Sei-otto punti di vantaggio. L'ultimo dato pubblicato prima del voto del prossimo 4 dicembre vede il fronte del No avanti di un margine consistente. Il fronte che si oppone alla riforma costituzionale voluta dal Governo Renzi è predominante anche sui social network – al netto delle personali “filter bubble” di Facebook –.

Guardando questi numeri verrebbe da immaginare un futuro scritto eppure la Brexit e le recenti elezioni USA ci dovrebbero insegnare che “it's not over until it's over” ma soprattutto che nell'epoca della filter bubble il fattore “vergogna” incide molto di più di quanto non rilevato dai sondaggi: la “vergogna” di dichiarare il proprio supporto a Trump o alla “Brexit”.

Nasce così “la spirale del silenzio demoscopico”, ovvero il timore di esprimere al propria opinione perché contraria a quella della maggioranza nonostante quest'ultima sia, in realtà, minoranza. E' quello che è accaduto negli USA e nel Regno Unito e potrebbe replicarsi anche in Italia il 4 dicembre. Un silenzio demoscopico generato dal contesto comunicativo che ha riscritto il perimetro del concetto di sinistra per "manganellare" (mediaticamente) la maggioranza silenziosa, defininedola "webete", chiamando i suoi membri "legioni di imbecilli"; in altri termini dimenticando il valore rivoluzionario del concetto di eguaglianza.

La peculiarità del caso italiano, a differenza della recente elezione a stelle e strisce, è data dal ruolo dei media che sono – in larga parte – schierati per il Sì. In questo caso la “narrazione” renziana sta generando un corto circuito in cui il Presidente del Consiglio si propone come “anti-establishment” e presenta il Comitato per il No come “conservatori”. Al quale si aggiunge un secondo fattore, volontariamente palesato da Renzi, ovvero quello della distanza tra il Comitato per Sì  – che ha un solo vero frontman – e quello per il No fatto di voci diverse – “accozzaglie” – che non riescono a restituire un messaggio univoco e creano quello che in comunicazione viene definito "rumore". In tal senso la "gaffe" di Renzi, non è una vera e propria "gaffe", ma una provocazione necessaria a sottolineare la dicotomia tra l'uno e il molteplice. Dicotomia rafforzata dagli attacchi ricevuti a seguito. In altri termini Renzi ha creato la narrazione e l'opposizione l'ha confermata attaccandolo. Le sue successive scuse sono solo la facciata necessaria per giustificare lo slancio comunicativo.

L'opposizione è, quindi, un molteplice frammentato che si contrappone alla compattezza comunicativa del “one-man-show”. Se dovessimo ricercare il fil rouge che unisce Berlusconi-Trump-Renzi, lo troveremmo nella capacità di schiacciare il dibattito sul sé costringendo, de facto, gli avversari nel suo terreno, nei suoi tempi e nei suoi argomenti. In altri termini Renzi costruisce il tema del dibattito e l'opposizione controbatte sugli stessi argomenti dando un vantaggi al Presidente del Consiglio perché dibatterà solo di questioni scelte da lui in base al criterio del "probabile successo". In tal senso neanche il fronte della Clinton era davvero compatto. In primis perché gli antiTrump non erano necessariamente proClinton (in tal senso gli antiRenziani non sono necessariamente proM5s) e in secundis perché parte del suo stesso partito non riconosceva in lei il vero leader.

Le elezioni USA dovrebbero servire come chiave di lettura per ricordare – laddove ce ne fosse ancora bisogno dopo il ventennio berlusconiano – che la politica del “contro” non è più condizione sufficiente per vincere. L'errore più grande della Clinton – e dei media USA – è stato quello di costruire una campagna “contro”, attaccando (e quindi rincorrendo) sempre l'avversario e la sua comunicazione. Allo stesso modo la campagna per il No è, per sua stessa natura, conservatrice e manchevole di propositività.

Nonostante i sondaggi il Sì non ha già perso, anzi, rischia seriamente di vincere grazie al voto silente di chi si "vergogna".