Microplastiche nel cibo, esperto in sicurezza alimentare Di Flaviano: “No pranzo in vaschetta, caffè meglio in vetro”

Uno studio di qualche anno fa, curato dall'Università di Newcastle e commissionato dal WWF, ha dimostrato che in media ogni settimana assumiamo una quantità di microplastiche pari al peso di una carta di credito. L'idea e il paragone fa abbastanza impressione e ci dà modo di fare due tipi di riflessioni: la prima riguarda l'inquinamento e la quantità di plastica di cui siamo circondati tanto da ingerirne in media circa 2000 frammenti a settimana, un'altra sulla salute, perché se è vero che la maggior parte di questi frammenti viene espulsa naturalmente dall'organismo non sappiamo quali sono i possibili effetti a lungo termine. "I dati sulle microplastiche sono più che attendibili – chiarisce a Fanpage il dottor Alessandro Di Flaviano, esperto in sicurezza igienico sanitaria degli alimenti, divulgatore scientifico e autore del libro "La scienza del cibo” (Rizzoli) – Ci sono anche alcune fonti AIRC che lo confermano. Particelle di micro e nanoplastiche si trovano ovunque: pesce, sale, zucchero, acqua e anche nell'aria che respiriamo. Ma le quantità che effettivamente ingeriamo sono difficilmente stimabili, i numeri variano molto a seconda dei metodi utilizzati. In generale comunque dobbiamo fare nostro il vecchio adagio che dice che è la dose che fa il veleno. Ad oggi non conosciamo gli effetti sulla salute, sappiamo che la maggior parte delle microplastiche che ingeriamo viene espulsa. Allora anche se il dato è suggestivo non va letto in modo allarmistico".
Microonde e microplastiche: attenzione ai contenitori troppo usurati

Per limitare l'ingestione di microplastiche possiamo provare a cambiare alcune nostre abitudini o almeno a prendere maggiore consapevolezza dei nostri comportamenti quotidiani. Partiamo dal microonde. Lo abbiamo quasi tutti in casa o in ufficio perché utile per riscaldare velocemente le pietanze. Ma può essere causa di rilascio di microplastiche. "Uno studio recente ha confermato che in pochi minuti di microonde possono essere rilasciate centinaia di particelle di microplastica nel cibo. Questo perché quando scaldiamo gli alimenti spesso li lasciamo in contenitori di plastica e il calore accelera il rilascio di queste microparticelle e di altre sostanze che vanno dalla plastica al cibo". Il rilascio poi è ancora più facilitato se usiamo contenitori vecchi o graffiati. "Contenitori particolarmente usurati rilasciano più particelle perché i primi strati protettivi sono danneggiati. Allora il mio consiglio è intanto usare sempre contenitori adatti al microonde, ce ne sono tanti in commercio, oppure in vetro o ceramica (attenzione alla presenza del filo d'oro, in quel caso non vanno usati) e poi se sono graffiati o deteriorati meglio buttarli via. Infine evitiamo di riscaldare cibi pronti nelle vaschette di plastica. Si tratta di piccole abitudini che ci consentono di limitare l'esposizione alle microplastiche".
Bibite nelle bottiglie di vetro o plastica?

Comprare l'acqua o qualsiasi altra bibita in vetro è una scelta sicuramente più ecologica rispetto a quella in plastica o alluminio. Ma dal punto di vista delle microplastiche? "Sembra paradossale ma uno studio dell'ANSES, l'agenzia francese per la sicurezza alimentare pubblicato su Journal of Food Composition and Analysis ha rilevato che nelle bottiglie di vetro di bibite, limonata, tè freddo e birra é presente una media di circa 100 particelle di microplastiche per litro. Mentre nelle bottiglie di plastica o nelle lattine le media era da 5 a 50 volte inferiore". Neanche gli scienziati che hanno curato lo studio si aspettavano questo risultato. "Può apparire senza senso ma in realtà il senso c'è e la responsabilità è tutta dei tappi e nella fase di stoccaggio. I tappi arrivano spesso danneggiati o graffiati o si lesionano durante la fase di chiusura delle bottiglie e questo facilita il rilascio di microplastiche". Anche il vetro quindi non è una soluzione perfetta, tranne che per l'acqua: secondo studio i livelli di microplastiche risultavano relativamente bassi sia nei contenitori di vetro che in quelli plastica, una media di 4,5 particelle per litro nelle bottiglie di vetro e di 1,6 particelle per litro in quelle di bottiglie di plastica e cartoni. Con le bottiglie di plastica di acqua si può andare però incontro a un altro problema. "Se lasciamo per troppo tempo le cassette d'acqua al sole c'è il rischio che il calore provochi il rilascio di microparticelle. Non voglio fare allarmismi, si tratta di piccole attenzioni che possiamo però mettere in atto nel nostro quotidiano per limitare il rischio".
Caffè in cialde o capsule?

A casa o sul lavoro c'è chi alla classica moka preferisce la macchina da caffè a cialde o in capsule. "Le cialde sono fatte di dischi di filtro carta e caffè macinato pressato all'interno. Le capsule invece sono dei sistemi chiusi di plastica o alluminio, l'estrazione è più controllata e il contenuto è più protetto dall'0ssigeno (una caratteristica importante per evitare i danni della luce o delle temperature). Al di là del sapore, è ovvio che nelle capsule il rischio di contaminazione è maggiore proprio per la natura stessa del contenitore". Ma in questo caso si tratta di soglie ritenute accettabili. "Sono contenitori creati per questo e dunque idonei. Il rilascio di microplastiche se avviene è nei limiti e non si va incontro a rischi per la salute". Attenzione invece a dove versiamo il caffè. "Se un caffè esce bollente dalla macchinetta e lo versiamo in un bicchierino di plastica dobbiamo tenere conto che il contatto tra il calore del caffè e la plastica può provocare il rilascio di microparticelle. Anche in questo caso due accortezze: preferire sempre vetro e ceramiche e in ogni caso evitare il riuso di bicchierini di plastica. Se si chiamano monouso un motivo c'è".