Via D’Amelio e il dossier mafia-appalti, Mutolo: “Borsellino non è stato ucciso per questo, lui e Falcone erano soli”

Restano ancora tanti dubbi sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio. Tanto che a distanza di 34 anni non si smette di indagare. Quest'anno però la Procura di Caltanissetta si è espressa sulle concause che portarono cosa nostra a eliminare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: gli inquirenti si sono concentrati sulle ultime indagini sui grandi appalti della Sicilia degli anni Ottanta e Novanta e quindi anche su quel mondo politico e imprenditoriale che si nascondeva dietro le grandi opere e che agiva in stretto contatto con la mafia. Ancora una volta, l'attenzione dei due magistrati antimafia si era concentrata su quelle pericolose sinergie che avevano permesso all'organizzazione criminale di farsi spazio nel potere italiano. E per la Procura di Caltanissetta su questi lavori dei due magistrati si è nascosta una delle principali concause dell'accelerazione da parte della mafia ad agire il 19 luglio 1992 in via D'Amelio a Palermo. Non solo, la concausa delle stragi del 1992 sarebbe legata a una cattiva gestione del dossier "mafia e appalti" da parte di alcuni magistrati.
Nelle sue ultime indagini sulle stragi del '92 la Procura di Caltanissetta si è dunque fatta una domanda: cosa nostra ha ucciso Falcone e Borsellino per questo loro interesse su mafia-appalti? E perché solo loro se ne occuparono veramente?
Su questo è stato aperto un fascicolo: il procuratore capo Salvatore De Luca è tornato a indagare sul dossier del 1991 che svelò il sistema di corruzione e collusione tra cosa nostra, politica e imprenditoria e su cui Paolo Borsellino lavorò intensamente. Al centro di questo ultimo fascicolo però non c'è solo cosa nostra e imprenditoria, ma c'è soprattutto l'accusa verso alcuni magistrati che negli anni '90 avrebbero messo da parte il dossier mafia-appalti lasciando soli Falcone e Borsellino. De Luca parlando alla commissione Antimafia lo scorso aprile ha detto: "Abbiamo concreti, plurimi e univoci elementi per dire che la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura concausa della strage di Via D'Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci".
Nonostante i dubbi sulla gestione del dossier da parte di alcuni magistrati palermitani dell'epoca, la Procura nissena ha chiesto l'archiviazione per le accuse di favoreggiamento: questo perché c'è l'impossibilità a procedere penalmente per reati ormai prescritti o per la mancanza di prove processuali sufficienti. Ma cosa c'è scritto in queste ultime carte della Procura di Caltanissetta sulla strage di via D'Amelio? Perché si è tornato a parlare di mafia-appalti?
Le ultime indagini della Procura di Caltanissetta
Le ultime indagini sono scattate durante il "processo per depistaggio" che ha visto tra gli imputati Mario Bò, un ex dirigente della Squadra Mobile ed ex funzionario di polizia le cui accuse caddero perché il giudice le dichiarò prescritte. In questi ultimi anni la Procura di Caltanissetta ha analizzato tutti i procedimenti penali che riguardarono il mondo imprenditoriale e mafioso nel periodo precedente le bombe di Capaci e di via D'Amelio. Per la Procura di Caltanissetta, alcuni magistrati incaricati dei fascicoli sul tema avrebbero tenuto un profilo basso negli accertamenti perché portatori di "interessi propri" e di soggetti "vicini". Per gli inquirenti dunque, non si indagò in modo approfondito su mafia-appalti. Lo fecero solo Falcone e Borsellino che, lasciati soli, divennero un bersaglio. Giovanni Falcone, sentito davanti alla Commissione Antimafia nella primavera del 1990 parlò di una "centrale unica degli appalti". Lo disse già due anni prima di essere ucciso lungo quell'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi alla città di Palermo.
Dunque, al centro di quest'ultima indagine non c'è solo il rapporto tra cosa nostra e l'imprenditoria (come quello tra Totò Riina e il gruppo Ferruzzi) ma anche quello che succedeva all'interno della magistratura. Lo avevano capito anche i due giudici, tanto che al termine di una riunione Borsellino ai colleghi aveva detto: "Voi non me la raccontate giusta". In quei mesi Borsellino aveva chiesto ai colleghi di fare approfondimenti su mafia-appalti, cosa che però non fecero. Come si legge nelle carte della Procura, il dossier era stato già archiviato e lo nascosero a Borsellino.
