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Premessa: Francesco Emilio Borrelli lo conosco da quando lui aveva vent'anni e io sedici. Entrambi studenti, io alle superiori, lui all’università, entrambi con idee su come dovrebbe essere il mondo. Poi l'ho rincontrato da giornalista; una volta, quando era assessore alla Provincia di Napoli, m’ha pure querelato (fu archiviata, lui poi si scusò). Questo per garantirvi che non parlo «a schiòvere».

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Francesco Emilio Borrelli si potrebbe tranquillamente candidare a sindaco di Napoli nel 2027.

Non ha il consenso strutturato e trasversale di cui gode l'uscente e ricandidato Gaetano Manfredi, ma è attualmente il politico napoletano più popolare in assoluto. Lo chiamano «deputato social» ma la definizione non gli rende giustizia. È da almeno vent'anni che Borrelli fa Borrelli. Un tempo, quando c'erano solo televisione, fotografi e carta stampata, inventava battaglie su due piedi e aveva un ritorno media potentissimo ogni volta, facendo impazzire politici più potenti e strutturati che non erano in grado di avere «buona stampa» come lui. Un situazionista della notizia, cavalcava i trend quando a Napoli nemmeno sapevano cosa fosse la parola «trend».

Il sodalizio politico con Alfonso Pecoraro Scanio, al tempo l'uomo più potente dei Verdi in Italia, aiutò il giovane Francesco Emilio a comprendere che il politico di professione non campa di soli servizi tv e articoli di giornale. Dunque appena trentenne Borrelli si era già strutturato all’interno di un partito che non ha mai lasciato, caso rarissimo: un Totti del Sole che ride.

Il salto di qualità lo ha però quando diventa prima consigliere regionale e poi deputato, ma soprattutto con l'avvento dei social media, in particolare con la trasmissione di contenuti video in diretta.

Lì Borrelli capisce prima degli altri che non serve più aspettare il cronista, il fotografo o la telecamera del tg regionale: la notizia può prodursela da solo, girarla, montarla e distribuirla nel giro di pochi minuti. Lo smartphone diventa il suo ufficio, la sua redazione e la sua sezione di partito. I cittadini gli scrivono, gli mandano video e foto, lo chiamano. E lui arriva. Il parcheggiatore abusivo che pretende i soldi, lo scooter con tre ragazzini senza casco, l'auto in doppia fila davanti alla scuola, i botti illegali, il neomelodico che fa gli auguri al boss, il faccia a faccia contro il «cialtrone» di turno: tutto diventa una diretta, un post, un caso. La strada è il set e lui è insieme autore, conduttore e protagonista.

Quella che molti liquidano come una forma di folclore digitale è in realtà un metodo, ed è un metodo che funziona. Egli ha costruito un rapporto diretto con una fetta enorme di napoletani che non legge i giornali, non segue i consigli comunali e non sa nemmeno come si chiami il presidente della propria municipalità, ma sa benissimo a chi scrivere quando sotto casa c’è qualcosa che non va.

È una popolarità senza mediazioni, senza correnti e senza tessere: si regge su un patto semplice, tu mi segnali e io denuncio. In una città dove per decenni le istituzioni sono apparse lontane, lente o distratte, questo patto ha un valore politico che i suoi avversari hanno sottovalutato a lungo. Ormai gran parte dei napoletani preferisce «mandare a Borrelli» anziché denunciare nelle sedi opportune.

La domanda, allora, non è se Borrelli sia popolare. Lo è, e più di chiunque altro a Napoli.

La domanda è se la popolarità costruita segnalando ciò che non funziona possa trasformarsi nella capacità di far funzionare una città di quasi un milione di abitanti, con i suoi bilanci, le sue partecipate, i suoi dirigenti e le sue lentezze. Fare l'opposizione alla realtà è una cosa. Governarla è un altro mestiere.

E qui arriva la questione che, a Palazzo San Giacomo, Manfredi e il suo cerchio più stretto farebbero bene a porsi. Un Borrelli candidato in proprio sarebbe un problema serio, perché pesca proprio in quei quartieri e in quell'elettorato che un ex rettore ed ex ministro fatica a raggiungere (anche se non so se saprebbe tradurre in intervento concreto le sue denunce).

Tuttavia, un Borrelli che resta dove sta, che continua a fare il controcanto della strada, a raccogliere segnalazioni e rabbia, a dare voce a chi si sente ignorato, è un’altra storia. È il pezzo di popolo che a Manfredi manca, quello che il sindaco-professore non può andarsi a prendere con le dirette sotto i palazzi perché non è il suo mestiere e non sarebbe credibile.

Un uomo che oggi a Napoli vale più consenso di qualsiasi lista, che parla a quartieri e a elettori che un ex rettore non riuscirà mai a raggiungere, e che ogni giorno, con ogni diretta, mostra ai napoletani una città che non funziona. Il parcheggiatore abusivo, la strada sporca, il vigile che non c’è: ogni denuncia di Borrelli finisce, prima o poi, sulla scrivania del sindaco.

Non lo sfiderà alle urne, Borrelli, per ora.

Ma a Manfredi lo consumerà lo stesso, una diretta alla volta.

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