La diretta Skype che non funziona, il Dpcm in diretta Facebook e quello delle bozze anticipate ai giornali amici la mascherina di Attilio Fontana e quella di Vincenzo Boccia, gli aperitivi di Beppe Sala e Nicola Zingaretti, il lanciafiamme di De Luca, gli apri-tutto e chiudi-tutto di Matteo Salvini: sono passati poco più di 30 giorni dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus in Italia e già non si contano gli errori di comunicazione dei leader politici italiani. Uno strano caso, se si pensa che fino a ieri si diceva che la politica in Italia fosse solo comunicazione. Un problema nel problema secondo Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, docente universitario, ted talker ed esperto, tra le altre cose, di storytelling politico: “Non credo sia il momento di essere diplomatici – spiega Fontana a Fanpage.it -: il modo di comunicare delle istituzioni è terribile”.

Addirittura terribile, Fontana?

Non puoi dire, nel momento più grave della storia recente di questo Paese, che “chiuderemo tutto, ma voi dovete stare. tranquilli”, come continua a fare Giuseppe Conte. Si possono fare scelte estreme – e questo governo le sta facendo – ma vanno motivate correttamente e spiegate nella loro gravità. Altrimenti la gente non capisce, va in confusione. Ed è in questa confusione, in questa sottovalutazione della comunicazione che nascono le fake news e le realtà alternative.

Parla di sottovalutazione. Eppure la sensazione e di essere in un contesto di sovra-comunicazione: non si contano gli interventi televisivi e sui social network di Conte, di Fontana, di Sala, di De Luca…

È vero, ed è un paradosso che la comunicazione sia trattata in modo così dozzinale, in una fase di iper-comunicazione. Il tema non è la quantità, ma la qualità. Estremizzo, ma ci sono state prese di posizione di influencer come Chiara Ferragni che si sono rivelate più politiche di quelle di qualche politico di professione.

Addirittura?

Non solo: si è cominciato a comunicare solo attraverso la via della comunicazione scientifico-medica, abdicando a tutte le altre possibilità: dov’è la psicologia? Dov’è la sociologia? Com’è possibile che in un mese l’unica comunicazione che è passata è quella della conta dei morti? È una comunicazione che non lascia speranza.

Come si inverte la rotta?

Una cosa da fare subito sarebbe quella di affiancare alla comunicazione sanitaria, una comunicazione di futuro: non possiamo rimanere fermi a contare il dramma. Questo non genere solo paura, ma angoscia sociale. E questa angoscia sociale va combattuta.

Cosa serve per farlo?

La domanda giusta è chi serve per farlo: servono leader. Leadership non vuol dire autoritarismo: leadership vuol dire immaginare un futuro. Nemmeno la scienza, peraltro, ha dato prova di leadership: ci sono zuffe da pollaio anche tra gli scienziati. Non è un problema di scienziati o di politici: è un problema di scienziati e di politici che non sanno comunicare. E non è nemmeno solo un problema italiano.

In che senso?

Nel senso che anche le grandi leadership mondiali stanno dimostrandosi inadeguati. Qui cambierà tutto: quando usciremo dalle nostre cosa sarà come essere nel 2070. In 4 settimane saranno passati 40 anni. Abbiamo assistito a una chiusura nel locale quasi medievale delle nostre società. Oggi come oggi, un miliardo di persone è chiuso in casa, una cifra che mette i brividi. Oggi tutto questo avviene in modo legittimo, ma è curioso che avviene prevalentemente in Occidente, nelle democrazie liberali. È una domanda legittima chiedersi cosa succederà dopo.

Cosa succederà dopo?

Nel momento in cui sospendo la libertà civile e leggi democratiche e non spiego più niente – né tantomeno do un limite a questa sospensione – si crea un vuoto di futuro totale. E il vuoto di futuro è pericolosissimo.