interrogatorio davanti al pm Petralia in cui ritratta l'intervista. Nel Borsellino Quater sono anche emerse delle modalità molto discutibili di conduzione dell'interrogatorio nel senso che Scarantino entrava e usciva dalla stanza per lunghi periodi ma di questo non c'è traccia nei verbali. Non so perché Scarantino si autoccusi. Forse c'entra la ritrattazione di Como nel settembre del 1998. In una udienza del processo Bis, che si volge proprio a Como, Scarantino infatti ritratta ancora. In quella occasione supera se stesso, davanti alla Corte d'assise colpevolizza magistrati e poliziotti di averlo indottrinato e consegna addirittura dei verbali che dice di essergli stati consegnati prima dell'udienza Borsellino Uno, pieni di annotazioni da parte degli agenti, i quali si giustificheranno dicendo che quelle frasi dovevano aiutare Scarantino a ripassare le cose da dire, visto l'infimo spessore culturale dello stesso. Ovviamente i giudici, fino alla Cassazione, hanno ritenuto tali giustificazioni plausibili. Ricordo che per queste affermazioni Scarantino si è pure beccato una condanna per calunnia a 8 anni di carcere".

Il pentimento di Spatuzza e la verità ancora lontana

Nel giugno del 2008 Gaspare Spatuzza si autoccusa del furto della Fiat 126 della strage di via D'Amelio su incarico di Cristofaro Cannella e Giuseppe Graviano, smentendo in questo modo le dichiarazioni di Scarantino. Un anno dopo, nel 2009, lo stesso Scarantino, Candura e Andriotta, compagno di cella di Scarantino, dichiarano di essere stati costretti a dire il falso dal gruppo de La Barbera. "Tutto è condotto da un comune filo denominatore, e sarebbe ora di parlare e dire davvero la verità – conclude Fiammetta Borsellino -. La memoria è ricordare ogni giorno che ci sono stati uomini con la "U" maiuscola, che hanno dato la vita per il proprio Paese, dimostrandocelo con dedizione e sacrificio, senza paura e consapevoli di non avere l'appoggio necessario da parte delle istituzioni. A mio padre stava a cuore il legame tra la mafia e gli appalti, la mafia e il potere economico. Forse i collaboratori dovrebbero emergere da altri ambiti".