Avvelenate da ricina, ascoltato di nuovo l’infermiere delle flebo: come stavano prima del ricovero in ospedale
È stato ascoltato nuovamente dagli investigatori l'infermiere che lo scorso 26 dicembre è andato a prestare soccorso ad Antonella Di Ielsi e a sua figlia Sara Di Vita. L'uomo è una figura chiave delle ultime ore delle due donne, madre e figlia avvelenate dalla ricina mentre si trovavano nella loro casa di Pietracatella.
L'infermiere era già stato ascoltato per sommarie informazioni in Questura, e aveva raccontato di avere trovato Sara e Antonella in condizioni già gravi: la prima delirava, la seconda non parlava o lo faceva a stento. L'infermiere ha quindi detto di avere consigliato di portarle all'ospedale Cardarelli di Campobasso. Sara morirà il 27 dicembre, giorno successivo al ricovero, e la madre il 28.
Il 16 settembre, l'infermiere è tornato a rispondere alle domande di chi conduce le indagini e, come apprende Fanpage.it, il motivo avrebbe a che fare proprio con la volontà degli inquirenti di definire precisamente lo stato di salute delle vittime, anche in vista degli approfondimenti che stanno per arrivare dagli esperti del Robert Koch Institute, laboratorio tedesco specializzato in biosicurezza e tra i pochi ad avere avuto a che fare con la ricina.
Il termine di novanta giorni dato dalla Procura di Larino al team guidato da Christian Herzog per condurre le sue analisi è quasi scaduto. A loro è affidato il compito di individuare l'eventuale presenza di anticorpi contro la ricina nel sangue dei familiari più stretti delle donne avvelenate. Si tratta di Gianni Di Vita – marito di Antonella e padre di Sara – e della 18enne Alice, la figlia maggiore.
Il nuovo incontro rientra anche nella linea investigativa abbracciata fin da quando è arrivata la conferma che ad uccidere le due donne è stata la ricina, e non una intossicazione alimentare. I sospetti degli inquirenti si sono focalizzati sui rapporti personali delle donne e sulle persone che frequentavano la casa, soprattutto nei giorni di Natale. Allo scopo di definire meglio questi legami, sono state riascoltate diverse persone, compresa un'amica di Gianni Di Vita.
Sono due i filoni di indagine seguiti dalla procuratrice Elvira Antonelli. Il primo è stato aperto per omicidio colposo nei confronti di cinque medici dell'ospedale Cardarelli di Campobasso, quando si sospettava un'intossicazione alimentare e non un atto deliberato. Il secondo fascicolo, invece, è stato aperto contro ignoti per omicidio volontario aggravato dal mezzo velenifero, ed è successivo alla scoperta della ricina come causa della morte.