Psicologia sui social, Michele Mezzanotte: “Perché no? La terapia non è solo nella stanza d’analisi”

I social non sono solo lo spazio delle ricette e dei tutorial su come truccarsi. La divulgazione occupa una fetta consistente di ciò che troviamo su Instagram, TikTok e Youtube quotidianamente. Ci sono divulgatori di grande successo e seguitissimi, che riescono a parlare a un pubblico vasto dei più disparati argomenti, con un linguaggio adatto al tipo di piattaforma, ma senza tralasciare la cura e l'approfondimento della materia. Ovviamente, ci si può imbattere anche in contenuti superficiali o poco validi, fatti più con uno scopo di intrattenimento. Ecco perché è importante sviluppare uno spirito critico e capire a chi accordare la propria fiducia, a chi dedicare il nostro tempo, chi considerare credibile, utile, attendibile per fini educativi, per arricchirci e accrescere il nostro bagaglio. La divulgazione sui social attraversa tante discipline: medicina, alimentazione, storia, finanza. Grande spazio e grande interesse c'è poi verso la psicologia. Chi parla di psicologia sui social sa di avere una responsabilità, sa di affrontare questioni delicate e che per molto tempo sono state anche stigmatizzate. Affidarsi alla figura del terapeuta era visto come un fallimento, come qualcosa per persone deboli e malate, da tenere rigorosamente nascosto. Oggi c'è meno diffidenza e più apertura, forse anche grazie ai social che hanno contribuito a sdoganare alcune questioni. Michele Mezzanotte li usa quotidianamente per parlare alla sua community. Lo psicologo e psicoterapeuta da 600 mila follower affianca la divulgazione sui social all'attività "tradizionale" e a Fanpage.it ha spiegato quanto le due cose siano connesse. Attualmente è in tour con lo spettacolo teatrale "Chiedi allo Psy", un format senza copione. Ogni sera lo spettacolo è diverso da quello precedente perché viene creato sul momento, in base alle richieste, alle domande e alle interazioni del pubblico: "Creiamo una sorta di storia che cura".
Come si fa divulgazione sui social su una materia così complessa, importante e delicata come la psicologia?
La psicologia è sempre stata divulgata, cioè è nata come divulgazione, soltanto che a inizio 900 lo facevano attraverso i convegni o attraverso le lettere e gli scritti, poi attraverso i blog. Io sono nato addirittura prima di YouTube con un blog, poi attraverso i social: è stato una sorta di processo naturale per me. Faccio psicologia, quindi devo parlare di psicologia, perché una parte del processo terapeutico è proprio parlare di psicologia alle persone, far conoscere la psicologia. È una materia nata da poco più di un secolo, quindi è una scienza che deve essere conosciuta e in questo processo naturale ho trovato degli strumenti belli per me: i social. Danno l'opportunità di parlare a più persone possibili di cose che possono essere utili.
Lo psicologo online, inteso come professionista che fa anche divulgatore social, rischia di fagocitare lo psicologo istituzionale, quello tradizionalmente inteso?
Sì, ci sono dei rischi. La figura del divulgatore può fagocitare la figura dello psicoterapeuta e serve un lavoro in su se stessi. Tutti gli psicologi lavorano in teoria o dovrebbero lavorare su se stessi e in questo lavoro su se stessi bisogna tenere ben presente che: una questione è io che divulgo un significato psicologico, una questione è io che parlo con una persona e instauro una relazione terapeutica con una persona nello studio. Sono due figure che si interconnettono, ma sono profondamente diverse.