Eppure le motivazioni delle prime sentenze sulle stragi avevano spiegato che "la gestione illecita del sistema di aggiudicazione degli appalti in Sicilia aveva costituito uno dei molteplici moventi che avevano indotto cosa nostra a deliberare ed eseguire le terribili stragi siciliane del 1992". Il movente era correlato agli interessi di ambienti politici, imprenditoriali e mafiosi che avevano, per questioni economiche, interesse a "neutralizzare l’intuizione investigativa di Falcone" evitando in questo modo che le relative indagini fossero portate avanti con “completezza e tempestività". Tutto il lavoro di Falcone è sempre stato supportato da Borsellino.
Le indagini si sono concentrate quindi anche sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino che fin dall'inizio aveva sostenuto che cosa nostra, nella gestione degli appalti siciliani, era passata da un ruolo "prettamente parassitario" a un ruolo "imprenditoriale". Le grandi imprese della zona infatti potevano contare anche su nomi come Riina, Provenzano e Brusca. Fu Paolo Borsellino a scoprire l'interesse del capo dei Corleonesi Totò Riina nella Calcestruzzi (gruppo Ferruzzi). Non solo, dalle carte della Procura si legge che "l’interesse mostrato anche pubblicamente da Borsellino per quel settore di indagini costituiva un complesso di circostanze che facevano apparire a cosa nostra quanto mai opportuna la realizzazione dell’attentato a quel magistrato subito dopo quello a Falcone".
Ma il punto è anche un altro. I collaboratori di giustizia Angelo Siino e Giuseppe Li Pera avevano precisato di aver saputo, già prima che venissero depositate le carte, che erano state aperte indagini su mafia-appalti. Avrebbero parlato di "una indebita percezione di utilità di denaro per la diffusione del rapporto mafia-appalti" contando su Salvo Lima, il referente politico di cosa nostra ucciso poi da mano mafiosa.
L'interesse di Falcone e Borsellino su mafia-appalti
Era stato Giovanni Falcone a dire pubblicamente che "la mafia era entrata in borsa" riferendosi alla "quotazione in borsa di società come quelle del gruppo Ferruzzi". Non solo il Giudice Falcone il 22 giugno del 1990 in Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari aveva detto: "Allo stato, purtroppo o per fortuna le cose accadono tutte in una volta, stanno venendo a maturazione in questo momento i risultati di indagini svolte in almeno un biennio dai carabinieri di Palermo, con encomiabile professionalità, e sta venendo fuori un quadro della situazione che non esiterei a definire preoccupante. Possiamo ritenere abbastanza fondato che c'è almeno nella Sicilia occidentale una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l'assegnazione degli appalti e soprattutto l'esecuzione degli appalti medesimi, con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali sia a livello di strutture burocratiche sia a livello di alcuni amministratori".
Per capire l'interesse di Paolo Borsellino nella questione mafia-appalti basta citare la sentenza del 1999 relativa al processo "Borsellino ter". Eccola: "Non v’è dubbio sul fatto che l’interesse di Borsellino era incentrato sul tentativo di comprendere le scelte strategiche che avevano indotto quella consorteria mafiosa a porre in essere, dopo l’esito sfavorevole del Maxiprocesso, prima l’omicidio di Salvo Lima e poi la strage di Capaci". Era chiaro che l'omicidio di Lima "segnava la rottura – si legge nella sentenza – di una perversa alleanza tra il sodalizio mafioso ed uno dei più potenti esponenti politici siciliani". Per quanto riguarda invece l’attentato a Falcone, voleva occuparsene personalmente tanto da essere pronto a testimoniare riferendo fatti, episodi, circostanze, gli ultimi colloqui avuti con il suo fidato collega.
Ed è proprio in una commemorazione del 25 giugno 1992 sulla morte di Giovanni Falcone che Borsellino aveva detto: "In questo momento inoltre, oltre a magistrato, io sono testimone, sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto degli elementi probatori che porto dentro di me, io debbo per prima cosa rappresentarli all’autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so, non che io penso, che io so, possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che pose fine alla vita di Giovanni Falcone".
Alcune dichiarazioni dei collaboratori di giustizia avevano dimostrato che Borsellino aveva mostrato particolare interesse dopo la morte di Falcone alle inchieste riguardanti il coinvolgimento di cosa nostra nel settore degli appalti e "ciò non solo perché lo riteneva di fondamentale importanza per quella organizzazione ma anche perché convinto che potesse lì rinvenirsi una delle principali ragioni della strage di Capaci". Nelle recenti carte della Procura di Caltanissetta si legge anche che la volontà di Borsellino, resa da lui pubblica in quell'evento, di rivolgersi all’autorità giudiziaria che indagava su Capaci avrebbe potuto spingere cosa nostra ad agire in fretta con il secondo attentato.
