in foto: Manifestazione operai Alcoa – 2015

Un Paese bloccato, in cui l’ascensore sociale funziona solo verso il basso e in cui si è perso ogni senso di apparenza a una determinata classe sociale. È questa la fotografia che emerge dal rapporto annuale 2017 dell’Istat, che ha l’ambizioso obiettivo di ridefinire la società italiana, determinando i nuovi gruppi sociali e, di fatto, cambiando i criteri con i quali suddividiamo la popolazione italiana.

Per l’istituto di statistica, il criterio migliore è quello di suddividere gli italiani in nove nuovi gruppi, principalmente in funzione del reddito e del benessere familiare.

I nuovi gruppi sociali sono nove: famiglie a basso reddito con stranieri (quello che presenta le peggiori condizioni economiche definite in base al reddito, con uno svantaggio di circa il 40 per cento rispetto alla media), famiglie a basso reddito di soli italiani (un gruppo a basso reddito, il 30 per cento circa in meno rispetto alla media nazionale dei redditi equivalenti), anziani soli e giovani disoccupati, giovani blue collar (famiglie in cui la persona di riferimento è operaio a tempo indeterminato in tre casi su quattro e lavoratore atipico nei restanti casi, con reddito in linea nella media), famiglie tradizionali della provincia (con un reddito equivalente medio inferiore del 25 per cento rispetto alla media nazionale), famiglie degli operai in pensione, famiglie di impiegati, pensioni d’argento, classe dirigente. Lo schema di inquadramento è il seguente

La classe operaia non esiste più. Resta solo la disuguaglianza.

L'Istat mette nero su bianco una considerazione che da tempo è oggetto di riflessioni in ambito filosofico e politico.

Il progressivo mutamento della struttura produttiva del nostro Paese ha determinato che le classi sociali9 abbiano subito profonde modifiche”, si legge nel rapporto 2017, e “all’interno delle stesse classi sociali ciò che sembra essersi profondamente modificato è il senso di appartenenza a una data classe sociale e ciò è particolarmente vero per la classe media e la classe operaia”. Gli appartenenti a queste due classe non hanno alcun “senso di appartenenza”, non si riconoscono come soggetti simili e, anzi, spesso si sentono tra di loro in competizione. Ma c’è di più, perché “le diseguaglianze sociali, acuite dalla frammentazione e precarizzazione delle forme contrattuali, hanno avuto come conseguenza che la società nella sua interezza riconoscesse se stessa non più sulla base di un’identità di valori e un portato sociale, ma che si frammentasse, così come si sono frammentate le classi sociali”.

È la disuguaglianza a fare da cornice a questa impietosa fotografia dei cambiamenti del Paese. Come vi raccontavamo in questo approfondimento, infatti, “nel 2016 l'1% più ricco degli italiani possedeva una ricchezza oltre trenta volte maggiore del 30% più povero e 415 volte quella detenuta dal 20% più povero della popolazione italiana; non solo: il 20% più ricco degli italiani deteneva poco più del 69% della ricchezza nazionale (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 9.973 miliardi di dollari), un altro 20% andava il 17,6%, e al 60% più povero toccava appena il 13,3% di ricchezza nazionale

Ed è sempre la disuguaglianza a determinare l’ulteriore blocco dell’ascensore sociale, che ormai è solo “verso il basso”. Del resto, come spiegava Andrea Festa su LaVoce: “I dati evidenziano infatti che l’aumento delle disparità nella distribuzione del reddito incide negativamente sullo sviluppo delle capacità lavorative di coloro che provengono da nuclei familiari con scarsi livelli di istruzione, perché per loro diminuiscono le opportunità di istruzione di grado elevato, di carriera lavorativa e di mobilità sociale. Di conseguenza, la disuguaglianza ha un effetto negativo sulla crescita proprio perché ha una responsabilità nello scarso sviluppo del capitale umano di una parte della popolazione”.

Una questione, quella della disuguaglianza come criterio generale, che non riguarda solo il reddito, come chiosa l’Istat nel rapporto

Il benessere non può essere misurato esclusivamente sulla base delle risorse di cui l’individuo può disporre, ma deve essere inteso anche come capacità “di agire e di essere”, di scegliere in modo consapevole lo stile di vita corrispondente ai propri ideali, di condurre una vita lunga ed in buona salute, di partecipare alla vita della comunità.2 In questa ottica, le risorse economiche diventano uno strumento e il tempo libero, la partecipazione politica, sociale e culturale e lo stato di salute sono invece indicatori di qualità della vita e di benessere delle persone. L’analisi condotta mostra che, oltre a una diseguale distribuzione dei redditi, i gruppi sociali si caratterizzano per una differente capacità di adottare stili di vita salutari e di partecipare attivamente alla vita del Paese, configurando così nuove forme di inclusione ed esclusione.