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30 Novembre 2021
09:35

“Così ho denunciato una richiesta di tangente da 100mila euro”, il racconto dell’imprenditore D’Agata

L’imprenditore Fabio D’Agata ha denunciato chi gli ha chiesto di pagare una tangente. Era il direttore dei lavori di un cantiere per il consolidamento contro il dissesto idrogeologico a Messina. Il racconto a Fanpage.it.
A cura di Luisa Santangelo
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Il cantiere in cui si è consumata la richiesta di tangente
Il cantiere in cui si è consumata la richiesta di tangente

"Per me denunciare è un fatto normale, non mi sono nemmeno posto il problema". Fabio D'Agata è un imprenditore di Acireale, in provincia di Catania. Con la sua azienda edile da anni lavora nel settore delle infrastrutture pubbliche e se deve tornare indietro alla prima richiesta estorsiva ricevuta dice: "Sarà stato una ventina d'anni fa". Da allora, non ha mai smesso di denunciare. L'ultima volta lo ha fatto nel cantiere in cui sta ancora lavorando: è il consolidamento di un costone roccioso nel Comune di San Marco d'Alunzio, in provincia di Messina, per conto del commissario contro il dissesto idrogeologico in Sicilia, retto dal governatore Nello Musumeci. "In questo caso, a chiedere qualcosa di illegale è stato il direttore dei lavori", racconta D'Agata a Fanpage.it. La guardia di finanza di Messina ha eseguito nelle scorse settimane una misura cautelare richiesta dalla procura di Patti: l'ingegnere denunciato dall'imprenditore è stato messo ai domiciliari per una tangente da centomila euro.

"L'appalto valeva circa 2,5 milioni di euro – spiega Fabio D'Agata – E prevede la costruzione di muri di cemento armato che reggano un costone franato una quindicina di anni fa. Per fissare questi muri, è necessario inserire dei tiranti di acciaio lunghi, da progetto, 22 metri". Poco dopo l'avvio del cantiere, a ottobre 2020, il direttore dei lavori – che fa capo alla stazione appaltante, cioè l'ufficio speciale contro il dissesto idrogeologico – si sarebbe presentato da D'Agata proponendo la riduzione della lunghezza dei tiranti. "Da 22 a 16, 18 metri. Lì per lì, non mi è sembrata una richiesta strana: capita che i direttori dei lavori propongano delle modifiche, magari per generare delle economie necessarie a coprire spese impreviste". Quando il professionista gli spiega, però, che i tiranti gli sarebbero stati pagati per la lunghezza di progetto, D'Agata capisce che qualcosa non va. "Mi propose, di fatto, una sorta di società ai danni dello Stato: avremmo diviso a metà i soldi risparmiati installando dei tiranti più corti anziché quelli previsti".

Una sostituzione che, tra l'altro, non può avvenire senza uno studio adeguato. E che avrebbe potuto rendere pericolosa, o inefficace, l'opera di consolidamento. A quel punto, D'Agata si presenta dalle Fiamme gialle. E denuncia tutto. "Da quel momento in poi presumo che siano partite le indagini e gli accertamenti tecnici dei finanzieri". Appostamenti, telecamere, intercettazioni telefoniche. "Mi è stato chiesto di fingere di acconsentire alla richiesta, di non modificare il progetto e di continuare a prendere tempo. Tra l'altro, se fossi andato allo scontro, avrei potuto avere ritorsioni gravissime sulla vita del cantiere". Così lui va avanti: garantisce l'avvenuta riduzione della lunghezza dei tiranti e la divisione dell'incasso derivante dal risparmio, cioè circa centomila euro. "Più prendevo tempo più lui si irritava, però. Così messaggi, WhatsApp, telefonate a ferragosto per avere almeno un acconto".

A un certo punto, la situazione diventa paradossale: "Lui trattava me come se io fossi un truffatore che gli stava rubando dei soldi". Nell'audio pubblicato da Fanpage.it l'uomo lo dice chiaramente: "Se lei mi dice ‘ingegnere, io non le do niente' allora io mi comporto di conseguenza". "Mi è capitato altre volte di subire estorsioni: il contesto non era per nulla mafioso, ma il tono non era diverso". E però tutto questo accadeva in un cantiere che dovrebbe servire a evitare frane e crolli, in una Sicilia che solo poche settimane fa è stata letteralmente devastata dalle alluvioni. "Questo mi ha amareggiato più di tutto: non era un mafioso che chiedeva il pizzo, era la persona che rappresentava lo Stato a fare il suo interesse. Era la persona che avrebbe dovuto lavorare per la sicurezza di tutti". Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Messina ha stabilito che l'accusa dovesse essere riformulata: non concussione, ma tentata induzione indebita a dare o promettere utilità.

"Io spero – conclude Fabio D'Agata – che la mia storia sia da stimolo a tutto il tessuto sano dell'imprenditoria edile, che è la maggior parte, a denunciare. Mi rivolgo a chi paga perché ha paura di uscire da qualche cerchio magico di affidamenti diretti o di albi di fiducia: denunciare può solo essere utile. In un sistema corrotto lavorano sempre gli stessi, così invece le cose migliorano per tutti".

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