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“Da imprenditore ho denunciato una tangente e fatto arrestare i corrotti: ma i miei cantieri sono ancora bloccati”

Nel 2021, l’imprenditore etneo Fabio D’Agata ha denunciato una richiesta di tangente in un appalto pubblico. Due anni dopo, il cantiere è rimasto bloccato.
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A cura di Luisa Santangelo
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Il cantiere fermo da due anni
Il cantiere fermo da due anni

Nel cantiere di San Marco d'Alunzio, borgo gioiello della provincia di Messina, il tempo si è fermato a novembre 2021. Al giorno in cui Basilio Ceraolo, direttore dei lavori nominato dal Commissario straordinario per l'emergenza idrogeologica della Regione Siciliana, è stato arrestato per tentata concussione.

A denunciarlo è stato l'uomo a cui avrebbe chiesto una tangente da centomila euro, l'imprenditore catanese Fabio D'Agata. Fuori dal cantiere, però, il tempo ha continuato a fare il suo corso: Ceraolo è stato processato ed è stato condannato, in primo grado e col rito abbreviato, a tre anni e due mesi di arresti domiciliari. Mentre D'Agata ha continuato a vedere il ferro arrugginire sotto il sole e la pioggia di un cantiere bloccato da ormai due anni.

"Il cantiere non è mai stato sequestrato – sottolinea D'Agata a Fanpage.it – Però, nonostante la magistratura non abbia mai ritenuto di fermare i lavori, i lavori si sono fermati lo stesso. È intervenuta la tecno-burocrazia della Regione Siciliana".

I lavori contro il dissesto idrogeologico

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Per farla breve: la ditta di D'Agata ha vinto, nel 2020, una gara d'appalto da 2,5 milioni di euro per il consolidamento di un costone roccioso nel Comune di San Marco d'Alunzio, nel Messinese. A bandire i lavori era la struttura commissariale che, in Sicilia, si occupa di contrastare il dissesto idrogeologico del territorio. Perché l'Isola paga caro, ormai da anni, il prezzo di alluvioni e allagamenti. Il direttore dei lavori viene incaricato dal Commissario straordinario ed è Basilio Ceraolo, professionista della provincia di Messina. I lavori iniziano: si tratta, essenzialmente, di muri di cemento armato che sostengano una zona che, quasi vent'anni fa, è franata.

Le opere proseguono a passo spedito: gli operai lavorano, gli stati di avanzamento dei lavori vengono pagati all'impresa, i materiali vengono ordinati. Poi succede quello che Fabio D'Agata non si aspettava, e che denuncia alla Guardia di finanza di Sant'Agata di Militello: Ceraolo, in una ricostruzione sostenuta anche dalla sentenza di primo grado, propone di sostituire alcuni tiranti, riducendone la lunghezza.

Di usare, cioè, per fissare i muri alla roccia, cavi metallici di lunghezza di 16 o 18 metri. Anziché di 22 metri, come invece previsti dal progetto. In questo modo, si sarebbero ottenuti risparmi per più di centomila euro. Che avrebbero potuto finire direttamente nelle tasche, metà e metà, di Ceraolo e D'Agata.

La richiesta di tangente da centomila euro

"Sono andato a denunciare e sono cominciati mesi di intercettazioni e controlli da parte delle fiamme gialle", racconta D'Agata. L'indagine porta all'arresto del direttore dei lavori e, successivamente, alla condanna in primo grado. Senza Ceraolo, però, il cantiere non può proseguire le sue attività.

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"Mi aspettavo – spiega D'Agata – che, a maggior ragione vista la situazione, si sarebbero attivate tutte le procedure d'urgenza del caso. L'appalto viene pur sempre da una struttura commissariale con poteri speciali…". Ma cominciano gli intoppi. Si dimette il collaudatore, e intanto partono le procedure per sostituire le figure mancanti e per approvare una variante rispetto al progetto originale.

I mesi passano. Nominati nuovi direttore dei lavori e collaudatore, bisogna verificare che tutto quanto fatto in precedenza fosse stato fatto in modo corretto. Il cantiere resta fermo, ma nel frattempo viene analizzato in ogni sua parte. Vengono fatti carotaggi, prove di carico, indagini sull'armatura del cemento. Quando tutto questo finisce, è l'inizio dell'estate 2023.

Ma per approvare la perizia di variante e, di conseguenza, permettere ai lavori di ripartire, il Genio civile di Messina chiede altri documenti. "Nello specifico, chiede una relazione al vecchio direttore dei lavori sulle opere eseguite fino alla data di sospensione del cantiere – continua Fabio D'Agata a Fanpage.it – Cioè: si chiede al tecnico che ho denunciato e che è stato condannato in primo grado di fornire una relazione sui lavori eseguiti nel periodo che è oggetto del procedimento penale in corso".

La nuova richiesta del Genio Civile

Una richiesta alla quale l'imprenditore etneo si oppone. "Sono state fatte tutte le analisi da altri tecnici, quelli che sono stati nominati successivamente e per i quali abbiamo atteso mesi, è illegittimo e, comunque, inopportuno tentare di fare rientrare Ceraolo nel procedimento dal quale è stato rimosso". Il risultato, ancora una volta, è che l'attesa si allunga.

Gli operai sono stati licenziati, il ferro resta ad arrugginire e il sindaco di San Marco d'Alunzio minaccia di andare a Palermo, negli uffici della Regione, per chiedere risposte: "Il cantiere ha spaccato le fognature, che dovevano essere ricostruite… Ma si è fermato tutto e le fogne sono rimaste a cielo aperto", dice il primo cittadino Filippo Miracula a questa testata.

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I pericoli per la popolazione

"Senza contare che, se dovesse arrivare una bomba d'acqua, speriamo mai, qui rischiamo di piangere davvero, di piangere fatti molto gravi – sottolinea – In quale paese del mondo un appalto per il dissesto idrogeologico, di questi tempi, resta bloccato per due anni? Massima solidarietà all'impresa, però sono i miei concittadini che non dormono la notte per la paura". Perché un cantiere incompiuto potrebbe essere più pericoloso del rischio che era chiamato a sanare.

"Mi viene da pensare alle aziende confiscate alla mafia", commenta Giovanni Pistorio, segretario generale della Fillea Cgil – Sicilia, che da tempo segue la storia del cantiere di San Marco d'Alunzio. "È ormai la storia che conosciamo tutti, no? Quando un'azienda è gestita dalla mafia, lavora, non ha problemi, va avanti, con la forza intimidatoria della criminalità organizzata alle spalle. Quando poi interviene lo Stato, con il sequestro o la confisca, l'azienda viene isolata, viene allontanata dal mercato, molto spesso finisce per fallire – prosegue Pistorio – In questo caso, con tutte le dovute differenze, succede la stessa cosa: un imprenditore denuncia un tentativo di corruzione e viene isolato, lasciato solo. Il sistema si protegge e reagisce così a ogni tentativo di inoculare legalità".

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