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Ciao,
nelle ultime sei settimane sono state uccise otto donne, quattro nella sola settimana di Ferragosto. Si chiamavano Luigia Fortunato, Tania Sperindio, Dafne Rebaudo, Daniela Florea, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Joanna Rouissi e Carmela Bifano.
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No, i femminicidi non sono casi isolati. E sì, sono un problema strutturale. Ce lo dicono questi otto nomi, che ho voluto mettere in fila per provare a ricordarli, per far sì che non rimangano soltanto un mero articolo di cronaca che poi si perde nelle home page dei giornali. Otto nomi che ci dimostrano come la violenza di genere debba essere affrontata qui e ora. E che ci dimostrano anche che abbiamo una classe politica totalmente inadeguata a far fronte a questo dramma, che ancora sta lì a dire che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole deve essere approvata dai genitori. Ecco, questi sono i genitori: molti degli uomini che hanno ucciso le loro compagne, mogli o ex partner avevano figli. Chissà se avrebbero firmato l’autorizzazione o se, come credo, ritengono la violenza di genere una stronzata woke per femministe antipatiche e annoiate.
Mi dispiace se il tono che sto usando può sembrarti poco amichevole, ma ti assicuro che in questo momento non mi sento affatto in questo modo. Vorrei tanto avere davanti a me, in questo momento, chi parla di patriarcato mediterraneo solo per racimolare qualche voto, chi dice che non cambia niente se a essere ucciso è un uomo o una donna, e anche chi sostiene che i femminicidi non esistono. In questo momento i nomi di queste otto donne mi risuonano in testa e mi sembra assurdo che ancora si faccia tanta fatica a capire che la violenza di genere, le discriminazioni e il patriarcato non sono parole che le donne hanno inventato per fare post piagnoni su Instagram o per rovinare la vita ai poveri maschi depredati dei loro calzoni: sono cose concrete, che attraversano le nostre vite e che, nel loro punto più estremo, possono arrivare fino a questo. A otto donne uccise nel giro di poche settimane.
Mi sono trovata, nelle ultime ore, a riflettere su una cosa e mi piacerebbe confrontarmi con te per sapere cosa ne pensi: se è solo un’impressione mia o se forse dobbiamo spostare il focus. Quando leggiamo di donne che vengono uccise, oppure anche maltrattate, in casi in cui ancora — o fortunatamente — non si arriverà mai all’evento estremo, lo sguardo si sposta sempre sul loro comportamento. Se sappiamo di una donna che viene picchiata, la prima cosa che ci viene da dire è: ma perché non se ne va? Ma è cretina? Ma se resta vuol dire che le sta bene! Eh, ma perché non lo ha denunciato? Insomma, l'attenzione è sempre sulla donna, a cui si dice che deve riconoscere i segnali, che se ne deve andare, che deve chiedere aiuto, che non deve andare all’ultimo appuntamento. È sempre: donne, donne, donne, voi dovete fare così.
Leggendo però il caso di Tania Terrin, questa narrazione, che già normalmente mi è insostenibile, adesso mi diventa totalmente insopportabile. Tania Terrin, infatti, aveva denunciato Dino Keber dopo un’aggressione e lui era stato ammonito dal questore. Risultavano anche tre querele precedenti di altre compagne, nel 2002, nel 2010 e nel 2021. Quest’uomo aveva un comportamento reiterato, un modus operandi che applicava sempre. Tania Terrin aveva persino mandato la fotografia dell’uomo nella chat del condominio, chiedendo ai vicini di non aprirgli.
Cioè, che cos’altro avrebbe dovuto fare?
Anche Joanna Rouissi aveva parlato della violenza che subiva non solo ai vicini, ma anche a professionisti sanitari. Lei stessa, infatti, aveva cercato di intervenire sul marito, lo aveva accompagnato da uno psichiatra, il problema era noto.
Mi sembra che il lavoro di contenimento della violenza maschile venga sempre, sempre, prima e dopo, scaricato sulle donne che quella violenza la subiscono.
Più ci penso, più vedo che in molte di queste storie il problema non sia nemmeno che nessuno sapesse. È il contrario: si sapeva tutto. La violenza era stata raccontata, vista, in alcuni casi persino denunciata. Per anni abbiamo detto alle donne: parlate, denunciate, chiedete aiuto. Ma che cosa succede quando parlano? Che cosa succede quando una donna dice agli amici che il marito la picchia, quando avvisa i vicini che ha paura del suo ex, quando arriva fino alle forze dell’ordine e denuncia? Nel caso di Tania Terrin non mancavano nemmeno le informazioni. Lei aveva denunciato, lui era stato ammonito, altre donne prima di lei lo avevano querelato. La violenza, quindi, era nota e in piena luce.
Io credo che siamo così abituati a ritenere la violenza sulle donne una cosa normale, che faccia così tanto parte della nostra società, che sia talmente normalizzata, da non scandalizzarci nemmeno più quando ce la troviamo davanti. Senza contare l’egoismo e l’indifferenza dilagante di quelle persone che tendono semplicemente a farsi i fatti propri. Ma non credo che possa essere banalizzata solo in questo modo. Credo che ci sia davvero un problema nel ritenere che, all’interno di una coppia, possa capitare che un uomo agisca violenza su una donna. È una cosa talmente radicata nella nostra società che, quando ce l’abbiamo davanti agli occhi, spesso non facciamo niente, non diciamo niente. E forse il problema è anche che continuiamo a chiamare ‘problemi di coppia’ cose che problemi di coppia non sono.
Ci chiedono aiuto e al massimo le ascoltiamo, diamo qualche consiglio, qualche frase fatta, diciamo "sì, vai a denunciarlo". Ma soprattutto non possiamo aspettare la morte per considerare irreparabile quello che sta succedendo. Anche una vita intera di maltrattamenti e violenze è qualcosa che avremmo dovuto riuscire a impedire. Soprattutto quando si prova a parlare, a chiedere aiuto, a confidarsi e intorno a te trovi solo muri, persone sorde che non sanno che cosa dirti. A volte questo capita anche per mancanza di strumenti. Come società non abbiamo i mezzi, non abbiamo gli anticorpi per contrastare questa violenza. È ora di costruirceli.
Il punto non è soltanto convincere le donne a far emergere la violenza. Il punto è costruire un sistema che sappia cosa farsene di quella violenza una volta che è emersa. Che sappia valutare il rischio, tutelare una donna senza costringerla a stravolgere la propria vita, intervenire sull’uomo violento. È anche per questo che faccio fatica a vedere nell’ennesimo aumento delle pene o nell’introduzione di un nuovo reato (nonostante si riconosca la radice specifica del femminicidio) la risposta al problema. Non perché chi commette questi atti non debba essere punito, ma perché quando arriviamo a punire un femminicidio una donna è già morta. Che cosa possiamo fare quando sappiamo già che un uomo è violento?
Siamo sempre pronti a puntare il dito contro le donne. Siamo bravissimi a stilare liste di comportamenti per loro: cosa devono fare, come devono reagire, quando devono andarsene, quando devono denunciare. Siamo talmente bravi a fare questo, che non abbiamo assolutamente idea di che cosa dire invece agli uomini. Alle donne, e sulle donne, la parola non manca. Mancano, però. risposte che siano all'altezza. E nessuno sembra preoccuparsi di questa cosa.
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Natascia Grbic