La plasmaterapia è stata la risposta cercata e raggiunta dai medici del Policlinico San Matteo di Pavia durante il momento più critico dell'epidemia da Coronavirus in Lombardia che, successivamente, si è diffusa in Italia. Come dichiarato nel corso della conferenza stampa di oggi, lunedì 11 maggio, dal professore Fausto Baldanti, direttore dell'Unità di Virologia del Policlinico di Pavia, "tutto è avvenuto nelle prime 3 settimane dall'inizio dell'epidemia. A quell'epoca l'obiettivo principale era la riduzione della mortalità" dei pazienti affetti da Covid e ricoverati in terapia intensiva.

Mortalità pazienti terapia intensiva ridotta sino al 6 per cento

Con la plasmaterapia, ovvero la sperimentazione, attuata prima dal nosocomio pavese e poi dall'ospedale Carlo Poma di Mantova, secondo cui vi è un'infusione di plasma contenente anticorpi iperimmuni di pazienti già guariti dal Covid nell'organismo di chi deve essere curato, "tale mortalità si è ridotta al 6 per cento, ovvero 1 ogni 16 pazienti", ha spiegato Baldanti. Inizialmente, nella primissima fase dell'emergenza, il tasso di mortalità all'interno delle Rianimazioni si attestava tra il 13 e il 20 per cento. Nelle prime tre settimane si attestava sul 15 per cento.

Dopo una settimana migliorano anche i polmoni

Ma c'è di più dei semplici dati statistici, che pur rassicurano i dottori: secondo quanto evidenziato dai pazienti curati con la plasmaterapia, i polmoni dei malati miglioravano sistematicamente. "I parametri respiratori misurati anche a livello biochimico, cioè quelli che indicano la quantità di ossigeno nel sangue, sono migliorati drammaticamente al termine della prima settimana", ha detto soddisfatto Baldanti, aggiungendo che "le immagini radiografiche con aspetti di polmonite bilaterale sono migliorate in maniera significativa entro la prima settimana e contestualmente i tre parametri scelti per verificare il livello infiammazione sono diminuiti in maniera altrettanto drastica al termine della prima settimana di terapia con plasma". La plasmaterapia, insomma, pare dare una nuova speranza alla cura del Covid nei pazienti che ne patiscono con maggiore violenza le conseguenze.