Primo novembre 2016, Ospedale Civile di Venezia, 11 del mattino. Una bella ragazza bruna con i capelli corti in divisa da agente della penitenziaria varca la soglia del reparto di ginecologia al primo piano dell'ospedale. È tranquilla, sorridente, chiede a un infermiera dove si trovi il reparto di pediatria. "Grazie, grazie!" le dice con il sorriso a 32 denti. Scende al piano terra al reparto, finalmente trova la persona che cercava, Jessica, una detenuta ricoverata per parto, scambia due parole con lei, gioca con la neonata e poi, si avvia verso l'ascensore. Sissy Trovato Mazza, agente di turno in un giorno festivo, dovrebbe invece dirigersi all'uscita e prendere il battello che la riporta al carcere femminile della Giudecca, dove deve tornare a fare il suo lavoro: controllo buste paga in amministrazione. Lei, invece, si dirige agli ascensori del piano terra dove sembra in attesa di qualcosa o qualcuno. La si vede fare su e giù nell'antro che porta ai piani superiori, poi sparisce vicino all'ascensore di destra e…pam.

Parte un colpo di pistola, uno solo, un proiettile che le trapassa il cranio dalla parete destra, lei cade giù, si accascia come una marionetta strisciando sangue sullo stipite dell'ascensore. Un'ora si diffonde la notizia del tentato suicidio di un'agente calabrese di stanza al carcere femminile di Venezia. Troppo presto per definire quel tipo di evento ‘suicidio', troppo presto per definirlo in qualsiasi modo mentre l'elicottero la trasporta all'ospedale di Mestre, dove i medici tracciano in poche parole un destino inesorabile: non ce la farà. Invece lei ce la fa, anche se ha il cranio deturpato, anche se ogni minuto è una lotta impari con la morte e dalla Calabria arrivano, mute ma potenti, due forze: una è la sua famiglia, l'altra la solidarietà della sua Taurianova.

È da lì che viene la tenace poliziotta, da un piccolo centro nelle campagne a un tiro di sputo da Gioia Tauro, un paese, dove come si dice, si conoscono tutti e dove nessuno crede a quel suicidio. Sissy è sempre stata la roccia della comunità: atletica, intelligente, bella, solare. Il suo sorriso era un iniezione di buon umore e gioia per tutti, la sua generosità un biglietto da visita che che esibiva con noncuranza e naturalezza. La sua allegria e il suo buonumore erano qualità che la rendevano irresistibile, magnetica, come la sua onestà, la sua trasparenza, doti che le sarebbero costate un bel pezzo di serenità. Si viene subito a sapere, grazie all'interessamento della stampa e di programmi come ‘Chi l'ha visto?', che Sissy aveva intrapreso una specie di lotta per i diritti delle detenute nel carcere dove era di stanza da ormai cinque anni. Aveva denunciato ai superiori, nell'ordine: lo spaccio di droga e i comportamenti illeciti di alcune colleghe con le detenute e per farlo ha raccolto le segnalazioni di alcune recluse. Denunce che non hanno avuto seguito mentre nel curriculum di Sissy fioccavano rapporti disciplinari. Questa circostanza viene sottolineata, più che dalla Procura, che pende decisamente verso l'ipotesi suicidiaria, dal legale difensori di famiglia, l'avvocato Mariella Sicari e dai familiari stessi, papà Salvatore in testa.

 

Salvo episodici colpi di scena legati alle condizioni di salute di Sissy, il caso resta sotto traccia molto a lungo, tranne per alcuni giornali – tra cui Fanpage.it – che seguono passo dopo passo la vicenda. Di elementi per parlarne ce ne sarebbero e come: a partire dallo strano video della telecamera di sorveglianza, passando per la mancata acquisizione delle celle telefoniche di Sissy e la mancata perquisizione dell'auto, per finire con la richiesta di archiviazione del caso, sembra che la Procura abbia già deciso: "Suicidio". Eppure non si capisce perché la suicida Sissy, matricola neo iscritta all'università, stella di una partita vincente giocata con la squadra di calcio delle Lupe, solo due giorni prima e fresca di un fidanzamento che la faceva parlare già di fiori d'arancio,  dovesse farla finire davanti a un ascensore in un ospedale dove era di passaggio, senza lasciare un biglietto, avendo avuta addirittura la premura di ricaricarsi il cellulare quella mattina. Non si capisce, ma sembra meritevole di attenzione, tanto che a un certo punto nel caso subentra un'altra figura: Fabio Anselmo, l'avvocato di Cucchi, di Aldrovandi, l'avvocato delle vittime dello Stato. Appunto.

Passano due anni e, dopo un imbarazzante e allarmante silenzio delle istituzioni, il nuovo governo eletto finalmente risponde al grido di aiuto della famiglia Trovato Mazza. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in persona chiama Salvatore Trovato Mazza per ascoltarlo sulle circostanze di quello strano caso. Ed è una sorpresa, perché fino ad allora nessuna rappresentanza istituzionale si era pronunciata a favore di Sissy neppure i colleghi, neppure la direzione della Giudecca, nessuno. A ottobre 2018 Bonafede riceve in un solo incontro Salvatore e Patrizia Trovato Mazza, Jo Pinto, presidente del Comitato civico guidato da Loredana Viola, e Fanpage.it. testimone dell'incontro. Il colloquio finisce con la promessa del ministro di vigilare sull'operato dei magistrati, che, neanche a dirlo, una manciata di giorni prima avevano concesso una proroga di sei mesi alle indagini. Sissy non ce l'ha fatta a vedere la fine delle indagini, ha lottato per due anni in condizioni che avrebbero spezzato ogni altro essere umano, ma non lei. Fino all'ultimo minuto è apparsa bella e come lo era sempre stata, fresca, quasi, in quei ventotto anni di sogni, amori e ideali di giustizia, bruciati in un soffio una mattina, per caso. È morta dopo due anni di strenua lotta nella sua casa di Taurianova.

Resta aperto il caso, anzi, si avvicina il tempo in cui il giudice dovrà decidere se archiviare o procedere, stavolta con il peso di una morte che non sarà certo dimenticata. proprio come Sissy non ha dimenticato le detenute e gli emarginati che cercava di proteggere.