Uno psicoterapeuta che non ha i social e non usa TikTok resterà un passo indietro, a livello di carriera e appeal sul pubblico, sui possibili pazienti?
Secondo me è indispensabile per un ragazzo che inizia a lavorare oggi come psicologo usare i social: non può non farlo. Sono biglietti da visita. Tutte le persone che mi chiedono di fare terapia, ma magari io non posso perché non ho spazio e consiglio qualche mio collega, la prima cosa che mi chiedono è: dove posso cercarlo? Dove posso vedere cosa fa? Dove posso vedere chi è? Questo perché ancora maggiormente rispetto ad altre professioni, lo psicologo deve essere qualcuno di familiare: io voglio vederlo, voglio conoscerlo, le vibes devono essere positive, altrimenti non ci vado a parlare con uno dei fatti miei. Deve deve esserci una sorta di connessione e attraverso il social posso trovare questa connessione. Per questo noi psicologi abbiamo il dovere di mostrarci per come siamo e non per come vorremmo essere. Sono due cose diverse e l'orrore o il pericolo del social è proprio questo: mostrare quello che vorremmo essere e non ciò che siamo.
C'è anche il rischio di "sostituire" la terapia tradizionale con la fruizione di video?
Qui faccio una sorta di provocazione azione: e perché no? Ilman James è uno dei più grandi psicologi dell'epoca contemporanea, uno dei più grandi in tutta la psicologia. Diceva che fare terapia non è soltanto andare dallo psicoterapeuta: è vivere, informarsi, leggere, vedere un film, istruirsi, cercare un significato sui social, su YouTube. Tutto ciò che facciamo che ci fa anima, tutto ciò che noi facciamo per noi stessi e che ci dona un significato è fare terapia: quindi perché no? Poi è indispensabile in alcuni casi andare dallo psicoterapeuta. Però se la psicoterapia viene sostituita da altro, io sono felice. L'algoritmo "cattivo" che gestisce i nostri interessi in realtà è molto meritocratico. Io funziono se ascolto chi mi ascolta, perché se parlo di qualcosa che non interessa, in un modo in cui non interessa, le persone non mi ascoltano. Se io invece ascolto le domande che mi fanno, rispondo a quelle domande, a quelle cose a cui le persone sono interessate, che vogliono sapere, che sono utili, allora sì vengo ascoltato. Questo secondo me è uno strumento importante per capire se effettivamente sappiamo ascoltare gli altri oppure no.

Tu porti la psicologia a teatro in un format dove instauri un contatto diretto col pubblico. La terapia come momento intimo e privato viene portata in un luogo da "intrattenimento": non si va a scavalcare quel concetto di intimità che solitamente è collegato al rapporto psicologo-paziente?
Non ci può essere un rapporto psicologico se ci sono barriere: vuol dire che c'è qualcosa che non funziona. Quindi sì, al teatro porto questo spettacolo eh parla proprio di come rompere sia le proprie barriere interiori sia di come posso romperle io con il pubblico, infatti ogni spettacolo ha un'esperienza a sé stante e creiamo una sorta di gruppo che cura, una storia che cura.
Perché io da spettatore dovrei venire a vedere uno spettacolo del genere? Dovrei andare a sentire uno psicologo a teatro (e quindi magari sentirlo anche sui social)?
Perché sicuramente ti dice qualcosa che ti è utile nella vita e se non te lo dici glielo chiedi tu e i risponde. Io se devo pensare ai miei momenti personali più terapeutici nella mia vita non sono all'interno di una stanza d'analisi. Poi magari lì ho fatto del lavoro su me stesso che mi è stato utile a elaborare quello che mi è successo fuori, ma i più grandi insegnamenti che ho ricevuto ce li ho netti nella testa e sono magari un episodio con mio padre, un episodio con mia madre, un episodio con la mia compagna, con mia figlia o anche con uno sconosciuto, anche un film che ho visto e che mi ha dato un significato. Quelli sono i momenti più terapeutici. La psicologia non è terapeutica in sé. La psicologia è uno strumento che ci serve a utilizzare i momenti chiave della chiave della nostra vita e utilizzarli per noi come terapeutici. Spoiler: la psicologia non cura! Ma ci insegna come curarci.
