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“Dovevo fare un aborto terapeutico, continuavano a fare ecografie e mostrarmi il monitor: sono stata male”

Jessica aveva cercato e voluto una gravidanza ma al terzo mese lei e il compagno si sono trovati a dover affrontare uno dei peggiori incubi per un genitore: sapere che l’embrione ha malformazioni incompatibili con la vita. Ha raccontato come in uno dei momenti più drammatici della sua vita si è trovata a scontrarsi con il muro dell’obiezione e con una totale mancanza di empatia.
A cura di Natascia Grbic
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Se avete avuto difficoltà ad accedere all'interruzione di gravidanza, o siete state trattate in modo poco dignitoso per la vostra scelta, scrivete a segnalazioni@fanpage.it. Daremo voce alle vostre storie.

"Io e mio marito siamo andati a fare il test del Dna fetale (esame del sangue che rileva eventuali anomalie genetiche, ndr), e già dall'ecografia il ginecologo si è accorto che c'era qualcosa che non andava. Il feto aveva un problema al cervello, il medico mi ha detto ‘Mi dispiace ma a qualcuno doveva capitare'. Io piangevo, mio marito è svenuto. Come gli è venuto in mente di dirci una frase del genere".

Jessica è una donna che abita in Emilia Romagna. Lei, la gravidanza, l'aveva cercata e voluta. Al terzo mese, facendo gli esami di screening per controllare che il feto stesse bene, lei e il compagno si sono trovati a dover affrontare uno dei peggiori incubi che un futuro genitore possa avere: sapere che l'embrione ha malformazioni incompatibili con la vita.

"Ho allertato immediatamente il mio ginecologo, che dopo avermi visitato ha chiamato l'ospedale – continua Jessica – Dato che ero ancora nel terzo mese e rientravo nei tempi, mi ha detto che avrei potuto fare il raschiamento e l'interruzione volontaria di gravidanza. Sono andata al consultorio, ho fatto le visite con l'ostetrica, mi hanno aperto la pratica e comunicato che mi sarei dovuta presentare il giorno dopo in ospedale. La mattina successiva mi presento per l'intervento, dove mi viene comunicato che non potevano procedere con il raschiamento perché c'era solo un medico obiettore di coscienza".

E così Jessica, in uno dei momenti più drammatici della sua vita, si è trovata a scontrarsi con il muro dell'obiezione. Non solo non è stato rispettato il suo diritto di interrompere la gravidanza. Ma le è stata imposta – in questo caso dal personale medico – una sofferenza maggiore di quella che stava già provando in quel momento. "Avevo passato, scusate il termine, già una notte di merda. Quando sono arrivata in ospedale speravo di porre fine a quella situazione nel più breve tempo possibile. E invece mi hanno detto che sarei dovuta tornare il giorno successivo, sono stati irremovibili".

Il giorno dopo, Jessica va nuovamente in ospedale. E qui, l'aspettava un'altra brutta sorpresa. "La ginecologa mi dice di non poter procedere con il raschiamento perché quel giorno entravo nel quarto mese. Mi è crollato di nuovo il mondo addosso, volevo chiudere quella terribile esperienza il prima possibile e invece continuavano a rimandarmi. Lei mi diceva ‘adesso ti do una pillolina che farà smettere di battere il cuoricino del feto, vai a casa e aspetti che ti vengano le mestruazioni‘. Ho avuto una crisi di pianto, non volevo andare a casa e aspettare che arrivassero le mestruazioni con il mio ipotetico bambino nel sangue".

A quel punto è intervenuta la madre di Jessica, facendo notare l'assurdità della situazione. "Non l'avessimo mai fatto. La ginecologa ha cominciato a farmi non so quante ecografie dicendomi ‘vedi che ho le mani legate, le misure sono da quarto mese, guarda quant'è lungo il femore, non posso fare nulla'. Mi ha fatto vedere ogni cosa con quel monitor gigante puntato sulla mia faccia, mi stavo sentendo male. È intervenuta nuovamente mia madre che stava assistendo a tutto incredula, le ha fatto spegnere il monitor e ha chiesto di parlare immediatamente con il primario, era assurdo non poter fare il raschiamento per un cavolo di giorno".

