Giallo Pietracatella, la verità sulla ricina in 900 pagine. Il medico legale: “Caso unico, ora tocca a chi indaga”

“È confermata la causa del decesso come intossicazione da ricina, ma le modalità di somministrazione o di assunzione di questo veleno, e quindi l’ipotesi di terzi, non sono confermati”. A parlare a Fanpage.it è la dottoressa Benedetta Pia De Luca, il medico legale che dalla fine dello scorso anno ha lavorato sul complesso caso di Pietracatella, dove madre e figlia – Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita – sono morte a distanza di poche ore a causa di un potente veleno.
La dottoressa ha depositato nei giorni scorsi, presso la procura di Larino, il referto sulle autopsie di madre e figlia: un fascicolo composto da circa 900 pagine – 500 di relazione e 400 di allegati – su cui De Luca ha lavorato per circa sei mesi. La conclusione è chiara: Antonella e Sara sono morte in seguito all’intossicazione causata dalla ricina. Tocca ora a chi indaga stabilire come la ricina sia stata ingerita dalle due vittime, se c’è stato quindi un intervento esterno e si è trattato di un duplice omicidio, o se regge ancora l’ipotesi dell’assunzione accidentale.
Le ultime indiscrezioni parlano di una possibile e vicina svolta nelle indagini, ma al momento di concreto non c’è nulla, non ci sono indagati e il fascicolo relativo agli omicidi resta contro ignoti. Da parte sua, il medico legale nella sua relazione può solo avanzare delle ipotesi. “La ricina può essere somministrata in vari modi, quella più plausibile e probabile per me è la via orale, ma non possiamo dire con certezza che l'abbiano ingerita o in che modo o se l'abbiano fatto con un alimento o con un liquido”, spiega De Luca che aggiunge: “A tante domande non possiamo rispondere, altrimenti probabilmente saremmo in un'altra fase di indagine”.
“È stato un lavoro lungo, anche perché ci sono dei tempi tecnici per avere i risultati delle analisi. Ho fatto le autopsie il 31 dicembre scorso e subito dopo l’Epifania sono iniziati a partire i primi campioni. Abbiamo fatto una serie di analisi non soltanto tossicologiche, ma anche microbiologiche, insomma analisi molto ampie a largo spettro ed è stato necessario aspettare i risultati di tutte le analisi per avere delle prime risposte. Poi alcune hanno avuto bisogno di conferme in negativo o in positivo, abbiamo dovuto indagare su eventuali false positività. I primi campioni sono partiti a gennaio, poi ne ho mandati altri a marzo, altri a maggio e quindi finalmente a fine giugno siamo arrivati alla conclusione. La relazione tossicologica è arrivata a fine aprile, io ho fatto subito dopo la richiesta di integrazione del collegio e ho iniziato a lavorare col professor Locatelli (il responsabile del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, ndr)".
Alla domanda se avesse già lavorato su casi del genere nella sua carriera la dottoressa dice di no e precisa che in realtà nemmeno altri in Italia “nel senso che questo di Pietracatella è un caso unico”. “Anche per questo il lavoro è stato complesso: non essendoci altri casi analoghi non è stato possibile comparare quello che noi abbiamo trovato con altri casi in Italia e nel mondo”.
Anche per questo motivo, infatti, ai consulenti italiani nelle ultime settimane si sono aggiunti alcuni esperti tedeschi. In particolare, il direttore del Centro per i rischi biologici e patogeni speciali presso il Robert Koch Institut di Berlino, Christian Herzog, e la collaboratrice del laboratorio per le tossine biologiche dello stesso istituto tedesco, Sylvia Worbs: in Germania, infatti, sono state sviluppate tecniche avanzate in grado di individuare tracce di ricina anche a mesi di distanza. Tra le altre cose gli esperti tedeschi analizzeranno i 70 alimenti sequestrati nelle case della famiglia Di Vita a Pietracatella per verificare la presenza di tracce del veleno e lo stesso lavoro verrà effettuato su indumenti, mobili e altri oggetti presenti nella casa. “I tedeschi hanno delle tecniche, delle metodiche, che qua in Italia non ci sono e potranno aiutare chi indaga a risolvere il caso”, ha spiegato la dottoressa.
De Luca ha ricordato, come aveva già fatto il professor Locatelli, che non è stato possibile escludere l’eventuale assunzione del veleno da parte del padre e marito delle vittime, Gianni Di Vita, dato che la ricina va incontro a un processo di degradazione e per questo può “scomparire” col trascorrere del tempo: “Se c’era, era verosimilmente in dosi minori dato che è sopravvissuto, poi c’è anche da considerare che ogni metodica ha i suoi limiti e ci sono anche i limiti di rilevazione”.