Antonio e Greta nei Balcani con una Fiat Punto: “Tanti nostri studenti vengono da lì, volevamo capire il loro mondo”
Una Fiat Punto 1.2, una tenda da tetto recuperata e sistemata con le proprie mani e un viaggio di circa due o tre settimane attraverso i Balcani, senza un itinerario completamente deciso a tavolino. Antonio e la compagna Greta, entrambi insegnanti alle scuole superiori, sono partiti così per attraversare Ungheria, Romania, Serbia, Croazia, Bosnia e Slovenia. E mentre viaggiano, continuano a chiedersi dove li porterà la strada successiva: "Siamo in pieno viaggio, quindi nulla toglie che potremmo andare avanti ancora". L’idea, però, non nasce soltanto dalla voglia di mettersi in viaggio. Nelle loro classi ci sono molti ragazzi che arrivano proprio da alcuni dei Paesi che stanno attraversando: Albania, Romania, Bosnia e altre nazioni dei Balcani. Conoscerne i luoghi, le persone e la quotidianità diventa così un modo per avvicinarsi anche al mondo dei loro studenti, andando oltre l’immagine turistica delle destinazioni. "Il mio interesse è stato sicuramente anche per esplorare i luoghi, ma senza farlo nella classica maniera turistica: vivendo la gente e vivendo il posto", racconta Antonio. A bordo della loro piccola utilitaria hanno quindi costruito una sorta di casa itinerante: un impianto elettrico alimentato anche da pannelli fotovoltaici, un frigorifero con congelatore, fornelli e una tenda da tetto acquistata per circa 300 euro e poi rimessa a nuovo. Volevano creare qualcosa di completamente indipendente, senza aver bisogno praticamente di nulla. Quello di Antonio e Greta è un viaggio che diventa anche una riflessione sulle difficoltà e sulle barriere che ciascuno può incontrare nella vita, attraverso una metafora che legano direttamente al loro lavoro a scuola, e che, tappa dopo tappa, sta gli sta offrendo soprattutto un confronto costruttivo con culture e persone diverse.
Com’è nata l’idea di fare il giro dei Balcani in Fiat Punto? Perché avete scelto proprio questo mezzo?
In realtà non c’è stato nulla di particolarmente studiato nella scelta della macchina: è semplicemente la mia auto, ho una Fiat Punto 1.2 e non ho altre macchine a disposizione. È un motore che, per il peso che deve portare, viene considerato poco potente. Prima di partire mi ero informato anche sui vari forum e sembrava quasi impossibile fare un viaggio del genere con una macchina così. Da lì è nata l’idea di creare qualcosa di completamente indipendente, che avesse tutti i servizi possibili senza aver bisogno praticamente di nulla, se non di un posto dove parcheggiare. Abbiamo quindi camperizzato la Punto utilizzando anche moltissimi materiali di recupero.
E perché avete scelto proprio i Balcani?
Io e Greta siamo entrambi insegnanti delle superiori e a scuola abbiamo tanti ragazzi che vengono dall’Albania, dalla Romania, dalla Bosnia e da altri Paesi di questa zona. Il mio interesse era sicuramente anche quello di esplorare questi luoghi, ma senza farlo nella classica maniera turistica. Volevo viverli, conoscere le persone e capire meglio questi Paesi. Anche i nostri studenti ci stanno seguendo sui social: metto qualche storia ogni tanto e vedo che mettono like, quindi sono sicuro che quando torneremo a settembre saranno curiosi di sapere com’è andata. È stato anche un modo per conoscere meglio una parte del mondo che fa già parte della nostra quotidianità a scuola.
Quale percorso avete seguito e quanto durerà il viaggio?
Siamo partiti concentrandoci soprattutto su Ungheria, Romania, Serbia, Croazia, Bosnia e Slovenia. In questo momento siamo ancora in viaggio, a Livno, in Bosnia, vicino al confine con la Croazia. Per ora abbiamo programmato fino al 18 agosto, ma nulla toglie che possiamo decidere di andare avanti ancora. Il viaggio dovrebbe durare complessivamente tra i 15 e i 20 giorni, ma una parte la programmiamo e una parte la improvvisiamo strada facendo.
Come avete organizzato la vita a bordo? Dove dormite e come mangiate?
Dormiamo in una tenda da tetto montata sopra la Punto. L’abbiamo comprata a un prezzo stracciato, circa 300 euro, ma era mezza rotta e abbiamo dovuto sistemarla e rifarla in parte. Per il resto abbiamo praticamente tutto: fornelli, frigorifero con congelatore, tavolino e una piccola cucina che abbiamo costruito utilizzando anche pezzi di recupero. Abbiamo realizzato pure un impianto elettrico alimentato da batterie e pannelli fotovoltaici. Io insegno elettrotecnica e sono docente di manutentori tecnici, quindi diciamo che un po’ di manualità per aggiustare e costruire le cose ce l’ho.
