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Teatro Valle: il bene comune diventa realtà (REPORTAGE)

Sostenere un teatro attraverso la libera partecipazione dei cittadini, senza l'apporto di capitali pubblici o privati. Questa l'idea di bene comune che si concretizza nella vita del Valle, che fanpage vi racconta con la voce dei suoi occupanti.

Teatro Valle: la cultura diventa bene comune

La vita del teatro nella voce dei suoi occupanti: un modello di gestione che si basa su partecipazione e formazione del pubblico

Spazio aperto di discussione, scuola di formazione permanente, luogo di incroci e scambi fra il sapere, l’arte e la cittadinanza. Definirlo “solo” teatro pare quasi riduttivo. Il Valle di Roma è, forse, la forma più concreta e pratica che il discorso sui beni comuni possa assumere. Un luogo che vuole diventare di tutti, a partire dal modello di gestione: un capitale sociale di 250mila euro, da raggiungere tramite le donazioni volontarie dei cittadini, dove ognuno può dare il suo contributo, che sia di 10, 100 o 1.000 euro, diventando socio fondatore senza per questo essere soggetto a rigide gerarchie di ruolo.

Teatro Valle: il bene comune diventa realtà (REPORTAGE).

OLTRE IL PUBBLICO E IL PRIVATO – Siamo andati a respirare l’aria del posto, a vedere, sentire e toccare con mano la vita quotidiana degli occupanti, che si sono “reimpossessati” di questo storico teatro del ‘700, dopo la soppressione dell’Eti (Ente Teatrale Italiano) da parte della Finanziaria dell’ultimo governo Berlusconi e il conseguente rischio di gestione da parte di capitali privati. Ma chi immagina un modello basato sull’assistenzialismo degli enti locali è fuori strada: il Valle punta all’ambizioso obiettivo di una gestione interna, che si sorregge sul contributo volontario e sull’azionariato popolare. Scelta che, per ora, sta dando i suoi frutti in termini di partecipazione: spettacoli, laboratori teatrali, corsi di formazione e permanenze artistiche godono di un successo crescente fra i cittadini di Roma (e non solo). Gli artisti del Valle sembrano aver dato un nuovo significato al termine “occupazione”: non un luogo chiuso su se stesso ma uno spazio che si apre alla città, che diventa parte integrante della cultura e della vita sociale di una Capitale europea.

CULTURA PARTECIPATA – Quello che diventa “bene comune” non è, quindi, il solo spazio teatrale, quello concretamente occupato dai lavoratori dello spettacolo, ma l’intero concetto di cultura che, come molti sottolineano, non può essere ricondotto a logiche esclusivamente economiche e privatistiche. Alla dichiarazioni di principio si aggiunge, però, anche la pratica concreta, con l’apporto di economisti e giuristi che hanno contribuito a redigere lo Statuto della Fondazione che si basa sui principi di partecipazione ricordati sopra. “La nostra è una militanza – dicono gli occupanti ai nostri microfoni – volta a ottenere i diritti fondamentali che spettano a tutti i lavoratori”. Un modello che ora si vuole esportare, magari approfittando anche del clima positivo che si respira nelle altre città italiane riguardo il concetto di “bene comune”, da Torino a Napoli, da Milano a Catania. Un tema quanto mai concreto, che il Valle sta cercando di rendere tangibile nella vita quotidiana della città e del Paese.

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