Il primario visita Jessica, e le dice che si può procedere con il raschiamento senza problemi, perché le misure rientravano nel terzo mese. "A causa della malformazione il feto non si era nemmeno sviluppato, quindi alla fine si decidono a farmi questo benedetto intervento. Sono però stata rimandata ancora al giorno dopo perché ormai quel giorno, dopo tutta quella perdita di tempo, non si poteva più procedere".

Il giorno successivo finalmente Jessica viene ricoverata. "Fortunatamente mi hanno messo in stanza con una persona anziana. Ma stavo comunque in un reparto di ginecologia, davanti a me passavano le mamme in travaglio e per tutto il tempo ho sentito i bambini che piangevano. Io piangevo disperata insieme a loro, tra l'altro non hanno permesso a nessuno di accompagnarmi ed ero da sola. Sono andata a fare la cosa per me più difficile al mondo totalmente abbandonata a me stessa. Nessuna delle infermiere che è entrata da me in stanza ha mostrato un minimo di empatia. Io ero in una valle di lacrime, e nessuna di loro mi ha chiesto anche solo come stavo. Io pure sono infermiera, capisco che purtroppo dopo un po' si diventa immuni a certe dinamiche, non dico tanto, ma almeno una parola di conforto. Dicevano solo ‘alzati devo rifare il letto', ‘questa è la pastiglia per l'antibiotico', ‘questa è per dilatare l'utero'. In sala operatoria devo dire che invece sono stati molto carini. Appena sono entrata ho avuto un attacco di panico, sono stati tutti super empatici e carini. Dopo sono riuscita a far entrare anche solo un attimo mia madre, ma è stata davvero una battaglia".

"Prima di mandarmi a casa mi hanno fatto altre ecografie per vedere se l'utero fosse pulito. Non dimenticherò mai uno specializzando che, nel visitarmi, disse ad alta voce alla ginecologa: "Tutto a posto, qui non c'è più niente". Capisco che è il gergo tecnico, ma si poteva essere un po' più delicati, avvicinarsi magari alla dottoressa e dirlo a voce più bassa. Per me quelle parole sono state una pugnalata. Per non parlare di tutte quelle persone che hanno cominciato a dirmi ‘mi raccomando sei giovane, fai subito un altro figlio'. Io sono appena uscita da una sala operatoria, come può essere tua premura dirmi una cosa del genere?".

I commenti sgradevoli e inopportuni non si sono fermati nemmeno quando Jessica è uscita dall'ospedale. Pochi giorni dopo ha ricevuto la visita fiscale di una funzionaria dell'Inps che, invece di controllare – come suo dovere – solo che fosse tutto nella norma e che lei stesse rispettando le fasce di reperibilità, ha iniziato a chiederle conto del suo aborto.

"Le ho dovuto spiegare che ero stata costretta ad abortire data la malformazione del feto, perché sul foglio dell'Inps c'era scritto che avevo fatto l'interruzione volontaria. Lei non capiva perché lo avessi fatto, quindi ha cominciato a chiedere se avevo abortito volontariamente o meno. Mi ha domandato se in circostanze normali lo avrei fatto comunque. E alla fine mi ha detto di farmi seguire a livello psicologico, perché lei era psicoterapeuta e sapeva ne avrei avuto bisogno. Avrei voluto dirle che mi dispiaceva per i suoi pazienti allora, e che non stava facendo molto bene il suo lavoro".

"Dopo alcuni mesi sono rimasta nuovamente incinta. Ho scelto di andare a partorire in un ospedale a quaranta minuti di macchina da casa mia perché non volevo mai più mettere piede in quel posto. Lì ho perso la dignità, ho perso tutto. Io sono stata praticamente obbligata ad abortire per la malformazione del feto e sono stata trattata in quel modo. Non oso immaginare chi lo decide volontariamente per qualsiasi motivo cosa possa passare. Quando ho letto le storie delle altre ragazze mi sono proprio immedesimata: ho pensato ‘cavolo, ma allora non sono l'unica che ha passato un'esperienza di merda'. Questo mi ha spinto a rispondere e a decidere di condividere la mia esperienza, in modo da essere di aiuto pure io alle altre".

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