Diciannove anni, capelli rossi e l'accento sardo della sua Sestu deliziosamente marcato, Emanuela aveva tentato il concorso in polizia dopo il diploma magistrale insieme a sua sorella Claudia, nel 1988. Lei sola lo aveva superato, mentre per la sorella di due anni più grande le porte della caserma erano rinaste chiuse.

I pregiudizi.

Due anni erano bastati per fare di quella ragazzina con la frangia una professionista addestrata. Non era stato facile confrontarsi con i pregiudizi di chi, ancora negli anni Novanta, pensava che una donna fosse costituzionalmente e psicologicamente inadatta alla divisa. Donne poliziotto, le chiamavano, come se la loro fosse una categoria diversa dai colleghi di sesso maschile. A ‘Manu', però, non importava e faceva il suo lavoro con senso di responsabilità ed entusiasmo. Nel 1990 fu trasferita a Palermo, città balzata agli onori delle cronache per l'incredibile lavoro del pool antimafia.

Palermo e la guerra alla mafia.

Palermo città della resistenza alla mafia, ma anche città di morte, a pochi chilometri dalla quale, il 23 maggio del 1992, il giudice Giovanni Falcone era saltato in aria. Insieme a lui sulla A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, avevano perso la vita la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Dopo l'Attentatuni, tra i giovani poliziotti si parlava con preoccupazione della possibilità di essere assegnati alla protezione di Paolo Borsellino, erede di Falcone e per questo nel mirino di Cosa nostra. Quando Emanuela fu scelta non batté ciglio, anzi, cercò di tranquillizzare mamma Alberta e papà Virgilio. "È il mio lavoro" ripeteva.

La scorta di Paolo Borsellino.

La mattina del 19 luglio 1992, mentre Emanuela si allacciava gli scarponcini e prendeva il distintivo, l'angoscia della morte era lì. Era nello specchio in cui si guardava riflessa, nel colore delle nuvole, nel suono del telefono, nelle facce dei passanti, ma Emanuela non poteva soccombere, perché quello era il suo lavoro. Nel pomeriggio di domenica Borsellino e la sua agente di scorta scesero dall'auto parcheggiata davanti all'abitazione dell'anziana madre del giudice, insieme. Alle 16 e 58 via Mariano D'Amelio tremò. Emanuela non ebbe il tempo di capire, di reagire, di proteggersi. Fu estratta da quell'inferno di fiamme e rovine insieme al magistrato che proteggeva.

L'eredità di Emanuela Loi.

Nell'Italia della guerra di mafia, Emanuela è stata la prima donna a morire in servizio nei corpi di polizia. Ha lasciato i genitori, il fidanzato e i due fratelli. La medaglia in suo onore recita

Consapevole dei gravi rischi cui si esponeva, assolveva il proprio compito con grande coraggio e assoluta dedizione al dovere. Barbaramente trucidata in un proditorio agguato di stampo mafioso, sacrificava la vita a difesa dello Stato e delle Istituzioni.