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Federico Perna morto in carcere. Il Governo risponde: “E’ stato lui a rifiutare le cure”

Un’indagine ispettiva dell’Amministrazione Penitenziaria, un’inchiesta aperta, un giovane gravemente ammalato e morto in cella, una nuova interrogazione parlamentare e tanti punti oscuri.
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A cura di Gaia Bozza
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Un'indagine ispettiva interna per accertare le cause, le circostanze e le modalità di quanto è avvenuto a Federico Perna, morto nel carcere di Poggioreale l'8 Novembre scorso. La annuncia il Sottosegretario della Giustizia Giuseppe Berretta, in seguito all'interrogazione parlamentare a risposta immediata presentata da Salvatore Micillo, deputato del Movimento 5 Stelle.

Malato, con problemi psichici, tossicodipendente. E' morto in carcere, in un Paese che nel 2013 ha contato già 141 vittime. Come vi abbiamo raccontato, nel 2010 Federico Perna, 34enne di Pomezia, viene arrestato e si aggrava nel tempo. L'epatite C  si trasforma in cirrosi epatica. Federico muore in carcere e la Procura di Napoli apre un'inchiesta. Vi abbiamo mostrato le foto del cadavere di Federico, che la madre ci ha chiesto di diffondere perché possano contribuire a fare piena luce sulla vicenda. E adesso sappiamo qualcosa in più grazie all'interrogazione parlamentare presentata dal Movimento 5 Stelle e alla risposta del sottosegretario Berretta.

Nell'interrogazione, presentata dopo gli articoli di Fanpage, si chiede conto di alcune circostanze: "I verbali clinici di una struttura ospedaliera di Viterbo e del centro clinico del carcere di Secondigliano documentano che lo stato di salute di Federico era incompatibile con la detenzione in carcere". Anche nella risposta all'interrogazione si sottolinea che lo stato psicofisico del detenuto era scadente e molto compromesso. Tuttavia, si legge, Perna avrebbe rifiutato alcuni ricoveri. E soffriva di disturbo borderline.

Perché, dunque, la richiesta di incompatibilità con il regime carcerario è stata rigettata? Nella risposta al Question Time si fa riferimento ad una non meglio specificata "pericolosità sociale connessa allo stato psicologico", anche in considerazione del fatto che  il detenuto "aveva rifiutato più volte il ricovero". Un vortice senza uscita, un cortocircuito: un uomo ammalato, tossicodipendente, debilitato dal punto di vista fisico e psicologico, non può uscire dal carcere nonostante il suo stato psicofisico sia gravemente compromesso. Ma i verbali redatti nel 2012 da personale medico a Viterbo e a Secondigliano, solo due delle tante carceri nelle quali Federico è stato trasferito, ci dicono di più: nel penitenziario partenopeo, il medico aveva più volte chiesto un ricovero nel centro clinico indicando anche le date dei solleciti, ma "a causa della carenza di posti letto – si legge – ad oggi tali solleciti hanno avuto esiti negativi". Ancora, chiedeva che fossero adottati "provvedimenti, anche coercitivi, ai fini di una adeguata assistenza sanitaria che in una sezione di detenzione comune non può essere garantita".

La madre, Nobila Scafuro, si sfoga: "Mio figlio non aveva il numero del ministro Cancellieri, lei per caso ce l'ha? Non ho amicizie importanti, purtroppo". Poi ci sono le lettere, nelle quali Federico scriveva "mamma, mi stanno ammazzando". E non solo: "Mi menano le guardie", avrebbe riferito alla madre, che in uno degli ultimi colloqui ha notato "lo zigomo gonfio con un livido grande". Anche quella delle percosse, ricorda il legale Camillo Autieri, è una circostanza tutta da appurare. Così come sarà fatta chiarezza, attraverso l'inchiesta condotta dal procuratore Pasquale Ucci, sulle condizioni che hanno preceduto la morte del giovane Federico, vittima numero 139 in cella, che come molti altri, non aveva cognomi altisonanti.

Parte del verbale redatto nel penitenziario di Secondigliano
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