Per anni la preoccupazione più grande è stata che i terroristi sviluppassero metodi sempre più sofisticati per compiere i loro attentati. Dopo l'attacco di giovedì scorso a Nizza, la paura è diventata di gran lunga maggiore. Di fronte a tattiche terroristiche sempre più rudimentali è necessario riconoscere prima di tutto che le misure messe in atto finora sono di utilità limitata e non possono mai garantire la sicurezza totale contro chi decide di uccidere come ha fatto Mohamed Lahouaiej Bouhlel in Francia. Oppure come nel caso del diciassettenne che in Germania ha ferito gravemente quattro persone a bordo di un treno al grido di "Allah Akbar”. Questi attacchi rappresentano una nuova e più difficile realtà, in cui il pericolo può arrivare da persone che fino a ieri non erano state schedate e poste sotto osservazione dalle forze di sicurezza. Il jihadista della porta accanto.

In un mondo in continua e veloce mutazione, anche il terrorismo, in questo caso di matrice islamica, cambia. Da Al Qaeda, l’organizzazione fondata da Osama bin Laden, fino allo Stato Islamico, la figura dell’attentatore è diventata più “liquida”. Sono individui anonimi, “lupi solitari”, che decidono di agire per conto di un’organizzazione terrorista con cui apparentemente non hanno nessun legame.  Un altro aspetto che non va sottovalutato è la loro rapida “conversione” all'Islam radicale, come hanno confermato gli inquirenti in Francia e Germania. In entrambi i casi altrettanto veloce è stata la rivendicazione dell’Isis. I due attentatori sarebbero stati “soldati” del Califfato. Tutto lascia supporre quindi di essere di fronte ad una strategia del terrore jihadista ben pianificata, anche se risulta abbastanza ovvio che lo Stato islamico cerchi di mettere il cappello su questi episodi per dimostrare la sua forza.

Siamo passati da Al Qaeda, un’organizzazione complessa che agiva attraverso azioni di carattere militare contro obiettivi, sia pur civili, però con un alto valore simbolico o politico, all'Isis in cui la propaganda incita a colpire gli “infedeli” in ogni luogo essi si trovino. Se i governi nel primo caso potevano cercare di anticipare e difendersi da possibili attacchi, ad esempio arrestando i membri dell’organizzazione o andando a colpire i “centri decisionali”, nella seconda ipotesi invece, le forze di sicurezza, e con loro tutti noi, sembriamo totalmente indifesi.

Dobbiamo quindi abituarci a convivere con questo tipo di attentati? Cosa spinge questi individui a compiere questi attacchi? Quali sono le radici della loro radicalizzazione?  Ci sono molte spiegazioni e teorie sul perché le persone decidono di unirsi o agire in nome di gruppi estremisti. Le ragioni sono molteplici e complesse. Nonostante i numerosi studi, nessuno scienziato politico, sociologo, economista, storico o psicologo ha ancora scoperto una teoria universale. Non c'è nemmeno consenso accademico su quali fattori, o combinazione di essi, siano cruciali per determinare la scelta di compiere un atto terroristico. Tuttavia si possono fare alcune considerazioni. Nell'era digitale è diventato sempre più facile per dei giovani violenti – spesso afflitti da problemi mentali o in uno stato di emarginazione – trovare nell'identità preconfezionata della Jihad una risposta immediata ad una vita, per loro, senza senso. La spettacolarizzazione della società a cui siamo ormai tutti abituati, inoltre, gioca un ruolo fondamentale. L’idea di compiere un gesto eclatante che aprirà le news di tutto il mondo condiziona certamente le menti più deboli. Questo aspetto, assieme alla rivoluzione dei social media, ha reso più facile per i più giovani – siano essi di origine nordafricana, mediorientale o semplicemente convertiti all'Islam – abbracciare il terrorismo pensando di compiere un gesto eroico ed eclatante che li riscatterà. Tutti questi fattori ci dicono che purtroppo gli attentati di questo tipo sono destinati ad aumentare.

Il fatto che l’attentatore di Nizza fosse tunisino – anche se residente da molti anni in Francia – e che l’assalitore nel treno in Germania fosse un minore non accompagnato proveniente dall'Afghanistan, infine, rischia di gettare altra benzina sul fuoco. Lo stesso capo dell'intelligence francese, Patrick Calvar, davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sugli attentati del 13 novembre a Parigi, ha affermato: “Siamo sull'orlo di una guerra civile”, confermando di fatto un'idea già espressa il 10 maggio scorso, quando aveva evocato forti rischi di uno scontro tra differenti movimenti estremisti in Francia. Lo scenario peggiore e la miglior vittoria per i terroristi.