Inoltre Agnese Borsellino, moglie di Paolo, il 17 marzo 1998 davanti all'autorità giudiziaria di Caltanissetta, aveva riferito: "Dopo la morte di Giovanni Falcone mio marito, in più occasioni, mi ha manifestato il convincimento che potesse essere prossima anche la sua eliminazione. Non mi ha specificato i motivi di tale sua preoccupazione, anche se, più volte, seppure per accenni, soleva ripetere che cosa nostra lo avrebbe potuto uccidere non per vendette e solo quando altri lo avrebbero consentito. Più volte, ribadendo tale concetto, mi ha espresso il convincimento che l’attività di indagine più pericolosa, che poteva portare alla sua eliminazione, era quella che toccava gli interessi economici dell’organizzazione e di coloro che con l’organizzazione colludevano". Ecco quindi che a far paura a cosa nostra poteva essere quanto scoperto da Falcone e Borsellino dietro le indagini di mafia-appalti.
Potrebbe non essere un caso che il giorno prima della strage di via D'Amelio, Borsellino aveva fatto prelevare dall’archivio del suo Ufficio il fascicolo che riguardava la morte di Luigi Ranieri e che era stato da poco archiviato. Dell'omicidio Ranieri, pochi giorni prima, aveva parlato con Borsellino il collaboratore di giustizia Leonardo Messina che aveva collegato il fatto di sangue al sistema di spartizione degli appalti presidiato da Angelo Siino. Ranieri infatti si era opposto al sistema degli appalti gestito da Totò Riina. E infine, in una riunione in Procura del 14 luglio 1992 Borsellino aveva fatto riferimento al procedimento mafia-appalti.
Il collaboratore di giustizia Mutolo a Fanpage: "Borsellino e Falcone erano soli"
Fanpage.it ha sentito il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo che nel luglio 1992, quindi pochi giorni prima la strage di via D'Amelio, fece tre interrogatori con Paolo Borsellino. Ma cosa pensa uno dei più importanti collaboratori di giustizia di cosa nostra (citato anche nelle ultime carte della Procura di Caltanissetta) è citato sul fatto che l'interesse di Paolo Borsellino su mafia-appalti possa essere una concausa della strage? Ecco cosa ci ha detto Mutolo: "Di mafia-appalti era già qualcosa di molto noto. Già nel '76-'77 io ero in società con i costruttori, tutti mafiosi. La novità invece era che Borsellino aveva capito che non c'era solo la mafia dietro all'uccisione di Giovanni Falcone. Borsellino aveva scoperto che non erano solo i mafiosi. C'è una dichiarazione del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza in cui rivela che quando ha portato la macchina con il tritolo sul posto ha trovato una persona che lui non conosceva. Il discorso bisogna farlo su questo, non su mafia-appalti. Il problema della morte di Falcone e Borsellino non era stata decisa sulla base di questo perché si sapeva già da anni. Nessuna novità. Inoltre se la causa si concentra su mafia-appalti vuol dire che tutto rimane nei confini di Palermo…mi sono spiegato?".
Gaspare Mutolo sostiene che già negli anni '80 si sapeva degli affari tra il gruppo Ferruzzi ed esponenti mafiosi. Nel dettaglio, la famiglia Buscemi, legata a Totò Riina, aveva stretto accordi con la società Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi sulla gestione degli appalti già nel decennio precedente alle stragi del 1992. Mutolo ribadisce: "Non penso che l'omicidio di Borsellino sia avvenuto per la questione mafia-appalti. Non c'entra nulla, il rapporto tra costruttori e mafia era già noto da tempo". E come disse Borsellino durante la commemorazione di Falcone lui sapeva delle cose e le avrebbe dette all'autorità giudiziaria.
Infine: "Sia Falcone che Borsellino erano lasciati soli dai loro colleghi. Giovanni Falcone dopo la morte di Salvo Lima (esponente della Dc ucciso da cosa nostra il 12 maggio del 1992) aveva detto che potevano succedere cose molto gravi".
L'isolamento dei due magistrati
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano stati lasciati soli dai colleghi. Agnese Borsellino in una delle sue dichiarazioni ai pm aveva detto: "Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta. In tale circostanza, Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo".
Lo ribadisce di recente la Procura di Caltanissetta: "Non paiono esservi dubbi in merito al fatto che la chiara sovraesposizione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sia stata ulteriormente aggravata dal loro isolamento all’interno dell’Ufficio, circostanza plasticamente emersa dalle indagini svolte e dagli accertamenti effettuati". E questo contribuì anche alla decisione di cosa nostra di procedere con la loro eliminazione fisica. Il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré aveva risposto in questo modo alla domanda dell'avvocato Repici (legale di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo) durante il processo "Borsellino Quater" che gli chiedeva se nelle decisioni di cosa nostra di eliminare Falcone e Borsellino aveva un qualche peso l’essere quei due magistrati isolati oppure no: "Certo. La forza di Salvatore Riina risiedeva proprio in questo".