Copenaghen è la città più felice del mondo nel 2026: Italia fuori dalle prime 50

Ogni anno la classifica Happy City Index, stilata dall'ente inglese Institute for Quality of Life, premia le città considerate più felici al mondo seguendo dei parametri ben precisi come quelli sociali e culturali, ambientali e sanitari. Nel 2026, è ancora una volta Copenaghen ad aggiudicarsi il titolo di città più felice del mondo, un risultato che non sorprende vista la predominanza dell'Europa del nord. Quello che stupisce, invece, è l'assenza totale dell'Italia dalle prime cinquanta posizioni, le cosiddette Gold cities: la prima città italiana in classifica, infatti, è Bologna, che compare solamente in 73esima posizione. Ma cosa causa questo divario? Per cercare di rispondere alla domanda, abbiamo analizzato i criteri utilizzati per valutare le 251 città prese in considerazione e cercato di capire in cosa l'Italia mostrasse delle mancanze.
Come funziona l'Happy City Index
L'Happy city Index è concepito come un progetto di ricerca globale, guidato dalla comunità stessa. Sono stati invitati ricercatori da tutto il mondo a prendere parte alla raccolta e verifica dei dati, e la diversità geografica e culturale ha fatto in modo che l'analisi fosse oggettiva ed equilibrata, fornendo quindi un primo punto a favore della ricerca. Tra i partecipanti, 466 ricercatori hanno completato tutti i compiti richiesti e queste persone sono state quindi formalmente riconosciute come Ricercatori dell'Happy City Index 2026. Dopo aver assegnato le 1000 città prese in considerazione ai ricercatori in modo del tutto casuale, questi ultimi hanno anche avuto accesso a corsi formativi per compensare a eventuali lacune sui luoghi da analizzare. La metodologia si basa quindi su un insieme di 64 indicatori raggruppati in 6 macro-aree, mobilità, economia, sanità, ambiente, governo e cittadini, e mette in evidenza le città che coniugano qualità della vita, sostenibilità ambientale e strategie di sviluppo a lungo termine. Gli organizzatori vogliono però sottolineare che tutti questi criteri non hanno come obbiettivo quello di trovare la migliore città del mondo o quella perfetta, anche perché le situazioni di stabilità possono cambiare in fretta come dimostra bene l'attuale panorama geopolitico. Più che una fotografia definitiva, dunque, l’indice restituisce una mappa dinamica del benessere urbano, utile a individuare tendenze, modelli positivi del momento e criticità strutturali. Ed è proprio osservando queste tendenze che emergono con chiarezza alcune costanti, prima fra tutte la presenza dominante delle città del Nord Europa nelle posizioni più alte della classifica.
Le prime dieci posizioni e le Gold Cities
La capitale della Danimarca ha vinto contro Helsinki, arrivata seconda, e Ginevra, arrivata terza e premiata per la qualità dell'aria e le numerose e grandi aree verdi. Tra le prime dieci posizioni, trionfano quasi tutte città dell’Europa centro-Nord, come Aarhus in decida posizione che aveva vinto nel 2024, ad eccezione di Tokyo in quinta posizione, l'unica fuori dal continente. La top 10 delle città più felici del mondo:
- Copenaghen, Danimarca, 6.954 punti
- Helsinki, Finlandia, 6.919
- Ginevra, Svizzera, 6.882
- Uppsala, Svezia, 6.846
- Tokyo, Giappone, 6.788
- Trondheim, Norvegia, 6.755
- Berna, Svizzera, 6.746
- Malmö, Svezia, 6.705
- Monaco, Germania, 6.691
- Aarhus, Danimarca, 6.685
Oltre alle prime dieci posizionate, l'Happy City Index premia anche le cosiddette Gold Cities, ovvero cinquanta città riconosciute per le prestazioni eccezionali ed equilibrate in tutti gli ambiti della classifica. "Si tratta di un modo per riconoscere i luoghi che stabiliscono importanti parametri di riferimento per uno sviluppo urbano equilibrato", spiegano gli organizzatori, sottolineando come la parola chiave non sia competizione, ma comprensione. Infatti, le cinquanta città gold sono elencate in ordine alfabetico proprio per spostare l'attenzione verso l'apprendimento e l'interpretazione, per portare miglioramenti nelle altre città.
Il modello nordico tra welfare e fiducia sociale
Se città come Copenaghen, Aarhus o Helsinki continuano a occupare stabilmente le prime posizioni, il motivo non risiede in un singolo fattore, ma in un sistema complesso e ben integrato. I paesi nordici si distinguono per un welfare solido, capace di garantire servizi pubblici efficienti, accessibili e diffusi, dalla sanità all’istruzione, fino ai trasporti. A questo si aggiunge una pianificazione urbana attenta, che privilegia la sostenibilità ambientale e la qualità degli spazi condivisi, riducendo traffico, inquinamento e disuguaglianze tra quartieri. Ma c’è anche un elemento meno concreto am altrettanto decisivo, il livello di fiducia nelle istituzioni e tra cittadini. In queste realtà, il rapporto tra individuo e comunità è caratterizzato da un senso diffuso di responsabilità collettiva, che si traduce in partecipazione civica, sicurezza percepita e stabilità sociale. È questa combinazione di fattori materiali e culturali a rendere le città nordiche particolarmente vivibili e, di conseguenza, felici secondo i parametri dell’indice.
Il ritardo italiano tra infrastrutture e sviluppo
La prima città italiana a comparire in lista è Bologna al 73esimo posto, seguita da Parma (77esima) e Milano (80esima). Anche Roma si classifica male, 144esima, così come Verona (146esima), Messina (158esima), Bari (164esima), Napoli (202esima) e Salerno (208esima). L’assenza dell’Italia dalle prime cinquanta posizioni, al contrario, sembra riflettere criticità strutturali. Se da un lato molte città italiane offrono un patrimonio culturale e una qualità della vita difficilmente eguagliabili, dall’altro presentano carenze significative in termini di mobilità, sostenibilità, gestione amministrativa e servizi pubblici. Il trasporto urbano, spesso inefficiente o poco integrato, incide negativamente sulla quotidianità dei cittadini, così come la lentezza burocratica. A questo si aggiungono disparità territoriali evidenti, basti pensare ai problemi in Sicilia e Calabria a seguito delle inondazioni, e una difficoltà continua a realizzare strategie di sviluppo a lungo termine, soprattutto sul fronte ambientale e digitale. Non si tratta, quindi, di una mancanza di potenziale, ma di una difficoltà nel tradurlo in sistemi organizzati e continui nel tempo.