La Fiat Punto come si è comportata durante il viaggio? Avete avuto problemi o guasti?
Dal punto di vista tecnico non abbiamo mai avuto veri guasti. Questi vecchi motori Fiat Fire 1.2 sono praticamente indistruttibili. Il problema è stato più che altro arrivare in certi posti: una macchina così carica fa fatica a raggiungere determinate velocità. Sopra gli 80 chilometri orari praticamente non andavamo e, per accelerare, a volte dovevo spegnere l’aria condizionata. Le difficoltà maggiori le abbiamo avute in Ungheria: è una zona che abbiamo trovato molto secca, con campi e sabbia. Una volta, per raggiungere un alloggio in mezzo al nulla, ci siamo ritrovati a percorrere chilometri sulla sabbia, praticamente come se fossimo su una spiaggia, con la Punto completamente carica. Lì ho avuto parecchia ansia.
Nella tua segnalazione scrivi che attraversare le frontiere con una macchina considerata “debole” ti ha portato a riflettere su ciò che siamo nella vita. Cosa intendi?
È una riflessione che nasce soprattutto dal mio lavoro a scuola. Nei contesti scolastici in cui lavoriamo ci sono tanti ragazzi che affrontano delle difficoltà, che siano sociali, linguistiche, fisiche o legate alla socialità. Penso, per esempio, a un ragazzo che ha difficoltà linguistiche e che quindi fa più fatica a esprimersi a scuola. A volte tendiamo a categorizzare le persone, mentre magari quel ragazzo sta semplicemente cercando di imparare a comunicare con noi. Durante il viaggio mi sono sentito un po’ in quella situazione. Nei campeggi vedevo persone arrivare con il loro camper, fare una cosa normalissima come sistemare le proprie cose e ripartire. Per noi, invece, ogni cosa era più complessa. La macchina è piccola, tutto è più difficile, bisogna organizzarsi e superare delle barriere. Ecco, quella che dall’esterno può sembrare semplicemente una Fiat Punto nascondeva una situazione più complessa. Superare quelle difficoltà mi ha fatto pensare ai ragazzi che ogni giorno devono affrontare delle barriere che per altri non esistono.
E per quanto riguarda gli incontri? Vi è mai capitato che qualcuno si stupisse del vostro viaggio?
Sì, soprattutto quando vedevano l’allestimento dietro una Fiat Punto. Ci sono state persone che si sono fermate a chiederci come facessimo a gestire la corrente, il cibo e tutto il resto. Siamo molto abituati a comprare le cose già pronte. Magari vedevo arrivare un enorme pick-up con un allestimento da migliaia di euro, che permette di sistemare tutto in un attimo, e poi arrivavamo noi con la Punto e avevamo comunque tutto. Quando ci chiedevano come avessimo fatto, rispondevo che ci eravamo arrangiati e che avevamo costruito tutto noi.
Qual è stato il luogo che ti ha colpito di più finora?
È difficile sceglierne uno. La Romania sicuramente, per il suo aspetto più rurale e paesaggistico, però mi è piaciuta molto anche la Serbia. E poi Sarajevo, che è l’unica capitale che abbiamo visto: è una città molto ricca di storia e di trascorsi. Ogni Paese che abbiamo attraversato ci ha mostrato qualcosa di diverso.
E c’è stato un momento o un incontro che ricordi con particolare piacere?
Ce ne sono stati tanti. Ogni posto ha una sua caratteristica, nel bene e nel male, è difficile indicare una persona in particolare. Sono tutti popoli interessantissimi e mi hanno lasciato la voglia di rifare questa esperienza e di approfondirla ancora.
Viaggiando in due per tanti giorni, chiusi in macchina per ore, com’è cambiata la vostra esperienza di coppia?
Nel complesso sicuramente ci ha rafforzati. Io sono abituato a fare viaggi di questo tipo fin da quando ero ragazzo, mentre per Greta è stata un’esperienza più impegnativa rispetto a quelle che aveva fatto prima. La cosa particolare di viaggiare in due è che per 24 ore al giorno, per tutto quel tempo, sei sempre con la stessa persona. Bisogna mettere in conto che non si può essere sempre d’accordo e che non hai molta intimità personale: lo spazio è una tenda e intorno hai una macchina, quindi non puoi nemmeno allontanarti più di tanto. Per tutto questo tempo siamo stati molto vicini. Credo che, se si riesce a non litigare troppo e soprattutto a trovare un punto di vista comune, un’esperienza del genere aiuti sicuramente il rapporto.
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