Ricordate quando Beppe Grillo diceva “Eliminiamo i sindacati”? Che tempi, quelli. E mica tanto lontani, correva la campagna elettorale delle politiche 2012, poi vinte dal Pd di Pierluigi Bersani. Sembra passato un secolo. Ricordo bene – forse lo ricordate anche voi – lo schieramento a difesa delle tre sigle confederali a quelle minacce. Eppure già allora i sindacati arrivavano provati dal governo di Mario Monti. Dalla riforma dell’articolo 18 (proprio così, è stato già riformato nel 2012) e dalla riforma Fornero delle pensioni, che creò oltre 300mila esodati.

Non erano rose e fiori per i sindacati neanche allora, eppure sembra passato un secolo. Già, perché anche se il MoVimento 5 Stelle continua a pensarla allo stesso modo, la verità è che i sindacati (come li abbiamo conosciuti finora) finiscono oggi, e la colpa – o il merito a seconda di come la pensate – va a Matteo Renzi. Che già dai primi mesi di governo li ha attaccati duramente, per poi evitare ogni confronto sulla riforma del lavoro ora in esame al Parlamento. Ha detto: “Ce ne faremo una ragione” se i sindacati non sono d’accordo.

Articolo 18, salario minimo, nuovo contratto per i neo-assunti, nuovi ammortizzatori sociali: il condizionale è d’obbligo sui punti della riforma dato che il disegno di legge nei prossimi mesi potrà diventare tutt’altro. Ma i sindacati, semplicemente, non ci sono. Perché la scelta di Matteo Renzi è stata quella di contrapporre alle loro recriminazioni – e pressioni politiche – accuse incontrovertibili. Cavalcare l’onda del malcontento verso i sindacati. Portare allo scoperto la reale debolezza politica (e di piazza) di questi organismi per affermare che non contano più nulla.

Questa strategia, per ora, si è dimostrata politicamente vincente. Proverò ad elencare alcune delle ragioni per cui i sindacati hanno perso – stanno perdendo – lo scontro con Renzi. E voglio essere chiaro: ritengo molto rischioso ciò che sta accadendo. Perché anche se non difendono i diritti di tutti, anche se dei precari per 15 anni non si sono interessati, penso che i sindacati dovrebbero comunque rimanere una garanzia dei diritti di chi lavora. Il momento è arrivato: o sapranno riformarsi, facendosi garanti anche dei diritti delle nuove generazioni, o la battaglia sul consenso – e sui diritti – sarà persa per sempre.

1. La colpa del precariato è dei sindacati. Difficile controbattere a questa accusa lanciata più volte dal premier nei confronti di Cgil, Cisl e Uil. Personalmente, credo di aver sentito Susanna Camusso nominare i voucher e altri tipi di contratti precari per la prima volta in questi giorni. O forse sanno bene tutto, solo non hanno mai fatto niente. Dal pacchetto Treu, alla legge Biagi, alla riforma Fornero fino al recente decreto lavoro del governo Renzi, i sindacati hanno lasciato mani libera ai governi in quelle politiche del lavoro che, in cambio di meno tutele e diritti, in cambio di una babele di contratti promettevano un aumento dei posti di lavoro. Promessa mai realizzata. In compenso, oggi, sul totale dei nuovi avviamenti di lavoro del 2013 il 68% risulta a tempo determinato (quindi da rinnovare ogni 6 mesi o 12 mesi senza preavviso), e solo il 17,6% viene assunto a tempo indeterminato. Tutto il resto è precariato. Dal 2008 al 2013 i contratti a termine sono aumentati di quasi il 50%.

2. Non difendono i precari. Il 97% degli under 35 che si iscrive a un sindacato lavora con un contratto indeterminato (quindi l’assunzione vera e propria, quella in cui si gode dell’articolo 18). Nel restante 3% vanno gli apprendisti, partite Iva, cocopro e tutti gli altri. Insomma, i giovani ai sindacati non si iscrivono proprio. E i pochi che lo fanno si devono scontrare coi pochi mezzi delle “sezioni precari” confederali, basti pensare che un unico sindacalista – Idilio Galeotti – deve occuparsi di tutti i precari del Nidil della provincia di Ravenna, con 103mila precari su 110mila nuovi avviamenti. Le poche iniziative dei sindacati rivolte ai più giovani, si sono rivelate spesso un flop.

3. Difendono solo pensionati e over 50. Rimaniamo nel campo di quanto detto ai punti sopra, ma in particolare è giusto notare come l’opposizione dei sindacati arrivi sempre e solo quandi si parla di articolo 18, o di tagli alle pensioni. Difesa sacrosanta, a mio avviso, e in linea coi diretti referenti delle sigle. Ma torniamo al punto: Matteo Renzi ha gioco facile ad accusare i sindacati di voler difendere unicamente pensionati e over 50. E di far passare come privilegi quelli che sono diritti. Perché? Perché riguardano solo una fetta della popolazione che lavora.

