Chiara Colosimo, Presidente della Commissione antimafia: “C’è altro da scoprire sulle stragi del ’92 e ’93”
"Oggi non c'è nessun controllo su quello che avviene sui social, lì si possono arruolare le nuove generazioni", manovalanza della criminalità organizzata. "Anche perché a 15 anni pensi che il lavoro ti sfrutti e la Camorra ti arricchisca". A dirlo, intervistata alla seconda edizione di Rumore, il festival di Fanpage.it, è Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia. In un dialogo sul palco dell'Acquario Romano con Francesco Piccinini, conduttore del format investigativo Confidential, la presidente ha tracciato i contorni di una "mutazione genetica" della criminalità organizzata, sempre più avvezza ad utilizzate i social per arruolare persone, comunicare e riciclare denaro.
Secondo Colosimo, l'assenza di un argine digitale permette alle organizzazioni criminali di fare proselitismo esattamente come se le piattaforme fossero le vecchie piazze dei quartieri, ma con una cassa di risonanza globale. "Un quindicenne di oggi non ha vissuto gli anni delle stragi", non ha la memoria del sangue del sangue versato da Falcone, Borsellino e dei membri delle scorte. "Questo ragazzo, aprendo un'applicazione sul suo smartphone, non vede la violenza, ma vede solo un prodotto confezionato ad arte: vede soldi a palate, belle scarpe griffate, un lusso ostentato all'inverosimile". È la costruzione di un mito pericoloso, un'epica criminale che si sostituisce allo Stato lì dove lo Stato arretra. "Durante una visita in una scuola a Castel Volturno, un ragazzo mi ha chiesto apertamente perché dovesse lavorare come cameriere a 4 euro l'ora in nero quando come sentinella di una piazza di spaccio ne guadagnerebbe 500. Gli ho risposto che la sua libertà vale molto più di quei 500 euro e che senza denunciare il lavoro nero non si otterrà mai un salario dignitoso, ma comprendo quanto possa essere attraente quel modello per chi lo vede continuamente sui social".
La discussione si sposta inevitabilmente sulle politiche di contrasto. Piccinini riporta una critica mossa spesso alle istituzioni e al governo: si agisce troppo sulla condanna e sulla repressione, dimenticando il contesto sociale da cui scaturisce la manovalanza criminale? Colosimo riconosce la necessità di un approccio bidirezionale. "La repressione è necessaria e serve tenere il punto fermo sulla criminalità organizzata", argomenta, "ma i due percorsi vanno per forza in parallelo. La necessità di rigore deve essere accompagnata da un racconto e da un messaggio culturale diverso. A quelle persone devi far vedere un'alternativa, perché hanno conosciuto solo quello". La presidente rivendica con orgoglio il lavoro fatto con la legge "Liberi di scegliere". "È un percorso che dice al mafioso: se tu insegni a tuo figlio a sparare invece che a leggere, io ti levo la patria potestà. Netto, com'è giusto che sia. Ma dice anche alle madri: donne, ribellatevi, portate via i vostri figli, noi vi diamo un'altra possibilità, se necessario anche un nuovo nome per ricominciare altrove".
L'evoluzione tecnologica dei clan, tuttavia, si spinge ben oltre il semplice proselitismo. Il dialogo a Rumore affronta il tema delle live streaming su TikTok, dove i creator si sfidano ricevendo donazioni virtuali. Sistemi che, come ricorda Piccinini, sono stati definiti dalla Guardia di Finanza come potenzialmente idonei al riciclaggio. "Confermo che è così", ammette Colosimo, "ed è uno dei problemi più difficili da gestire. Il meccanismo dietro a queste live è diabolico: tutti i soldi raccolti vengono spacchettati in centomila destinazioni diverse. Ricostruire il presunto riciclaggio è un'operazione praticamente impossibile, perché parliamo di transazioni da dieci euro polverizzate tra milioni di persone". Un flusso continuo di denaro che sfugge ai radar tradizionali e che finisce nei paradisi fiscali. Non a caso, come sottolineato dal conduttore, il sesto Paese al mondo per volume di donazioni digitali è Andorra.
Dalla permeabilità della rete si passa a quella, altrettanto grave, delle mura carcerarie. I numeri sono allarmanti: centinaia di telefoni sequestrati nelle celle italiane, un sistema che permette ai boss di continuare a comandare l'esterno. Colosimo rivela un dettaglio emerso in commissione: "Il procuratore di Lecce ci ha raccontato il meccanismo con cui vengono portati i telefoni in cella. Con un drone si arriva direttamente davanti alla finestra interessata e si lascia cadere l'apparecchio. Ma il telefono, nella tragedia di questa situazione, è quasi il danno minore: insieme ai cellulari sono state consegnate perfino delle penne pistola". E mentre si studiano soluzioni come i "jammer" (inibitori di segnale) installati a Secondigliano, i costi elevati e il rischio di isolare i quartieri limitrofi rendono la strada ancora in salita.
Il faccia a faccia a Rumore non risparmia i temi più ruvidi della politica. Piccinini chiede conto a Colosimo della foto, sventolata in Parlamento dalle opposizioni, che la ritrae con l'ex terrorista dei Nar Luigi Ciavardini. Lei replica: "Questa foto viene utilizzata da quasi quattro anni, un'immagine per cui ho chiesto più volte scusa per l'atteggiamento che può aver ferito alcune persone. Ma i fatti vanno chiariti: era una delle tante attività che ho svolto, all'epoca da consigliere regionale, con un'associazione per il recupero e il reinserimento dei detenuti, esattamente come previsto dall'articolo 27 della nostra Costituzione".
L'ultimo capitolo riguarda i misteri irrisolti della Repubblica. C'è ancora altro da scoprire sulle stragi del 1992 e 1993? "Non posso escluderlo", scandisce Colosimo. "In questi anni ho visto e desecretato carte che non mi sarei mai aspettata di trovare segretate. Penso all'ufficio di Paolo Borsellino in Procura, chiuso alle 23:25, parecchie ore dopo la strage di via D'Amelio. Cosa è successo dentro quella stanza in quelle ore, nessuno lo sa".
La ricerca della verità passa necessariamente per l'immenso archivio della Commissione, in via di digitalizzazione. Ed è proprio dagli archivi che emerge una rivelazione inedita e toccante. "Nel luglio di quest'anno Lucia Borsellino mi ha consegnato una valigia di documenti provenienti dallo studio privato di suo padre, materiale che nessuno aveva mai visto prima", racconta Colosimo. "Ci sono manoscritti che mettono i brividi. C'è, ad esempio, un foglio del Banco di Napoli dove Paolo Borsellino segna i punti di quello che vuole dire alla veglia per Giovanni Falcone. Impressiona leggere come un uomo, perfettamente consapevole di essere sul baratro e di essere il prossimo a fare una fine terribile, cercasse in tutti i modi, frugando dentro di sé, di recuperare l'entusiasmo per dire a tutti che con Falcone non era finito tutto. Cercava le parole per spiegare che la lotta alla mafia doveva rimanere un imperativo morale assoluto per Palermo". Una testimonianza umana straziante. "Io mi metterei a tappezzare la città di questi appunti perché questa non può rimanere solo la battaglia personale di Paolo Borsellino per il suo amico. È un impegno che lui chiedeva a tutti noi".