Il bando per l'assunzione di due medici non obiettori di coscienza all'ospedale San Camillo di Roma ha provocato un vero e proprio terremoto mediatico-politico. Il concorso, bandito dalla Regione Lazio per fronteggiare la cronica assenza di ginecologi non obiettori al San Camillo è stato duramente contestato sia dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin che dalla Cei, che hanno bollato l'iniziativa del governatore come discriminatoria in quanto il bando prevedeva tra i requisiti imprescindibili per l'assegnazione dei posti vacanti l'impossibilità di esercitare il diritto all'obiezione di coscienza previsto dalla legge 194 pena il licenziamento per inadempienza contrattuale. "Snaturata la 194" ha tuonato la Conferenza episcopale italiana. A margine delle accese polemiche scatenatesi in seguito alla diffusione della notizia, il presidente della Regione Lazio ha spiegato che nulla ha di discriminatorio il bando perché sarebbe stato emanato proprio per sopperire alla carenza di personale nella struttura del San Camillo adibita solo ed esclusivamente alle interruzioni di gravidanza, quindi il requisito imprescindibile: "Occorre puntualizzare però che in questa vicenda l'obiezione di coscienza è garantita al 100%: per rispettare l'applicazione è stato promosso un bando per 2 unità di personale su oltre 2.200 operatori del settore, in un servizio strettamente finalizzato a operare richieste di interruzione di gravidanza", ha spiegato Zingaretti.

Nonostante quindi non esista alcun pericolo di discriminazione per i medici obiettori di coscienza, tutelati dalla legge 194, esiste invece il rischio, per una donna che necessita di effettuare un'interruzione volontaria di gravidanza, di non riuscire a far valere il proprio diritto, come rilevato lo scorso aprile dal Consiglio d'Europa, ugualmente tutelato dalla stessa disposizione di legge. Nel testo della 194, emanato nel lontano 1978, all'articolo 9 si legge che "gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale". Nonostante la disposizione di legge sia chiara, altrettanto chiari, in negativo, sono i dati odierni, che descrivono una situazione molto lontana da quella che dovrebbe invece presente sul territorio italiano: nonostante la Legge 194 sia in vigore da ormai 38 anni, solo il 65,5% degli ospedali italiani pratica le interruzioni volontarie di gravidanza, ovvero solo 62 strutture sulle 94 totali presenti sul territorio italiano. Le altre sono, sostanzialmente, fuori legge.

Pochi mesi fa, una tragica notizia di cronaca portò alla luce per esempio la situazione dell'ospedale Cannizzaro di Catania: nel reparto di ginecologia e ostetricia del nosocomio, la proporzione tra medici obiettori e non obiettori era di 12 a 1. Per un reparto formato da 13 soggetti totali, quindi, solo un dottore era in realtà disponibile a effettuare interruzioni volontarie di gravidanza. La legge, nel caso del Cannizzaro, è formalmente rispettata, ma è chiaro anche che il carico di lavoro sulle spalle dell'unico soggetto operante è sicuramente più alto rispetto a quanto potrebbe esserlo se fossero presenti più medici obiettori nel reparto e sproporzionata rispetto alla mole di lavoro. Emblematico, a questo proposito, poi, il caso del Policlinico Umberto I di Roma, dove nel 2014 il reparto adibito alle Ivg fu costretto a chiudere temporaneamente perché per l'unico medico obiettore operante nella struttura era sopravvenuta l'età della pensione e l'ospedale dovette quindi provvedere in fretta e furia, all'ultimo minuto, a trovare un sostituto.

Scendendo ancora più nel dettaglio, i numeri relativi alla presenza di medici obiettori sparsi su tutto il territorio nazionale, dati diffusi dal ministero della Salute nel 2016, raccontano l'esistenza di un fenomeno allarmante: in Italia la media di ginecologi obiettori sfiora il 70%, con punte del 93,3% in Molise, 92,9% nella provincia autonoma di Bolzano, 90,2% in Basilicata, 87,6% in Sicilia e 86,1% in Puglia, 80,7% nel Lazio. Queste percentuali, rapportate anche a quelle degli ospedali che effettuano realmente le interruzioni volontarie di gravidanza dei propri reparti, non illustrano esattamente l'esistenza di un pericolo "discriminazione" nei confronti dei medici obiettori di coscienza, quanto più il fenomeno esattamente contrario, ovvero l'esistenza di una sorta di ghettizzazione dei pochi medici non obiettori che operano nei nosocomi italiani.

Dato che le proporzioni del fenomeno rischiano davvero di far divenire il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza un diritto negato, la ginecologa Silvana Agatone, presidente della Libera associazione italiana ginecologi per l'applicazione della legge 194/78, ha proposto una serie di misure volte ad arginare il dilagare dei medici obiettori nelle strutture sanitarie italiane: un albo pubblico dei singoli ospedali in cui vengano inseriti i dati relativi all'obiezione di coscienza – in modo da monitorare il fenomeno in maniera più circoscritta – una quota del 50% dei posti banditi con concorso pubblico riservata ai medici non obiettori e, infine, prevedere l'obbligo della presenza di almeno una struttura per provincia predisposta a eseguire aborti volontari e terapeutici. Le proposte, però, presentate mesi fa, sembrano non essere state prese in considerazione e a giudicare dalla reazione del ministro della Salute Beatrice Lorenzin in relazione al caso del San Camillo, sarà molto difficile che la politica si spenda per prenderle anche solo in considerazione.