Giallo di Pietracatella, Locatelli: “10mila analisi per trovare la ricina. Possibile intossicazione accidentale”

"Abbiamo trovato qualcosa che nessuno aveva mai misurato prima, e ora dobbiamo dimostrare con il massimo rigore che è davvero ciò che ha causato la morte". È questo lo spirito con il quale Carlo Locatelli, tossicologo responsabile del Centro Antiveleni di Pavia, sta lavorando alla consulenza attesa sul tavolo della Procura di Larino per il 30 giugno. Alla guida del suo team, Locatelli ha isolato la ricina nell'organismo di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e di sua figlia Sara Di Vita, morte a Campobasso per le conseguenze dell'intossicazione.
A seguito dei decessi, i magistrati hanno indagato cinque medici del pronto soccorso dell'ospedale molisano Cardarelli, ma con la scoperta della ricina nel sangue delle due donne è stato aperto un altro fascicolo contro ignoti con l'ipotesi di reato di omicidio premeditato con l'uso del mezzo velenifero.
Dottore, ha detto che il caso di Pietracatella è unico al mondo, cosa lo rende tale?
Esistono dei precedenti, ma questo è l'unico in cui è stata dosata la ricina come causa dell'intossicazione e della morte. In altri casi è stato dosato un altro componente del ricino, la ricinina, più facile da identificare ma che noi non abbiamo trovato. La differenza tra il composto che abbiamo trovato noi e la ricinina è che quest'ultimo è un alcaloide contenuto nella stessa pianta ma non è la tossina responsabile dei decessi.
I medici dell'ospedale Cardarelli potevano accorgersi dell'intossicazione da ricina quando Di Ielsi e Di Vita sono arrivate ?
No, non potevano.
Come fate a sapere che quella nell'organismo di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita è una dose letale?
Non lo sappiamo. Riteniamo che la quantità di questa sostanza tossica sia elevata, ma non abbiamo dati di altri decessi in cui sia stata misurata la ricina. Quello che sappiamo è che si tratta di una dose importante perché è superiore ai casi di intossicazione accidentale che abbiamo avuto l'anno precedente e in tutti gli altri casi che abbiamo analizzato; sappiamo che le vittime hanno avuto una grave gastroenterite, cosa che si correla all'intossicazione; sappiamo che sono decedute. Questi tre fattori indicano la ricina come causa del decesso. Il mondo scientifico però non ha un'indicazione della dose letale nel sangue.
Come l'avete trovata?
Abbiamo fatto più di 10 mila analisi e a un certo punto ci siamo buttati sulle cose più improbabili e difficili, e fra queste c'era anche la ricina. Ed è l'unica risultata positiva.
Ha parlato di altri casi di intossicazione da ricina, quindi è possibile un'assunzione accidentale?
Sì. Questa sostanza non è disponibile in commercio perché è molto tossica anche a basse dosi, questo la rende particolarmente pericolosa, ma la ricina è una pianta ornamentale che cresce spontaneamente dappertutto. L'anno scorso abbiamo avuto 8-10 casi di intossicazione accidentale da semi di ricino in diverse regioni italiane. È una cosa che non volevamo che fosse troppo nota. In più, i semi probabilmente non hanno un sapore molto forte o amaro, perché chi li assume non si accorge di averli mangiati e li scambia per altro.
Come agisce la ricina?
È un veleno sistemico che uccide tutte le cellule bloccando la sintesi proteica. Deve essere assorbita, veicolata attraverso il sangue nelle diverse cellule in cui riesce a infilarsi e lì poi iniziare a ucciderle. È un processo che richiede molte ore. Alcune ipotesi dicono 2 o 3 giorni, dipende dalla velocità di assorbimento.
Le proprietà tossiche dei semi di ricino possono essere alterate dalla cottura?
Dipende. Certamente le proteine subiscono delle trasformazioni se si va oltre una certa temperatura per tempi molto lunghi, ma sono tutti dati sperimentali di laboratorio, non sono disponibili nella vita comune. Per ipotesi, è probabile che cuocere i semi per 12 ore a 120 gradi non lascerà molta ricina, il discorso è diverso se si pensa ai 10 minuti necessari per preparare una pasta asciutta.
Per il caso di Pietracatella il prossimo 30 giugno presenterete una nuova consulenza. Su cosa vi state concentrando adesso?
Continuiamo a fare prove per mettere a punto in modo sempre più preciso tutte le tecniche analitiche per escludere tutte le possibilità che avevamo già escluso. Si procede come si fa sempre in ambito scientifico: per migliorare e abbreviare i tempi di diagnosi.
Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono le uniche due componenti della famiglia risultate positive alla ricina. È certo quindi che gli altri non la hanno assunta?
Non possiamo saperlo. Sul marito [Gianni Di Vita n.d.r.] abbiamo fatto le prove a distanza di quattro mesi dal prelievo e dopo che il campione è stato mantenuto a temperature adeguate per ricerche batteriologiche e virologiche, ma inadeguate per il mantenimento di una proteina come questa. Non è quindi escluso che lui possa averla presa ma non fosse più identificabile.
Più passa il tempo più la quantità nel sangue delle persone decedute tende a scomparire, anche se il campione viene congelato a bassissime temperature. Non sappiamo ancora per quanto tempo possa resistere nel sangue di una persona viva, quindi stiamo facendo degli studi su questo.
Dottore, qual è il veleno più insidioso con cui si è trovato ad avere a che fare nel corso della sua lunga carriera?
Questi, i veleni naturali, perché sono difficili da intercettare e da dosare. Di veleni ce ne sono molti ma questi sono quelli più subdoli. Tutte le sostanze hanno una dose oltre la quale diventano problematiche. La tossina botulinica è famosa per essere tra le più subdole, perché non percepibile ed estremamente tossica. Non a caso è una tossina naturale come la ricina.