Cascina Spiotta, l’ultimo processo alle Br: chiesto ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti

I pm di Torino Emilio Gatti e Ciro Santoriello hanno chiesto l'ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, fondatori delle Brigate Rosse e 21 anni per Lauro Azzolini.
I tre ex brigatisti sono a processo davanti alla Corte d'Assise di Alessandria per la morte dell'appuntato Giovanni D'Alfonso, ferito mortalmente nella sparatoria di Cascina Spiotta, del 5 giugno 1975.
Alla Spiotta le Brigate Rosse avevano portato l'imprenditore dei vini Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato per finanziare la lotta armata.
Lauro Azzolini è il brigatista fuggito dopo la sparatoria con i carabinieri, durante la quale perse la vita anche Mara Cagol, moglie di Renato Curcio e fondatrice delle Br.
La riapertura delle indagini
L'identità del brigatista fuggito era rimasta coperta per cinquant'anni, fino all'esposto presentato da Bruno D'Alfonso, figlio di Giovanni.
Azzolini ha ammesso la sua presenza alla Spiotta nel corso della prima udienza del processo, a marzo dello scorso anno.
Per l'ex brigatista Azzolini, il pm Gatti ha chiesto il riconoscimento delle attenuanti, per essersi sottoposto all'esame in aula, ad aprile di quest'anno: "Azzolini ha fornito elementi, mentre Curcio ha mentito durante l'interrogatorio, Moretti neanche quello".
Non è stato possibile ricostruire invece chi abbia effettivamente ucciso D'Alfonso: "Non lo so chi ha sparato il colpo mortale a D’Alfonso che aveva finito i colpi. Azzolini ha responsabilità diretta, ha seguito un ordine ben preciso, rompere l’accerchiamento", ingaggiando lo scontro a fuoco come da direttiva brigatista, ha sostenuto Gatti.
Renato Curcio e Mario Moretti
Per Curcio e Moretti, i pubblici ministeri hanno chiesto l'esclusione delle attenuanti e chiesto quindi l'ergastolo.
Nel corso della requisitoria i pubblici ministeri hanno esposto gli elementi a sostegno del concorso morale di Curcio e Moretti nella decisione di sequestrare Gancia e nella risposta da dare a un eventuale arrivo delle forze dell'ordine.
Tra questi ci sono i libri di Curcio e Moretti, pubblicati negli anni Novanta, dove i fondatori delle Br hanno più volte parlato del sequestro Gancia e della sparatoria di Cascina Spiotta:"Abbiamo deciso il sequestro Gancia, abbiamo deciso di chiedere un miliardo, si legge nel libro di Curcio" hanno sostenuto i pm.
Su Renato Curcio peserebbe anche la telefonata fatta da Mara Cagol dopo l'arresto del brigatista Massimo Maraschi, fermato casualmente subito dopo il sequestro.
"Curcio – ha sottolineato il pm Gatti – non dice a Cagol, scappate perché siete rimasti in due. Le dice, vuoi che ti mandi qualcuno in modo da continuare il sequestro? Curcio c’è dentro con i piedi in questa storia".
"Pene simboliche"
Nel pomeriggio sono intervenuti i legali dei figli e della vedova D'Alfonso, parti civili nel processo.
Per l'avvocato Guido Salvini, rappresentante di Sonia D'Alfonso, le richieste dell'accusa “sono pene simboliche per l’età degli imputati. Quello che conta oggi è poter avere la verità sui fatti di cui stiamo parlando”.
Una verità che, per l’avvocato Salvini, avrebbe potuto riguardare anche la morte di Margherita Cagol. Secondo la tesi delle Brigate Rosse, infatti, Cagol sarebbe stata uccisa dopo essersi già arresa, a sparatoria conclusa.
“Se 35 anni fa, quando Azzolini si è dissociato – ha spiegato l’avvocato Salvini – fosse partita un'indagine sui fatti del 5 giugno avremmo avuto qualche verità in più anche sulla morte di Margherita Cagol. Molti testimoni sono morti nel frattempo. Azzolini ha anche la responsabilità per i mancati accertamenti sulla morte di Margherita Cagol”.
I legali delle parti civili hanno chiesto un milione di euro per ognuno dei tre figli di D'Alfonso.
La prossima udienza è fissata per il 23 giugno, data in cui prenderanno la parola i legali di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti — rispettivamente gli avvocati Davide Steccanella, Vainer Burani e Francesco Romeo.