4. Sono una casta. Proprietà immobiliari, giochi di potere, scandali, pensioni a troppe cifre. Questo dice la cronaca recente sui leader sindacali di maggiore spicco. In particolare la Cisl. Le recenti dimissioni del leader Raffaele Bonanni sembrano infatti essere dovute – secondo quanto riporta Il Messaggero – alle indiscrezioni circolate sulla cospicua pensione che il sindacalista andrà a ricevere. 7.000 euro lordi, 4.800 netti. Bonanni replica: “Sono 47 anni di contributi, prenderò meno di un caporedattore”. Ma non è l’unico inciampo del sindacato bianco e verde. Nel marzo 2013, infatti, il quotidiano La Notizia scoprì un tesoretto immobiliare di proprietà del sindacato, e del valore di 64 milioni di euro che fece molto discutere. Lo stesso Bonanni possiede una casa in pieno centro a Roma, 8 vani in quartiere Flaminio acquistati esercitando il diritto di prelazione dopo 16 anni di affitto. L’immobile, che era proprietà dell’Inps, fu pagato da Bonanni circa 200mila euro, una miseria. Al sindacato Ugl, invece, il leader Centrella è attualmente indagato per appropriazione indebita di circa 250mila euro, e la Guardia di Finanza ha sequestrato la sua abitazione. In diretta su Che Tempo Che Fa di Fabio Fazio Matteo Renzi ha detto: “I sindacati sono l’unica azienda dove l’articolo 18 non vale”, ed è vero. Sono fatti come questi a rendere i sindacati confederali così lontani dalle reali esigenze di chi lavora.

5. Hanno chiesto ammortizzatori sociali a pioggia. La questione è un po’ più complessa. Ma anche a questa accusa i confederali non possono che appellarsi alla facoltà di non rispondere. Se in Italia, secondo le ultime stime del rapporto Cgil, ci sono poco più di un milione di persone tra cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga – senza contare chi è in mobilità o usufruisce di Aspi e Miniaspi – è vero anche che le richieste di cassa in deroga superano abbondantemente le necessità, e spesso gli ammortizzatori vanno ad aziende che ormai sono finite. Sono circa 350mila le persone che usufruiscono di ammortizzatori in deroga in Italia. In realtà, a mio avviso, la responsabilità di ciò è da imputare a governi e ministeri, alle vertenze mai risolte, all’assenza di politiche economiche. Certo, viene da chiedersi perché se i sindacati difendono a spada tratta questi tre tipi di cassa integrazione, non abbiano mai fatto una mobilitazione nazionale per i sussidi ai precari. E se anche Renzi vorrà includere nella platea poche decine di migliaia di persone in più, ai sussidi, avrà comunque avuto partita vinta.

6. Non hanno più le forze per le mobilitazioni di massa. Il punto di riferimento è sempre quello: la manifestazione al Circo Massimo di Roma della Cgil con a capo Sergio Cofferati. A difesa dell’articolo 18 nel 2002 scesero in piazza tre milioni di persone. Impossibile oggi pensare di eguagliare quella cifra, molto difficile addirittura riuscire a pensare di poter ottenere un decimo (un centesimo?) di quel risultato. Colpa della frammentazione fra le sigle, del divario fra la Cgil di Susanna Camusso e la Fiom del carismatico Maurizio Landini, colpa della sempre maggiore sfiducia degli italiani nei sindacati. Sfiducia, del resto, in linea con quella verso i partiti e i giornali. La prossima manifestazione della Cgil sarà il 25 ottobre, quella della Fiom il 18. La Cgil porterà in piazza i pensionati, a protestare contro una riforma che cancella le tutele per i neo-assunti. Buona fortuna.

7. Il ruolo dei sindacati di base. Ma il problema dei sindacati confederali non consiste solo nell’aver perso i giovani. Perché Cgil, Cisl e Uil hanno perso anche tante vertenze industriali, e lo hanno fatto volutamente. La protesta Vinyls degli operai che occupavano l’Asinara cominciò senza l’appoggio dei sindacati. Negli ultimi anni molte fra le più importanti proteste dei lavoratori sono state portate avanti con convinzione dai sindacati di base Usb e Cobas. Come alla Richard Ginori di Firenze, dove nel 2010 i dipendenti stracciarono le tessere della Cgil in massa. O come all’ospedale San Raffaele di Milano. Il caso più eclatante è senza dubbio quello dell’Ilva di Taranto – fabbrica che comprende 12mila operai – dove nel novembre 2013 il sindacato di base Usb divenne il secondo più rappresentativo dopo la Cisl, superando la Fiom Cgil.

Foto: Flickr Fulzio Rossi (cc creative commons)